Guerra ai paradisi fiscali e ai ricchi: così Obama si sposta a sinistra

Obama vuole tassare i profitti che le multinazionali americane fanno all’estero. Si tratterebbe di tassare circa 1,5 migliaia di miliardi di dollari che le aziende americane non reimpatriano per mantenerli esentasse in qualche paradiso fiscale. Non solo. La seconda parte del piano di Obama è la f...

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4 Marzo Mar 2012 1737 04 marzo 2012 4 Marzo 2012 - 17:37
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Il Congresso americano ridiscuterà la Corporate Tax, il presidente Obama e il suo probabile sfidante, il repubblicano Mitt Romney hanno due piani concorrenti in materia fiscale. Nella sostanza con il piano di Obama si tratterebbe di tassare i profitti che le multinazionali americane fanno all’estero. Tutto in nome della riduzione dell’enorme debito pubblico americano. Ancora una volta da oltreoceano arrivano ricette per far fronte alla crisi totalmente opposte a quelle della vecchia Europa guidata dalla Germania.

Il piano di Romney, a detta dei suoi consiglieri, punterebbe ad abbassare complessivamente le tasse del sistema fiscale americano sperando in maggiori introiti per non pesare sul deficit: abbassiamo le tasse a tutti e avremo meno evasori. A meno di nuove precisazioni, si tratta sempre della stessa politica fiscale repubblicana da Reagan in poi, basata tra le altre cose sulla curva di Laffer, così come il taglio delle tasse ai ricchi voluto da G.W. Bush. Il presidente Obama, invece sembra avere le idee più chiare.

Il progetto di legge voluto da Obama punterebbe ad abbassare il tetto della tassazione fiscale per le imprese, dal 35% al 28%, e a imporre un’aliquota minima sui profitti detenuti all’estero. Si tratterebbe di tassare circa 1,5 migliaia di miliardi di dollari che le aziende americane non reimpatriano per mantenerli esentasse in qualche paradiso fiscale. Soldi che non solo non finiscono nelle casse del Tesoro ma che le aziende non possono utilizzare nel mercato americano né per acquistare nuove imprese né per produrre investimenti e nuovi posti di lavoro. Tenere i soldi in un paradiso fiscale di fatto viola il principio della territorialità della tassazione che prevede che i profitti siano tassati laddove sono guadagnati, quindi non potrebbero essere tassati due volte. L’idea del presidente Obama di imporre comunque un’aliquota minima di tassazione sui profitti esteri farebbe sì che o lo stato americano o uno stato estero ricevano comunque il loro contributo di legge.

La questione cruciale riguarda l’aliquota da imporre, che gli analisti della Brookings giudicano al di sotto del 20% per restare in linea con gli altri paesi industrializzati, anche se le lobby potrebbero spingere al ribasso, per adottare le misure più vantaggiose prendendo ad esempio la tassazione irlandese, che è al 12,5%. Si tratta comunque di introdurre misure che impediscano alle aziende di mantenere i loro profitti laddove non potranno mai essere tassati. Una sorta di chiamata alla responsabilità che dovrebbe investire anche le grandi aziende del mercato energetico (gas e petrolio) e le cosiddette private equity ossia il mercato degli investitori istituzionali.

La seconda parte del piano di Obama è la famosa “regola Buffet” dal nome del suo ricco promotore Warren Buffet: tassare almeno di un 30% il patrimonio di quei cittadini americani che guadagnano oltre 1 milione di dollari all’anno. La presenza di Warren Buffet affianco alla first lady Michelle Obama durante il discorso sullo Stato dell’Unione non era passata inosservata.“Benvenuti negli Stati Uniti dell’invidia” così un commentatore del Financial Post, aveva bollato il discorso in cui il presidente tracciava le linee guida della sua campagna elettorale per ottenere il secondo mandato. L’accusa a Obama era quella di aver trasformato la base del sogno americano: “Gli Stati Uniti sono la terra del coraggio e delle libertà fin quando nessuno fa molti più soldi del proprio vicino”. Il commentatore se la prendeva sia con la presenza di Warren Buffet sia con l’idea di “punire” la ricchezza, espressione di una classe media invidiosa e rancorosa.

Con questa riforma fiscale, tuttavia, non si tratta soltanto di dire alla classe media “si può fare”. Il piano di Obama punta a sanare un’anomalia grossa come il famoso elefante rosa nella stanza: una tassazione nazionale che si abbasserebbe dal 35 al 28% aumentando le tasse invece per chi oggi non paga nulla tenendo i soldi all’estero. Dopo il giro di vite sull’insider trading e l’evasione fiscale, sembra ancora lunga la lista con cui Obama, dopo i grandi salvataggi delle banche dei primi anni del suo mandato, sta dicendo a Wall Street di cominciare a giocare secondo le regole, le sue regole. 

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