La dinastia Degennaro, chi sono gli imprenditori amici di Emiliano

A inguaiare il sindaco di Bari sono i suoi rapporti con la famiglia di imprenditori pugliesi proprietari della Dec. Considerati i Matarrese del terzo millennio, una di loro, Annabella, era in giunta con Emiliano mentre un altro, Gerardo, è consigliere regionale dei democrats. Coinvolti in varie v...

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20 Marzo Mar 2012 1005 20 marzo 2012 20 Marzo 2012 - 10:05
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A Bari, le cozze pelose ricevute in dono dal sindaco Emiliano pare fossero incastonate in uno scoglio provvisorio. Gigantesco e subacqueo: una piattaforma rocciosa, omertosa ed asservita – grande quasi quanto un’intera area metropolitana (stesso cadeau sarebbe giunto infatti alla presidenza del Consiglio Regionale Pugliese). Nella rete di relazioni e conflitti d’interessi, oggi spicca la famiglia Degennaro: capitani d’impresa con la passione per la politica attiva, coinvolti a vario titolo nell’inchiesta “Sub Urbia”. Agli arresti domiciliari, dallo scorso 13 amrzo, ci sono gli imprenditori Daniele e Gerardo De Gennaro, proprietari della “Dec”: si ipotizza che nell’aggiudicarsi le gare d’appalto per la realizzazione dei parcheggi baresi abbiano goduto di coperture e complicità di taluni dirigenti comunali. Il primo è presidente regionale di FederAlberghi, il secondo è in maggioranza in Regione con Vendola. Ottanta gli indagati nella stessa indagine, tra cui Nitti, ex direttore dell’ufficio tecnico comunale, Curcuruto, direttore del settore urbanistica del Comune, Russo, dirigente delle politiche per lo sviluppo per la Regione, Contessa, direttore dei lavori del centro direzionale, Corona, direttore tecnico della Dec. Rappresentano i nuovi “gattopardi” del Tacco d’Italia, fiere bramose di immobilismo e affari di cui ora proviamo a ricostruire la vicenda «finalizzata al perseguimento del massimo profitto in danno degli interessi della collettività», come scrive la Procura della Repubblica.

La società (in)civile. Secondo Fittipaldi de l’Espresso, proprio la temperie di crisi del consenso dei partiti tradizionali avrebbe garantito la rapida ascesa politica di personaggi che – fino a ieri – sarebbero stati etichettati come “outsider”. Siamo evidentemente al cospetto di un salto di qualità: non più la politica ostaggio dei furbetti del mattone, ma l’imprenditoria che si mette al volante della macchina amministrativa. «Soprattutto nelle zone dove la disoccupazione è alta – ammette il giornalista – chi fa giare un po’ di soldi e manodopera è visto come il salvatore della patria». Nel barese, i Degennaro sarebbero considerati i Matarrese del Terzo Millennio (parentesi: questi ultimi sono i “padroni” del laterizio sull’Adriatico, si sono infiltrati in svariati partiti di marca moderata ma oggi paiono ormai lontani dai fasti del passato). Divisi equamente tra destra e sinistra, in città “fanno il bello e il cattivo tempo”. La ventottenne sorella di Gerardo, Annabella figlia di Vito, era stata nominata assessore “alla città turistica e al lavoro” da Emiliano. Che precisa: «un curriculum di ferro e non è accusata di niente. Ma è stato un errore, anche se in buona fede. Sarei stato così fesso da espormi facendo assessore una con quel cognome se davvero avessi avuto qualcosa da nascondere?».

