Record di tasse e niente tagli, Monti fa come gli altri

Innalzando la pressione fiscale oltre il 45%, non è stata salvata l’Italia, bensì lo Stato italiano, inteso come struttura, apparati, capacità di spesa e relativo potere esercitabile, scrive Enrico Zanetti, direttore di Eutekne.info. Senza una pari “feroce” lotta alla corruzione e agli sprechi co...

Mario Monti Eu
14 Marzo Mar 2012 1131 14 marzo 2012 14 Marzo 2012 - 11:31
Messe Frankfurt

Uno squarcio nel muro di omertà istituzionale che si è eretto negli ultimi mesi su temi come pressione e oppressione fiscale. Questo rappresentano le dichiarazioni rese l’altro giorno dal presidente della Corte dei conti e dal Garante della privacy.

Il presidente della Corte dei conti ha sottolineato come la pressione fiscale sia destinata a superare il 45%, polverizzando ogni precedente record del nostro Paese (43,7% nel 1997) e ponendoci ai primissimi posti delle graduatorie mondiali. Per la precisione, la pressione fiscale dovrebbe attestarsi nel 2012 al 45,15; nel 2013 al 45,70% e nel 2014 al 45,54 per cento. In realtà, causa le revisioni al ribasso delle stime di crescita del Pil, è altamente possibile che, in assenza di correttivi, già dal 2013 si possa superare la soglia del 46 per cento. Guardando agli altri Paesi europei, troviamo ormai davanti a noi solo la Svezia (46,34%), il Belgio (46,40%) e la Danimarca (48,53 per cento). Staccati, alcuni addirittura surclassati, tutti gli altri. Ancora oggi, per i cittadini italiani, questi sono poco più che numeri del lotto.

A parte gli aumenti delle accise sui carburanti e, con le buste paga di questo mese di marzo, la presa di coscienza degli effetti dell’aumento retroattivo delle addizionali all’Irpef, la gran parte dell’aumento delle tasse ha ancora da produrre i suoi drammatici effetti. Il clou è previsto da giugno in avanti, quando, tra Imu ed aumento dell’Iva, gli italiani sborseranno oltre 14 miliardi di tasse aggiuntive e vedranno all’opera anche gli ulteriori, quanto inevitabili effetti inflazionistici sui consumi.

Sarà allora che capiranno come non è stata salvata l’Italia, bensì lo Stato italiano, inteso come struttura, apparati, capacità di spesa e relativo potere esercitabile: tutte cose rimaste sostanzialmente invariate, rispetto allo status quo ante crisi. E, d’altro canto, è indubitabile che una lotta all’evasione, condotta in un contesto ove manca palesemente una pari “feroce” determinazione nella lotta alla corruzione e agli sprechi, non costituisce una battaglia di legalità (perché, evidentemente,m il punto non è la legalità), ma una mera battaglia per accaparrarsi le risorse necessarie a garantire lo status quo, a tutto vantaggio di chi dispensa lezioni di educazione civica e senso dello Stato con stipendi assai più elevati di quelli erogati da altri Paesi ai loro “servitori dello Stato”. Proprio sulla lotta all’evasione si è soffermato il Garante della Privacy, sottolineando come alcune norme introdotte per combattere l’evasione fiscale siano prive di riscontri in altri Paesi europei e tali da mettere a rischio l’assetto democratico del Paese.

È proprio così che stanno le cose. E il problema, ancora una volta, non è tanto che, di fronte alla gravità del fenomeno, si sia scelto di ricorrere a misure oggettivamente eccezionali e tali da trasformare il cittadino in un suddito che confida nell’equanimità del sovrano che lo controlla e giudica, quanto il riscontro che solo ed esclusivamente sul fronte dell’evasione fiscale si è ritenuto di intervenire con questa intensità.

Stupefacenti anche alcune reazioni a queste dichiarazioni del Garante della privacy. Un sindacalista equilibrato e intelligente come Raffaele Bonanni, ad esempio, ha detto che secondo lui le norme contro l’evasione andrebbero semmai intensificate ulteriormente. In altre parole, la stessa persona che, sul fronte dell’articolo 18, pur di tutelare i lavoratori onesti, preferisce correre il rischio di avere una norma che talvolta finisce per tutelare anche chi se ne approfitta, quando passa a parlare di evasione fiscale ritiene insufficienti norme che già ora consentono una trasparenza assoluta e la possibilità di riscuotere ed escutere il cittadino anche in pendenza di giudizio di primo grado.

Per il direttore dell’Agenzia delle entrate, invece, il problema non si pone: l’amministrazione finanziaria si limita ad applicare le norme proposte dal governo e votate dal parlamento. Risposta ineccepibile dal punto di vista formale. Se però consideriamo che, dal 2008 in avanti, al crescere delle difficoltà del bilancio dello Stato, sempre più i governi hanno affidato il confezionamento per loro conto delle norme in materia di riscossione e accertamento ai tecnici di Equitalia e dell’Agenzia delle entrate, forse una replica un po’ più nel merito della critica non sarebbe stata male.
 

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