Divorzio breve, l’Italia dei diritti si avvicina all’Europa

Arriverà in aula alla Camera il cosiddetto “divorzio breve”, che prevede la riduzione del tempo necessario prima di chiedere il divorzio dopo la separazione da tre ad un anno, ma solo se non si hanno figli minorenni. Nel resto d’Europa sono minori tempi e costi che devono affrontare due persone c...

Divorzio
24 Febbraio Feb 2012 1400 24 febbraio 2012 24 Febbraio 2012 - 14:00

È ripreso l’iter per il “divorzio breve”. Monti, come fecero già Moro e Andreotti su divorzio e aborto, eviterà di prendere posizione, rendendo possibili maggioranze trasversali. La legge attuale infatti prevede 3 anni di separazione prima della possibilità di divorziare.

La storia delle modifiche non ha avuto vita facile. Nel 2003 la deputata Ds Montecchi firmò la prima proposta, prevedendo una riduzione dei tempi per le coppie senza figli e disposte a presentare una richiesta consensuale. Dopo l’accordo in commissione, tutto finì con un nulla di fatto: la Chiesa e i cattolici intransigenti, nonché gli avvocati, svolsero una efficace azione di contrasto e rimandarono la discussione. In aula fu approvato con voto segreto un emendamento di Lega e Udc che cancellava la sostanza di quel disegno di legge. Rutelli, un tempo sostenitore radicale della legge sul divorzio, dichiarò solennemente: «Nell’agenda delle priorità italiane il divorzio breve è al cinquecentesimo posto». Oggi il Pd vuole abbassare la soglia ad un anno, in tutti i casi. Il Pdl sarebbe d’accordo all’abbassamento ma solo in assenza di figli minorenni. I “guastafeste” i radicali vorrebbero il divorzio “lampo”, cioè senza attese. L’Udc appoggerebbe una riduzione dei tempi ma solo fino a 2 anni, mantenendoli a 3 in presenza di minori.

Il punto è che il “limbo” che passa tra la separazione e il divorzio non serve da pausa di riflessione, come era nelle intenzioni del legislatore più di quarant’anni fa, ma diventa un periodo di alta conflittualità tra i coniugi, nonché di sofferenze per i figli. Molte coppie si rivolgono alla Sacra Rota, il tribunale ecclesiastico che permette di dichiarare “nullo” il matrimonio religioso, con un giro d’affari non indifferente e con cause fuori tariffa. Altre finiscono ad affittare appartamenti all’estero, per avere una residenza momentanea e ottenere così il divorzio (che lo Stato italiano si limita a trascrivere).

Ma in Italia siamo sempre stati un passo indietro. Mentre negli Stati Uniti, in Inghilterra o in Francia, il divorzio esisteva da secoli, qui da noi, ancora negli anni Cinquanta, si inventava il “piccolo divorzio”: un disegno di legge che limitava la possibilità di divorzio a casi particolarmente drammatici, se uno dei coniugi fosse un serial killer, o un malato di mente, o semplicemente stesse in carcere da decenni per tentato omicidio o, al limite, dopo una separazione per più di quindici anni. Ovviamente non se ne fece nulla, e si dovette aspettare il 1970 con la legge Fortuna-Baslini e il referendum del 1974 per veder sancita una conquista civile che altrove era già data per acquisita.

Si potrebbe ricordare che in Inghilterra, alla metà degli anni Sessanta, si ebbe una svolta nell’opinione pubblica, quando un autorevole commissione creata dall’arcivescovo di Canterbury sostenne, senza alcuno scandalo pubblico, la necessità di riformare radicalmente le leggi esistenti, introducendo il principio del fallimento o del disfacimento della comunione di vita familiare come unica causa del divorzio. In Italia sarebbero parsi dei marziani, e invece, secondo questa commissione, la società non aveva alcun interesse a far sopravvivere l’involucro giuridico del matrimonio, quando al suo interno questa comunione fosse venuta meno. Doveva, invece, fare tutto il possibile perché lo scioglimento di questo vincolo non comportasse alti costi umani, ma avvenisse con il minimo di sacrificio e di tempi. Appunto, di tempi.

