Se ne sono andati (anche l’inventore dell’arca di Noè)

Moebius (Jean Giraud), grande disegnatore francese, aveva una fantasia originaria, anche disorganizzata, e sputava caratteri e forme non ripetibili. E a ripetizione. Ralph McQuarrie ha giocato con la fantastoria e la fantascienza. A lui gli appassionati di cinema devono molte visioni del futuro e...

Jacchia 1
18 Marzo Mar 2012 1010 18 marzo 2012 18 Marzo 2012 - 10:10

Moebius (Jean Giraud)

(8 maggio 1938 – 10 marzo 2012)

Francese, nato vicino a Parigi (a Nogent sur-Marne), diventato grande con i nonni (perché figlio di divorziati), con un nome d’arte e di fantasia tedesco-latino: ecco lo schizzo sommario di uno dei più inconfondibili disegnatori del Novecento. Un artista vero, che aveva incantato anche Federico Fellini.

Moebius aveva il talento del pittore, dello scenografo, dello scrittore, del regista. Il tutto sintetizzato nell’arte del racconto a “fumetto”. Una forma d’immaginazione, con relativi set, ciak, location, e montaggio, che può nascere molto presto: da bambino, Jean disegnava cow-boy e indiani. Federico Fellini era anche lui partito (e non avrebbe mai smesso) con disegni, vignette, avventure, e ‘comici’. Succede – ai rari registi di una propria fantasia sconfinata – di centrare, a un certo punto, il proprio “eroe”, che in genere non ha niente di divino, ma diventa un esemplare unico di mitologia umana.
Negli anni in cui Fellini aveva ridisegnato Marcello Mastroianni (in 8 e ½ e nella Dolce vita) Moebius dava vita a Blueberry e alle sue avventure. Un secolo dopo la guerra di Secessione americana (sudisti contro nordisti), in Francia, nel 1963, un fuggitivo dall’esercito unionista – Blueberry – si faceva leggere, guardare, seguire, nel suo tratto fumettistico e molto serio. Era un americano che sceglieva la sua vita, molto all’Ovest, fuori dalla legge, ma senza l’attitudine, scontata, del fuorilegge. Era, oltre a tutto, un uomo con tratti di compassione verso i suoi nemici (indiani, eccetera).

Il western di Moebius, disegnato benissimo, aveva già qualche carattere dei western cinematografici – sanamente revisionisti, dove i nativi erano le vittime – che registi e produttori avrebbero lanciato. Da Soldato blu, in poi. All’artistically correct (nel senso più libero dell’espressione), Moebius – nome tratto da un antico matematico tedesco – sarebbe arrivato dopo brevi esperienze nella pubblicità e nella moda. I suoi primi disegni li faceva a 18 anni. Ripeteva che qualsiasi cosa, o personaggio, facesse “non c’era premeditazione”. Ma che gli “succedeva”. Un altro tratto felliniano: una fantasia originaria, anche disorganizzata, ma che poi sputava caratteri e forme non ripetibili. E a ripetizione. Nel tempo in cui Fellini rivedeva Roma antica come un pianeta a parte (quello di Satyricon), Moebius preparava il set disegnato e desolato del suo Arzach. Come spesso in Fellini, il punto era incrociare l’eros, la vita, la finzione, e, ogni tanto l’horror. Ma senza enfasi. I disegni di Moebius, quelle storie, si raccontano come dei sogni. Alla lettera: c’è una trama che si sovrappone a un’altra, con apparizioni, e caratteri improvvisi. “Fumetti’ di ragionamenti, tratti, smorfie, dentro a costumi e ruoli fantastici. Senza arrivare a niente di definitivo, avrebbe collaborato con i registi Alejandro Jodorowsky e Ridley Scott: con quest’ultimo preparava i disegni preliminari per Alien. Moebius è stato anche paragonato a Escher, e ha insegnato qualcosa a tutti gli artisti del fumetto: americani e giapponesi in particolare. E Fellini lo ha nominato in diretta, col suo nome, travestendolo in un personaggio del suo Casanova: lo scienziato-entomologo Moebius, appunto. Peccato che Moebius non abbia pensato di ridisegnare quel gran film a modo suo.

 

Ralph McQuarrie

(13 giugno 1929 – 3 marzo 2012)

Di Gary, Indiana, illustratore per il cinema di Hollywood: di personaggi, e scenografie universali. Dove l’universo era quello vero, extraterrestre. E dove il tempo viene spostato molto in avanti dall’immaginazione artistica.

Per Ralph McQuarrie è stata usata una sintesi che colpisce: “responsabile futurista” di ambienti, costumi e caratteri di una cinematografia di genere molto specifica. La si chiama fantascienza, o fantastoria, o fantavventura, ma il termine-madre di tutto resta “futuro”, con i suoi derivati. Qualcosa, cioè, di infinitamente libero da disegnare. Ogni disciplina ci prova: la geopolitica, la letteratura, i credi religiosi, certe filosofie. Un caravanserraglio “fantastico” di ansie e di speranze. Il cinema, arte visiva per definizione, produce registi adatti, in grande, al tema (Spielberg, Lucas eccetera), e loro riescono a scovare – soprattutto a Hollywood, ma anche gli italiani sono forti negli effetti e nei personaggi speciali – ogni tanto i loro migliori pittori “futuristi”.