La vocazione imprenditoriale. «Il gruppo ha investito nel settore dei lavori pubblici e dei servizi nella stessa area. È proprio in questo campo che, grazie al consolidamento delle attività messe in piedi dal figlio del fondatore (il Cavaliere di Gran Croce Emanuele Degennaro, ndr), Dec si è guadagnata il primato tra le società italiane di costruzione». Oggi ha raggiunto un traguardo importante: è la prima società al Sud quanto a fatturato. Il sito aziendale riassume per sommi capi la storia recente della dinastia edile del Tavoliere: come ogni grande famiglia che si rispetti, si noti il refuso onomastico nel cognome. Talvolta hanno il “de” attaccato, altre volte i cronisti lo tengono ben separato dal patronimico “Gennaro”. L’albero genealogico del gruppo è assai attorcigliato, come tronco di olivo secolare: comprendere al meglio l’intrecciarsi di rami e contestazioni è impresa tutt’altro che semplice. La famiglia incarna i valori del tipico casato meridionale, eclettico e ben introdotto: un altro ramo dello stesso fusto è implicato in faccende poco chiare su cui la magistratura, a partire dalla scorsa estate, tenta di far luce. 

Il codice etico. Trai documenti della holding “con sede legale a Milano e sede operativa a Modugno”, spicca il disatteso honor code che, sotto la rubrica “Relazioni con gli interlocutori esterni”, ex art. 6 comma 3 del decreto legislativo 231 del 2001, impone che: «i rapporti dell’impresa con qualsiasi interlocutore devono essere condotti in conformità alla legge e nel rispetto dei principi di correttezza, trasparenza e verificabilità. Non è ammessa alcuna forma di regalo che possa anche solo apparire come eccedente le normali pratiche commerciali o di cortesia, o comunque rivolta ad acquisire trattamenti di favore». Inoltre «nei confronti di rappresentanti o dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono vietate la ricerca e l’instaurazione di relazioni personali di favore, influenza, ingerenza idonee a condizionare, direttamente o indirettamente, l’esito del rapporto». Oggi il tutto suona sarcastico, eppure si tratta dell’autentico Code of Ethics. C’è da dire che, nel comma successivo, se la cavano con la clausola generale del “modico valore”: i mitili resterebbero dunque esclusi dalle linee guida anticorruzione, ma tutto dipende dalle quantità.

La “cricca” del capoluogo. Il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, ed i sostituti Renato Nitti e Francesca Pirrelli, nella richiesta di misura cautelare sostengono che «le numerose condotte illecite accertate hanno favorito il gruppo imprenditoriale della famiglia Degennaro che gode del totale asservimento di diversi pubblici ufficiali per aggiudicarsi le gare per la realizzazione di opere pubbliche e gli affidamenti di concessioni. Di contro pubblici ufficiali infedeli hanno tratto, da questo rapporto, utilità personali in violazione dei principi di probità, imparzialità e trasparenza». Secondo gli inquirenti, lo strapotere della famiglia avrebbe condotto alla cooptazione di vertici della struttura amministrativa, di fatto alle dipendenze dell’azienda, tanto che le riunioni operative pare si tenessero addirittura nei locali degli uffici comunali: tutto formalizzato nelle 486 pagine del provvedimento restrittivo notificato agli imprenditori ed ai loro sodali. Recentemente sono stati realizzati un centro direzionale al rione San Paolo e i due parcheggi interrati di piazza Giulio Cesare e Cesare Battisti: proprio quest’ultimo sarebbe la pietra dello scandalo.

Il pacco per Emiliano. Il sindaco di Bari, intervistato da Curzio Maltese, riferisce di essere in buona fede e rimprovera a se stesso di aver sottovalutato le raccomandazioni di chi gli suggeriva di guardarsi dall’amicizia interessata dei Degennaro: in città molti sapevano. Questo è lo sbobinato di una intercettazione telefonica: «Occorre – spiegava un terzo a Degennaro – che tu a Michele (il sindaco di Bari, ndr) gli faccia capire che tu gli amici li prendi mano a mano fino a quando ti fa comodo e ci fa comodo...». Sul sito istituzionale del Consiglio Regionale, Gerardo De Gennaro si descrive così: «Figlio di imprenditori, dopo la maturità tecnica, ha continuato la tradizione di famiglia impegnata nel settore delle costruzioni. Eletto nella circoscrizione di Bari per la lista del Pd, è alla sua prima esperienza in Consiglio». Nel Partito Democratico si affannano oggi a scaricare i reprobi ed il segretario regionale Blasi – da sempre antagonista dell’ingombrante Emiliano – sbotta: «Basta con l'ipocrisia, più pelosa delle cozze. Emiliano era diventato la maschera di gruppi di interesse», ma scorda che il corruttore milita nel suo stesso partito (ma si è autosospeso, nel frattempo).

