Editoria: 120 milioni nostri, per i giornali vostri

Centoventi milioni di euro finanzieranno il fondo per l’editoria. Dovevano essere 47 milioni, ma pressioni assai autorevoli hanno portato l’elargizione a ben più del doppio. La bandiera sventolata, come al solito, è quella del “pluralismo”. Un pluralismo che, anche quest’anno, viene contrattato c...

Edicola
2 Marzo Mar 2012 1828 02 marzo 2012 2 Marzo 2012 - 18:28
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La notizia ormai è nota. Il fondo per l’editoria sarà rifinanziato, nuovamente e pesantemente. Doveva scendere a 47 milioni, e invece - grazie all’intervento del sottosegretario Peluffo e alla discreta moral suasion del Colle - sarà di 120 milioni. Tanti soldi, che sembrano tantissimi se pensiamo che sono soldi nostri. Quei 120 milioni diventano poi un peso davvero inaccettabile se si pensa che potevano e dovevano servire per alleggerire il carico fiscale sui lavoratori, le famiglie, le imprese e i consumatori quanto mai depressi.

E invece così non è stato, così non sarà.  Quei 120 milioni andranno ancora a finanziare i giornali, anche quelli di partito e a poco vale la rassicurazione che, questa volta, non basterà la tiratura ma bisognerà certificare i dati di vendita. Vale a poco perché la questione di principio resta: quei soldi, promessi alla causa del pluralismo informativo, aiuteranno in realtà un’industria che continuerà a rinviare ciò di cui ha bisogno, vale a dire una seria cura di ristrutturazione che prenda sul serio che gli scenari sono definitivamente cambiati.

Per essere chiari, noi de Linkiesta.it non vogliamo una lira dallo stato, lo abbiamo scritto nello statuto e i nostri “competitor” non sono quelli che vanno tutti i giorni in edicola, nemmeno se hanno una versione online particolarmente bella e funzionante. Non abbiamo interessi di parte, in questa battaglia, ma solo vorremmo rappresentare interessi diffusi che riguardano tutti i cittadini. Vorremmo discutere di principi che ci paiono razionali e condivisibili, in un momento di prolungata crisi, di fabbriche che chiudono e di imprese che non riescono a ripartire spesso anche a causa della burocrazia e del fisco. 

Non capiamo, né mai capiremo, perché sia interesse dei cittadini contribuenti che parte di quanto producono sia destinata a giornali che dichiarano di stare sul mercato, che tutte le mattine arrivano (o dovrebbero arrivare) in edicola. Il “non interesse” è particolarmente evidente quando ci si trova davanti a giornali che vendono poche migliaia (o centinaia) di copie, che aggregano attorno a sé piccole (o microscopiche) comunità di lettori, che diffondono idee magari bellissime ma che non possono essere protette coi soldi di tutti come si trattasse di specie in via di estinzione fondamentali per l’ecosistema. Non si capisce perché, poi, questi fondi vadano sempre a beneficio di chi già esiste e molto difficilmente a sostegno di nuove realtà editoriali: magari anche online che ritengano di farvi ricorso. 

Discorso non dissimile, per la verità, vale anche per le grandi corazzate dell’informazione, per i giornali che ogni giorno vendono centinaia di migliaia di copie. Anche loro sono finanziati direttamente godendo di diversi contributi diretti e di una fiscalità vantaggiosa. Perché ne hanno bisogno, visto che vendono? Perché negli anni hanno accumulato strutture mastodontiche che i cambiamenti della tecnologia o del clima culturale hanno reso insostenibili. O perché, fin da prima, hanno largheggiato in assunzioni e remunerazioni che, senza che pagasse Pantalone, non sarebbero state immaginabili.

E così, nell’epoca del rigore obbligato e di quello tante volte mostrato dal governo di Mario Monti, ci troviamo alla fine a commentare la decisione di uno stato, di un esecutivo, che consente di rinviare l’appuntamento col rigore (anche doloroso, naturalmente) che serve per prendere sul serio la realtà. E la realtà è quella di un’industria fortemente sovradimensionata rispetto alla sua capacità di mercato. Di un’industria che per stare sul mercato ha bisogno di ridimensionare i suoi numeri e di prendere sul serio quel luogo di informazione che si chiama Internet. 

Qualcuno, arrivati a questo punto, dice sempre che “il mercato” non basterà mai a sostenere i giornali. Non è vero, l’esempio de Il Fatto Quotidiano (ma anche quello della prima stagione di Libero) dimostra che stare sul mercato si può, col coraggio delle proprie idee e la forza delle proprie notizie. Altri obiettano che, col solo mercato, muore il pluralismo, e resteranno solo le testate capaci, in qualche modo, di non ribellarsi ai pensieri dominanti, o forti di un brand ereditato dal passato.

A questo argomento si potrebbe rispondere in molti modi. Ma ci fermiamo a una domanda. Che pluralismo garantisce chi, di anno in anno, deve contrattare col potere politico una “donazione” che pareggi i bilanci, o con quello economico inserzioni pubblicitarie fuori mercato? Domani, sui giornali finanziati dai nostri soldi, cercheremo con attenzione la risposta. 

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