Napolitano si muove e tornano i fondi per l’editoria

Il governo rifinanzia il fondo per l’editoria. Dai 47 milioni di euro finora previsti per il 2012, si passa a 120. Fondamentale l’impegno del sottosegretario Peluffo e, raccontano, del presidente della Repubblica. Intanto a Palazzo Chigi si studia un nuovo sistema per l’assegnazione dei contribut...

Quotidiani
2 Marzo Mar 2012 1548 02 marzo 2012 2 Marzo 2012 - 15:48
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Gli operatori del settore avevano chiesto 160 milioni di euro. Il governo ha deciso di stanziarne 120. È con questa cifra che secondo le rassicurazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Peluffo l’esecutivo finanzierà il fondo per l’editoria per il 2012. Un’integrazione importante, rispetto ai 47 milioni finora previsti. Che «lascia un po’ di ossigeno ai tanti quotidiani che ancora rischiano di chiudere» raccontano con soddisfazione dal sindacato dei giornalisti.

Da dove arrivano i nuovi fondi? Almeno 50 milioni di euro provengono dal fondo di emergenza della presidenza del Consiglio dei ministri, come aveva anticipato qualche mese fa l’ex sottosegretario Carlo Malinconico. L’operazione sarebbe già stata autorizzata dal sottosegretario alla Presidenza Antonio Catricalà. Altri 23 milioni saranno recuperati con risparmi interni dell’amministrazione. Brevi i tempi di approvazione: con ogni probabilità il decreto arriverà in Consiglio dei ministri entro le prossime 3-4 settimane.

Salve, almeno per ora, le circa cento testate locali e nazionali che secondo le stime della Federazione stampa rischiavano di sospendere le pubblicazioni in breve tempo. Giornali di partito, ma anche cooperative e organi di informazione di minoranze linguistiche e di comunità italiane all’estero. Realtà come Il Manifesto, La Padania, Il Riformista, Il Foglio. «Una perdita di almeno 4mila posti di lavoro tra giornalisti, poligrafici e tutto l’indotto».

Raccontano che per il rifinanziamento del fondo per l’editoria sia stato fondamentale l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Negli ultimi tempi il Quirinale si sarebbe direttamente interessato alla vicenda. Va letto in questo senso il recente appello del Capo dello Stato, la lettera dello scorso novembre in cui Napolitano esprimeva la preoccupazione per i tagli al comparto e il conseguente rischio di «mortificazione del pluralismo dell’informazione».

Ma il protagonista della trattativa è stato il sottosegretario Paolo Peluffo. Da quando lo scorso gennaio ha ricevuto le deleghe in materia di editoria è lui a rappresentare il governo nel difficile negoziato. «È vero - confermano quasi con fastidio da un altro ministero - gestisce tutto in prima persona». Una figura che sembra aver messo tutti d’accordo. «Peluffo? Una persona sensibile al problema» raccontano dalla Federazione stampa. Difficilmente potrebbe essere altrimenti. Capo dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio durante l’ultimo governo Prodi, a cavallo degli anni Ottanta e Novanta Peluffo ha lavorato come giornalista al Messaggero. «Sicuramente non è un esterno - sorride un giornalista che ha seguito il confronto con il governo - come d’altronde non lo era il suo predecessore Carlo Malinconico (l’ex sottosegretario già presidente della Fieg, la Federazione editori giornali, ndr)».

La partita non è chiusa. Dopo l’incremento del fondo per l’editoria, adesso sul tavolo di Peluffo c’è la riforma del sistema. Un nuovo regolamento per rivedere i criteri di assegnazione dei contributi. Per modificare l’impianto c’è tempo fino al 31 dicembre 2014, come previsto dalla manovra del governo Monti. Eppure già nel decreto che sarà approvato entro marzo dovrebbero esserci alcune indicazioni.

Almeno due le grandi novità. Per richiedere i fondi non sarà più sufficiente fornire i dati relativi alla tiratura di ogni testata, ma bisognerà dimostrare le reali vendite in edicola. Fondamentale, poi, sarà la forza lavoro di ogni redazione: tra giornalisti - assunti con regolari contratti - e poligrafici. Un regolamento improntato alla maggiore trasparenza. Necessaria, come spiegano dalla Fnsi, anche per «fare pulizia» e tagliare i contributi a tutti i giornali «finti». «Quelli che non vendono nulla e non possono stare sul mercato». Il tutto a salvaguardia delle tante testate «che lavorano sul territorio, ma essendo troppo piccole non riescono a raccogliere la pubblicità necessaria per far quadrare i conti».

Per alcune realtà la soluzione potrebbe essere rappresentata dal passaggio a internet. Chi ha incontrato Peluffo racconta che il governo potrebbe proporre una serie di incentivi per le testate che si trasferiranno dalla carta alla rete. «Ci stiamo ragionando - spiegano i rappresentanti dei giornalisti - Anche se questo vorrebbe dire ridurre di molto la forza lavoro». Almeno il pluralismo dell’informazione sarebbe salvo.  

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