L’eccezione Dalla: raffinato, per le masse e amato all’estero

Il successo, che lo ha accompagnato per tutta la carriera, arrivato e mai inseguito. La passione per i nuovi talenti da lanciare con la sua casa discografica, la Pressing. Lo stile raffinato e popolare, virtuoso e buffo insieme, di un cantautore dal dizionario intimo ma mai piagnone, sempre fanta...

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1 Marzo Mar 2012 1617 01 marzo 2012 1 Marzo 2012 - 16:17

Con la morte improvvisa per infarto a Montreux in Svizzera, a soli 69 anni (era nato il 4 marzo del 1943, come recita un suo successo del 1971, censurato due volte) scompare prematuramente un titano della musica italiana. Lucio Dalla è stato un musicista raffinato e popolare, virtuoso e buffo insieme, un cantautore dal dizionario intimo ma mai piagnone, sempre fantasioso invece, al limite del nonsense. In un pantheon ideale Dalla siede accanto a Lucio Battisti, Paolo Conte, Vasco Rossi e un gradino sopra ai due venerati sacerdoti di sinistra, i coltissimi Fabrizio De Andrè e Francesco De Gregori.

Ma Dalla, che alto non era di natura e neanche di ambizioni autoriali, si è sempre divertito senza prendersi mai sul serio né pretendere gli ossequi di un ascolto ortodosso. Scherzò con la propria immagine fin dagli esordi, anche in televisione con la sua mimica teatrale come in “Paff...Bum” (citato anche da Moretti in “Bianca”): bassetto, con sempre meno capelli fino al parrucchino, in canottiera a mostrare i peli, anzi pettinali, l’espressione vispa tra gli occhialetti e la barba folta, gli accenni di omosessualità mai dichiarata. Poi lo fece con le canzoni: “Disperato erotico stomp”, “Com’è profondo il mare”, “Grande figlio di puttana”, sono anarchiche e sensuali fughe dal serioso dominio di piombo dei cantautori. La repubblica dei sogni di Dalla si chiama “Banana”, come il disco dal vivo da 500mila copie con lo schivo e snob Francesco De Gregori, convinto dal fricchettone Dalla a salire sul palco di una fortunata tourneé (che i due cantautori hanno provato a replicare nel 2010). Anche l’epica avventurosa e imbrogliona di Manuel Fantoni aveva come sfondo un concerto romano del cantautore bolognese e nelle locandine del film “Borotalco” (grande successo al botteghino per Verdone) il nome di Dalla era più grande di quello del protagonista.

 

 

Persino il successo al cantautore bolognese non importava e ne aveva avuto parecchio con milioni di copie venduti dei suoi dischi, in Italia e all’estero. Dalla era uno dei pochi italiani a farlo con continuità. Nel 1986 “Dallamericaruso” vendette otto milioni di copie in tutto il mondo, il singolo “Caruso” venne ripreso anche da Pavarotti e inciso in trenta versioni diverse. Nel 1990 fu la volta di “Cambio” e della filastrocca scritta da Ron “Attenti al lupo”, un milione e quattrocentomila copie vendute. Nel 1996 l’album "Canzoni" vende oltre 1.300.000 copie, la prima traccia Ayrton è dedicata al pilota scomparso. Senna non era l’unico pilota ad aver emozionato Dalla: “Nuvolari” fu il grande successo del 1976 dell’album “Automobili”, quello scritto dal poeta Roversi.

 

 

Del successo sicuramente ne fece una forza per coltivare i suoi progetti più delicati, senza mai lamentarsi di cali di vendite. Due anni dopo il boom planetario di “Caruso” Dalla tornò nella sua Bologna per aiutare la risalita dell’amico fraterno Gianni Morandi: ne venne fuori l’ennesimo album di successo, “DallaMorandi” (suonato con gli Stadio) e un bilancio di vita autentico e ottimista, «Vita io ti credo dopo che ho guardato a lungo, adesso io mi siedo... con le rughe un po’ feroci sugli zigomi, forse un po’ più stanchi ma più liberi». Tre anni prima di  “Canzoni”, Dalla scrisse “Henna” (1993), un album dolente, che ha inciso meno di altri dischi nella sua carriera e che per questo è ancora tutto da scoprire. Insuccesso di cui Dalla non si è mai lamentato.

Né tanto meno gli interessavano le opinioni degli specialisti, era stimato da tutti forse perché già classico, quasi eterno, ma in fondo per questo anche un po’ sottovalutato. Nella classifica dei 100 dischi “più belli di sempre” della musica italiana stilata il mese scorso dal magazine Rolling Stone il suo omonimo del 1979, “Lucio Dalla” (il suo album più importante, pieno di classici come “Stella di mare”, “Anna e Marco”, “Cosa Sarà” e “L’anno che verrà”) compare solo al 40° posto preceduto da Negramaro, Caparezza, Baustelle, Verdena e dopo Luciano Ligabue, Eugenio Finardi, Carmen Consoli e altri minori. Una lacuna che si colma subito oggi, tra lo stupore e il dolore, perché il peso di Lucio Dalla nell’immaginario popolare italiano è enorme. Di certo nessuno aveva avuto modo di fare i conti con una assenza di Dalla. E non sono pochi quelli che oggi hanno telefonato ai propri genitori per comunicare la notizia, a testimoniare la trasversalità della fama di Dalla. Una popolarità non di stima, ma di ascolto.

Ci sono ora quasi cinquant’anni di carriera da riscoprire. L’esordio nel 1964 al Cantagiro, le origini dell’attività di musicista tra il 1964 e il 1972 con il gruppo “Gli Idoli”, il periodo con il poeta Roberto Roversi tra il 1973 e il 1976, la maturità artistica come autore dal 1977 fino ai successi degli anni ‘90. Poi la fase eclettica degli ultimi anni. Piuttosto che aspettare gli omaggi altrui Dalla aveva deciso di fare il talent scout, lanciando Samuele Bersani, Luca Carboni e il suo storico collaboratore Ron. Aveva aperto una galleria d’arte e fondato una sua etichetta musicale, la Pressing, era autore di colonne sonore per Monicelli, Antonioni, Verdone, Campiotti e Placido. Dopo oltre 40 anni era tornato a Sanremo per accompagnare il giovane cantautore Pierdavide Carone. Un’incursione senza sostanza, dimenticabile un minuto dopo. Ma oggi se ne va un pezzo (allegro) di storia della musica italiana ed è tutta un’altra cosa.
 

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