Prandelli, il Veltroni del calcio, difende l’antisportività di Buffon

Chi sa di calcio sa bene che nessun giocatore si sognerebbe di confessare all’arbitro un gol degli avversari non visto da un guardalinee. Così ha fatto Buffon sabato sera in Milan-Juventus. Non solo, il portiere bianconero ha candidamente ammesso che se avesse visto il pallone dentro non avrebbe ...

Buffon Prandelli
27 Febbraio Feb 2012 1621 27 febbraio 2012 27 Febbraio 2012 - 16:21
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La premessa è d’obbligo: chi sappia minimamente che cos’è il calcio in Italia non può che condividere le parole di Gigi Buffon, portiere della Juventus che interpellato nel dopo Milan-Juventus sul gol di Muntari non visto dal guardalinee ha candidamente confessato: «Lì per lì non me sono accorto, non mi sembrava dentro ma devo ammettere che pure se me ne fossi accorto non avrei aiutato l’arbitro». Applausi per la sincerità e la schiettezza. E francamente fanno sorridere, per non dire altro, le parole di Michel Platini, oggi numero uno dell’Uefa, che replica: «Buffon ha sbagliato, al suo posto se l’arbitro me l’avesse chiesto io avrei detto la verità». È doveroso ricordare, per amor della storia e anche di Céline (per cui la più grande dannazione dell’uomo è dimenticare), che la maledetta notte dell’Heysel, con trentanove tifosi morti per la finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool, Platini prima tirò e segno un rigore attribuito per errore dall’arbitro e poi persino il coraggio di festeggiare pur sapendo delle vittime.

Insomma, fare la morale sul calcio è rischioso. Diego Armando Maradona è passato alla storia per aver segnato nella stessa partita, a dieci minuti l’uno dall’altro, il gol più beffardo della storia (con la mano) e il gol più bello dei Mondiali, scartando mezza Inghilterra prima di depositare il pallone in rete a porta vuota. Nessuno, nella partita decisiva, si sognerebbe mai di rincorrere l’arbitro per ammettere che sì gli avversari hanno segnato e lui ha sbagliato a non accorgersene.

Buffon Milan JuveLa parata di Buffon oltre la riga durante Milan-Juve (Afp)
Detto questo, Buffon è andato oltre. Non solo non ha detto nulla, e fin qui ci sta, ma ha anche confessato che mai e poi mai l’avrebbe fatto. Il suo onore cameratesco è salvo, per i tifosi sarà sempre più un intoccabile. Ma c’è anche un altro risvolto della medaglia. Buffon non è il solo portiere della Juventus, è anche il capitano della Nazionale. Una Nazionale allenata da quel Cesare Prandelli che ha fatto del rispetto delle regole il suo tratto distintivo. È stato Prandelli a convocare, sia pure a titolo di onoreficenza, Simone Farina, l’eroe del calcio-scommesse, il difensore del Gubbio che denunciò alle forze chi gli offrì denaro per truccare una partita.

Non solo. Prandelli è l’allenatore che ai tempi della Fiorentina introdusse nel calcio il terzo tempo sul modello del rugby, col saluto a fine gara tra i ventidue calciatori. Nel rugby, in realtà, il terzo tempo è tutt’altro, si finisce in birreria a bere insieme, ma nel calcio stringersi la mano è già tanto. Il tecnico di Orzinuovi, diciamoci la verità, è un Veltroni calcistico. Molto attento alla forma e all’apparenza. Anche oggi, commentando l’esclusione di De Rossi da parte del suo tecnico Luis Enrique a causa di un ritardo, ha detto: «Ha fatto benissimo l’allenatore, adesso a Roma nessun ragazzino farà più tardi a una llenamento», sottolineando il carattere educativo della punizione.

Ecco, un allenatore così non può non tener conto delle dichiarazioni del capitano della Nazionale. E invece Prandelli, in perfetto stile veltroniano, fa finta di niente. «Mai pensato di togliergli la fascia di capitano. Sono convinto che Buffon si riferisse a quel che avrebbe detto al momento, ed è ovvio che con la tensione agonistica i giocatori non sono in grado di fare certe valutazioni su un gol-non gol. Magari ne dovrò parlare con lui e non credo che se ci sarà da correggere qualcosa lui avrà problemi a farlo». In Inghilterra, per una questione di corna, John Terry perse la fascia di capitano. In Italia il ct della Nazionale di fatto difende l’ostentata slealtà del capitano. Slealtà, ripetiamo, che per un uomo di calcio è non solo comprensibile, ma condivisibile. A patto però di non continuare a recitare il ruolo del moralista. 

 

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