La Dec ha fatto uscire una nota in cui si legge: «Le vicende giudiziarie che stanno interessando il Gruppo Degennaro impongono un momento di riflessione su quello che il gruppo ha rappresentato e rappresenta per la città e per l’intero territorio nazionale (…) Fiduciosi nell’operato della magistratura siamo convinti di aver agito, anche nei fatti oggetto di attenzione e di indagine, nel massimo rispetto della legalità e dell’interesse collettivo. Gli imprenditori e i dirigenti del Gruppo De Gennaro sapranno sicuramente dimostrare la loro estraneità ai fatti contestati con grande serenità e forti della certezza di poter continuare a operare per il futuro nella loro azienda. Il Gruppo De Gennaro continuerà, comunque, ad operare responsabilmente per mantenere immutato il livello occupazionale e saldo il proprio impegno imprenditoriale». Una carezza e qualche velata minaccia, insomma.

La famiglia allargata. Il cugino dei Degennaro, Emanuele “Lello”, è imprenditore e rettore dell'università Lum di Casamassima; nel luglio scorso era stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di riciclaggio. Come riporta il dorso barese di Repubblica, si tratta di un filone dell’operazione “Domino”, inchiesta sul clan Parisi – Stramaglia. A Degennaro, tuttavia, non si contestava alcuna contiguità con la malavita cittadina: e lo stesso si dichiarava assolutamente estraneo ai fatti. Politica anche per lui, ma a destra, giusto per diversificare. Dopo la scomparsa di Giuseppe Degennaro (senatore di Forza Italia dal maggio 2001 all’ottobre 2004), nel suo collegio si tennero le elezioni suppletive. Si fronteggiavano Nicola Latorre, del Partito Democratico, uno dei “lothar” di Massimo D’Alema, ed il figlio del de cuius. Allora la legge elettorale era un’altra e gli elettori tornarono alle urne nel mese di gennaio: nel collegio “Bari – Bitonto” Latorre incassò il 55,6% mentre Lello si fermò ad un modesto 41,4 per cento: segno che l’eredità paterna non era stata raccolta in pieno. Fu cappotto a vantaggio de l’Ulivo anche negli altri tre collegi ove si tennero le suppletive.

Il rettore precoce. La Lum, Libera Università del Mediterraneo “Jean Monnet”, esiste dal 1995: solo nel 2000 ottiene il riconoscimento legale dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Due le facoltà: Economia e Giurisprudenza. L’ateneo ha sede al chilometro 18 della S.S. 100 ed occupa una parte del centro commerciale di proprietà della famiglia, il “Baricentro” di Casamassima – specializzato nella vendita all’ingrosso di abbigliamento. Lello era studente ed oggi regge l’Accademia, senza soluzione di continuità: il titolo è transitato per successione mortis causa – come in un’azienda a conduzione familiare – con l’unica differenza che il nostro fa insieme il rettore e il presidente del CdA. La LUM, secondo la vulgata, rappresenterebbe un maxi investimento in public relations. L’ateneo (ecco il promo) è finito nell’occhio del ciclone come erogatore di cattedre mai realmente istituite: la moglie dell’ex rettore Girone, una certa Sallustio, diventa docente nel 2004 ma non varca i cancelli del megastore manco per nulla. Passa però direttamente nel dipartimento di Statistica a Bari, guidato dal coniuge. Alla Lum insegna anche l'ex capo dei servizi segreti Nicolò Pollari quello coinvolto in quella brutta storia di spionaggio e dossier con Pio Pompa. 

Sotto il coperchio della pentola appula, si agitano potentati senza scrupoli. Non è affatto completa la mappa grigia di questa felice terra sotto pressione: gli intrighi tra palazzo e cantiere, così come gli innesti tra famiglie e casati, sono fin troppi e fin troppo noti, ma sollevare quel coperchio è un esercizio necessario. Una ricetta semplice per provare a cambiare politica, economia e società. 

 

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