Per salvare Fincantieri ci vuole una politica industriale

L’azienda navalmeccanica di stato Fincantieri versa in una crisi profonda e soffre di problemi di sovradimensionamento. Chi compete a livello internazionale invece è Saipem, controllata di Eni, che si occupa di attività estrattive, in particolare offshore e nel 2011 ha investito 1,19 miliardi di ...

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4 Marzo Mar 2012 1220 04 marzo 2012 4 Marzo 2012 - 12:20
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Messe Frankfurt

La settimana scorsa Saipem ha stretto un accordo strategico con Drydocks World, il ramo navalmeccanico di Dubai World, colosso finanziario e industriale dell’emirato. Saipem è una controllata di Eni (col 42%, parte del capitale è flottante), che si occupa di attività estrattive, in particolare offshore, 

Per queste attività, che svolge in tutto il mondo, utilizza naturalmente un impressionante numero di mezzi navali e affini – nel 2011 ha investito 1,19 miliardi di euro, di cui buona parte in operazioni navalmeccaniche – realizza componentistica in house (ad Arbatax) e ha costanti rapporti con diversi cantieri navali sparsi per il mondo, anche in Europa (Finlandia, Olanda, Norvegia). Da qualche mese a questa parte, tuttavia, la strategia dell’azienda di San Donato Milanese sembra quella di allacciare partnership più strette con fornitori di servizi navalmeccanici: è avvenuto lo scorso autunno coi russi di United Shipbuilding Corporation e pochi giorni fa con Drydocks World. In questo caso l’accordo, che ha durata biennale e prorogabile e stabilizza una collaborazione di lunga data, prevede la cooperazione, a partire dalla fase concettuale, su vari progetti riguardanti la costruzione, la riparazione e la conversione di nuove navi, attrezzature offshore, FSOs e FPSOs (floating storage and offloading unit e floating production, storage and offloading).

Drydocs World (Dubai Shipyard) AMDrydocks World a Dubai
Offshore Platform At Drydocks World AMPiattaforma offshore ai Drydocks World a Dubai

Con l’azienda navalmeccanica di Stato Fincantieri, cui ha in passato affidato diverse commesse, Saipem sembra aver invece interrotto i rapporti, dopo che a fine 2010 i lavori sulla piattaforma Scarabeo 8 furono spostati, in corso d’opera, dalla Fincantieri di Palermo ai norvegesi di Westcon. Il che, in un’ottica di politica industriale nazionale, appare quantomeno peculiare, tanto più che l’azionista di controllo di Saipem e Fincantieri è il medesimo (per la prima attraverso Eni, per la seconda mediante Fintecna), cioè il Ministero dell’Economia. Senza dimenticare la crisi profonda in cui versa Fincantieri, per la cui soluzione non si può certo credere in buona fede che servano, al di là delle alchimie semantiche dei sindacati, autocommesse di chiatte da 10-15 milioni, come quella con cui si è recentemente gettata acqua sul fuoco di Sestri Ponente.

Quello che sarebbe davvero interessante capire è perché in Italia non si sia riusciti a coordinare le attività di due aziende, peraltro entrambe statali e in grado di competere con successo a livello mondiale negli ultimi anni (gli attuali problemi di Fincantieri sono in estrema sintesi di sovradimensionamento), in modo da massimizzarne il potenziale rapporto di cliente-fornitore. Come è stato cioè possibile che, mentre Saipem si affermava internazionalmente come uno dei più importanti contractor al mondo nell’industria dell’estrazione offshore (i risultati provvisori del 2011 parlano di fatturato in crescita del 12,8% a 12,5 miliardi di euro, con un incremento del 9,1% nei ricavi a 921 milioni di euro e indebitamento in calo), l’azienda navalmeccanica nazionale non abbia giocato di sponda con lo sviluppo, se non marginale, di competenze e strutture cantieristiche complementari, preferendo invece focalizzarsi su altri settori (navi passeggeri e militare)? 

Castoro Sei (Saipem) FBCastoro sei di Saipem
FPSO Firenze (Saipem)Fpso Firenze di Saipem

E – domanda ancor più importante – ora che è emerso che il mercato di questi settori è divenuto troppo stretto e competitivo per occupare appieno stabilimenti e maestranze di Fincantieri (meno di 10 giorni fa la Royal Navy ha scelto i coreani Daewoo per una commessa da 450 milioni di sterline), c’è ancora il tempo e il modo di creare le suddette sinergie? Vi si sta lavorando?

Lungi da noi rinverdire i tempi delle inutili commesse di Stato (restando in tema, basti ricordare il disastroso esempio dei traghetti veloci ordinati a Fincantieri da Tirrenia negli anni Novanta), non sarebbe tuttavia il caso di affrettarsi a tornare ad occuparsi di politica industriale, come stanno facendo altri paesi e come lo stesso Mario Monti auspicava già due anni fa? Ammesso di essere ancora in tempo, una risposta a queste domande – da Eni-Saipem e Fincantieri non ce ne sono arrivate – appare urgente.
 

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