In Svezia la richiesta di divorzio viene automaticamente e immediatamente accettata se a presentarla sono entrambi i coniugi; se uno dei due si oppone ci vogliono al massimo 6 mesi. Tempi minori rispetto a noi ci sono un po’ ovunque in Europa (tranne che in Irlanda, in Polonia e in qualche stato minore): da pochi mesi al massimo a 2 anni in Francia, in Svezia, in Olanda, in Inghilterra, in Germania. Il “divorzio espresso” è stato introdotto, nel 2005, in Spagna, con la possibilità di divorziare unilateralmente, senza alcun motivo e in modo immediato. In Brasile, di recente, si può richiedere il divorzio dopo due anni di provata separazione coniugale, senza la necessità di dover passare dal tribunale, e con effetti immediati qualora i coniugi siano in accordo fra loro o non abbiano figli minorenni.

È avvenuta, negli ultimi decenni, una rivoluzione silenziosa nella vita di coppia degli italiani: il numero dei divorzi è cresciuto, quello dei matrimoni è diminuito, determinando grandi cambiamenti sociali: la diffusione delle convivenze prematrimoniali, la moltiplicazione di nuovi tipi di famiglie, nucleari incomplete e ricostituite. Questo processo ha messo in moto dinamiche di mobilità sociale un tempo impensabili, ma ha anche creato nuove povertà. Ci ha avvicinato, in ogni caso, a tutti gli altri paesi industrializzati occidentali.

Secondo i più recenti dati dell’Istat, nel 2009, le separazioni in Italia sono state 86mila e i divorzi 54mila. I due fenomeni sono in costante crescita: se nel 1995, ogni mille matrimoni si sono registrati 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2009 sono passati a 297 separazioni e 181 divorzi. Per dare l’idea dell’aumento, si pensi che, nel 1978 (a 8 anni dalla legge e a 4 dal referendum), i divorzi erano appena 12mila e le separazioni solo 34mila. Sempre nel 2009, inoltre, i matrimoni religiosi sono stati 145 mila, quelli civili 85 mila, cioè il 64% contro il 36%, per un totale di 230 mila. Si ricordi che nel 1972, cioè appena 2 anni dopo la legge, i matrimoni in totale erano 415 mila, di cui solo il 7,3% celebrati con rito civile.

L’età media degli italiani che arrivano alla separazione è di circa 45 anni per i mariti e 41 per le mogli; in caso di divorzio si passa, rispettivamente, a 47 e 43 anni. Qui le differenze con gli altri paesi si fanno considerevoli: già nel 1977, nei maggiori paesi del Nord-Europa e negli Stati Uniti, l’età media al divorzio era per gli uomini di 35-36 anni, per le donne di 32-33 anni, e nei decenni successivi le medie, in questi paesi, si sono ulteriormente abbassate. Le nostre trasformazioni del diritto di famiglia e delle leggi sul divorzio sono avvenute in un arco di tempo più breve, i cambiamenti maggiori da noi si sono concentrati in un ventennio a fronte di cambiamenti che negli altri paesi sono avvenuti in un secolo circa. Per questo da noi certi comportamenti hanno agito meno in profondità nella popolazione.

In Italia è presente inoltre una peculiarità (comune solo a qualche paese dell’America Latina): esistono sia la separazione che il divorzio. Nel senso che prima ci si separa e poi si divorzia, mentre altrove o la separazione non esiste, come in Finlandia, in Svezia o in Austria, oppure, come accade in Francia, Germania e Spagna, la separazione esiste ma non costituisce condizione essenziale per chiedere il divorzio, per cui è sufficiente la separazione di fatto per un certo periodo di tempo. Questo ha, fondamentalmente, allungato i tempi.