Mc Quarrie è stato – in sintesi – l’artista di Guerre stellari, E.T., e, in una parte minima ma fondamentale, dei Predatori dell’arca perduta. Si parla di kolossal che hanno abbacinato il mondo (con quei “futuri” sapientemente travestiti con echi di passato, e rimandi religiosi o visionari), di “cassetta” senza fine, di premi Oscar previsti, e assegnati, ogni tanto. Parlando di Guerre Stellari, e della nascita di due suoi protagonisti – Chewbacca e Dark Vador – Ralph non poteva fare a meno di ripassare i ricordi del suo fanco a fianco con George Lucas, il regista: «Lo script era talmente frammentario che George continuava a rifarlo». L’immaginazione di McQuarrie aveva un che di certo e di decisivo: una volta disegnate le astronavi di Incontri ravvicinati del terzo tipo, e di E.T. (Spielberg regista), non potevano essercene altre. Aveva un occhio ben esercitato sul futuro nei cieli (entro e oltre l’atmosfera): dai 20 ai 30 anni, aveva lavorato nel settore del design industriale della Boeing e creato un cartone animato per il programma spaziale Apollo. Milioni di persone, per cui la mistica coincide con una seria e non facile avventura, gli devono il disegno dell’Arca dell’Alleanza, nei Predatori dell’arca perduta (sempre Spielberg). È morto a Berkeley, California, a casa sua, e come memoria affettuosa si può immaginare come avrebbe illustrato un botta e risposta di questo tipo. Realmente avvenuto, pochi giorni fa, nella vita cosiddetta normale. «Come stai?», chiedeva al telefono un grande antiquario inglese (cioè qualcuno che lavora col passato) a un amico italiano. Risposta: «Cerco di cogliere il presente restando un uomo del futuro».

 

Lawrence Anthony

(17 settembre 1950 – 2 marzo 2012)

Un «amico degli animali» nel senso meno vieto del termine. Una persona che «ha giocato il ruolo di Noè» (così è stato scritto) nella piena alluvionale di guerre contemporanee e di massacri continentali. In Africa, in Iraq, oggi.

È morto giovane, a 61 anni, a Johannesburg, la sua città: un sudafricano – figlio di un minatore emigrato dalla Scozia – alto, largo, con una barba semipatriarcale, e un’espressione che “respirava” avventure difficili, originali, ma aperte a esiti non prevedibili. È morto per cause non precisate, e suo figlio Dylan ha ricordato che qualche elefante aveva l’abitudine di avvicinarsi amichevolmente alla loro fattoria, praticamente ogni sera. Dalle riserve dove scorazzavano, liberi, da una decina d’anni. Quella visita, e quel clima, potrebbero essere una specie di insegna della più celebre spedizione protettiva di Lawrence Anthony. E senz’altro la prima, zoofila in grande stile, del Ventunesimo secolo. Nel marzo del 2003 – quando gli Stati Uniti e i loro alleati facevano la guerra all’Iraq, invadendolo – aveva letto che il giardino zoologico della capitale era il più grande del Medio Oriente. Si era informato velocemente sui disastri collaterali all’incrocio delle armi, giudicandoli centrali anche loro: scempi archeologici, e soprattutto abbandono e morti progressive di tutte quelle specie, finora privilegiate, entro quel giardino, e rispetto alla rovina umana circostante.

Arrivava a Baghdad dal confine kuwaitiano, insieme a un veterinario, e sulla scia dei soldati americani. La scena immediata dello zoo, e i suoi interni, erano popolati di carcasse, il cielo più basso, di grumi di mosche e uccelli “da spazzatura”. Dei 650 animali che erano stati importati piccoli, e lì beatamente cresciuti, ne restavano vivi 35. Per lo più leoni, tigri, e un orso bruno (l’unico nato in Iraq). Poche scimmie, insieme a una giraffa, erano scampate a una caccia carnivora: fra gli orrori della guerra, c’era anche la fame degli iracheni. Sei mesi dopo, Lawrence poteva dire di aver fatto tre mestieri in uno: il salvatore di 35 vite che tutto sommato ci assomigliano (altrimenti Fedro ed Esopo avrebbero sprecato il loro talento in fesserie), l’architetto, nella peggiore condizione, di una parte di un ambiente umano devastato, l’uomo capace di relazioni personali mirate. Una specie di Noè che, ancora fuori dall’arca, riusciva a convincere tipi umani fra i più sbandati a collaborare all’opera in questione: lo avrebbero infatti aiutato tanto qualche soldato degli Stati Uniti, quanto un po’ di ex soldati della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein. Avrebbe anche scritto un libro – nel 2007 – con un titolo sapiente, da Bibbia, da favola, da Storia, da film, e da documentario: Babylon’s Ark: The Incredible Wartime Rescue of the Baghdad Zoo. Tre anni dopo, nel 2006, in pieno cuore dell’Africa – nella Repubblica democratica del Congo – i capi della ribellione antigovernativa – già giudicati “criminali di guerra”, che arruolavano bambini-soldati – si sarebbero arresi di fronte a Lawrence almeno su un punto: non ammazzare i rari rinoceronti bianchi di quella zona senza più confini. Una specie quasi in estinzione, oltre che una particolare manifestazione di vita, negli orrori della guerra.

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