Chi vuole il divorzio deve quindi attendere due sentenze dei tribunali. Per colpa dell’inefficienza dell’apparato della giustizia italiana (secondo un recente rapporto europeo, per le procedure di primo grado da noi occorrono 634 giorni, il doppio di Germania, Francia e anche Portogallo), in particolare nel Sud d’Italia, i tempi si allungano ulteriormente e le spese aumentano. Molti dei coniugi, infatti, si arrestano a questo punto. Chi va avanti, trascorso questo periodo, deve comunque ritornare dall’avvocato e andare ancora in tribunale. Di solito, stando agli studi dei sociologi, va avanti chi occupa una posizione più alta nella piramide sociale: quanto più è alto il titolo di studio o il ruolo sociale, con tutte le sue relazioni e i legami, tanto più breve il periodo che passa tra la richiesta e la sentenza di divorzio. Un altro luogo comune da sfatare è la tesi che il divorzio sia un fattore di ascesa sociale per le donne. Gli studi dimostrano che non è affatto così e che chi diventa più povero, dopo un divorzio, è quasi sempre la donna. Quindi la scelta del divorzio, e la necessità di avere tempi adeguati per sancirlo, è una necessità improrogabile.

Psicologicamente, inoltre, non va sottovalutato un aspetto: il divorzio è un momento di forte difficoltà nella vita di una persona. Uno Stato civile dovrebbe aiutarla e non prolungarne l’agonia. La grande maggioranza dei coniugi che divorziano si sono sposati in Chiesa con una cerimonia solenne. Ma anche quando il matrimonio si è celebrato in comune con rito civile, esso è accompagnato dallo stesso rito sociale: alla presenza di testimoni, ma spesso anche di genitori, parenti, amici, i due sposi si scambiano gli anelli, mentre i fotografi scattano centinaia di foto, e la cerimonia è seguita da feste e pranzi. In modo del tutto diverso ha luogo il divorzio. Pur essendo un passaggio altrettanto cruciale nella vita di una persona, esso non è accompagnato da alcun rito significativo, anzi è un evento “nascosto”, senza parenti, ma davanti a giudice ed avvocati, in una stanza sulla cui porta è appeso l’elenco con i nomi di tutte le ex coppie, per compiere un atto che dura pochi minuti, al termine del quale i protagonisti se ne vanno ognuno per la sua strada.

Negli ultimi tempi le famiglie ricostituite sono cresciute moltissimo anche in Italia. Negli altri paesi non è una novità, basti pensare che in Inghilterra e in Francia, la quota delle seconde nozze raggiunse, già nel Cinquecento e nel Seicento, le punte del 25-30% dei matrimoni. Per non parlare della fitta letteratura straniera sui cosiddetti “matrimoni di prova”, famosi già nel Settecento e Ottocento, basti pensare alle Affinità elettive di Goethe, in cui i protagonisti discutevano amabilmente di prove e di esperimenti coniugali e della necessità di assumere “informazioni reciproche”. Nel Novecento poi ne discussero fior di intellettuali e filosofi, per esempio Bertrand Russell. Si tratta, ovviamente, di situazioni molto diverse dall’oggi, che però danno bene l’idea del dell’apertura mentale presente in altri paesi, anche in epoche remote. Ma non è stata sempre e solo una prerogativa degli stranieri. A proposito della necessità di ricorrere al divorzio, in un libro che risale addirittura ai primi dell’Ottocento, Melchiorre Gioia scrisse che «Mostrare sollecitudine all’amore a chi mortalmente annoja, vivere per molto tempo sotto l’autorità di uno sposo che si disprezza nel fondo dell’animo, è uno stato orribile». E, alla fine dell’Ottocento, Heinrich Heine avanzò qualche dubbio sul matrimonio, rincarando la dose: «Chiunque si sposi è come il Doge che si congiunge in matrimonio con il Mar Adriatico, non sa quel che c’è dentro: tesori, perle, mostri, tempeste sconosciute».

Se è vera la vecchia tesi della sociologa Jessie Bernard, secondo cui in ogni unione coniugale ci sarebbero almeno due matrimoni, quello del marito, che influirebbe su di lui sempre positivamente, e quello della moglie, che avrebbe, invece, quasi sempre un’azione negativa e dannosa su di lei, allora l’approvazione del “divorzio breve” permetterebbe, quantomeno all’uomo, di dare un tocco di positività in più alla sua vita, eventualmente, risposandosi con un’altra donna. 

 

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