Hong Kong ha eletto il nuovo leader. Il diritto di voto? Ce lo ha lo 0,01% della popolazione

Il vincitore delle elezioni si chiama Leung Chun-ying. È ovviamente un fedelissimo di Pechino ed è intrallazzato in molti affari ricchissimi e opachi. La campagna elettorale è stata estenuante, ricca di colpi di scena e di fango. Eppure a votare è un comitato ristretto di 1.200 cittadini, lo 0,01...

Hong
25 Marzo Mar 2012 1615 25 marzo 2012 25 Marzo 2012 - 16:15
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PECHINO – Negli anni Ottanta Deng Xiaoping aveva negoziato con la Gran Bretagna della Thatcher il ritorno di Hong Kong alla Cina secondo la formula “un paese, due sistemi”. Questo avrebbe garantito alla ex colonia britannica di mantenere il proprio sistema politico ed economico dopo il 1997, quando sarebbe tornata a essere parte dei territori della Repubblica popolare. Ma nella Cina continentale la politica non può essere lasciata al caso.

L’elezione dello Chief Executive – ovvero dell’Amministratore delegato, titolo che ha sostituito quello di governatore quando Hong Kong è tornata sotto l’egida della Cina – non avviene in maniera diretta. Secondo la Basic Law (la costituzione di Hong Kong), chi occupa la carica più elevata dell’ex tigre asiatica deve essere scelto dall’apposito Comitato elettorale, costituito da 1.200 cittadini (circa lo 0,01 per cento dei residenti). Questi ultimi sono perlopiù espressione diretta di gruppi di interesse politici ed economici, di organizzazioni religiose oppure direttamente scelti dal governo di Pechino. Ad esempio 16 seggi spettano al vasto mondo delle compagnie assicurative, 36 ai settori legati al mondo della finanza, 18 agli sviluppatori immobiliari, 30 agli avvocati e via dicendo. Il sistema è fatto in modo da evitare sorprese elettorali. La maggior parte dei membri è fedele (e legata a doppio filo) a Pechino. E soprattutto ha canali privilegiati per capire qual è il candidato preferito dal Partito. Ma per le elezioni di oggi la situazione si è fatta sempre più confusa.

Il Chief Executive a fine mandato, Donald Tsang, ha già concluso i due mandati che gli sono concessi per legge e ha completamente perso la fiducia del suo popolo dopo che si è scoperto dei “passaggi” su jet privati e yacht di alcuni imprenditori e dell’affitto di un attico di lusso a Shenzhen dall’uomo di affari Bill Wong Cho-bau, uno dei maggiori investitori nell’azienda televisiva Digital Broadcasting Corporation. E non è un caso isolato. Le inchieste giornalistiche degli ultimi mesi hanno portato alla luce un ambiente politico sicuramente troppo vicino a quello degli affari, leciti e illeciti. È di pochi giorni fa l’inchiesta nella quale il quotidiano Ming Pao racconta di un soggiorno di Tsang, risalente al 2007, presso la suite di un casinò di Macao generalmente riservata ai pezzi grossi dei loschi ambienti legati al gioco d’azzardo.

La campagna elettorale è stata durissima. Una leadership corrotta se l'è dovuta vedere con la libertà di stampa: scandali, conflitti d’interessi, amanti e – addirittura – figli illegittimi sono finiti sulle pagine dei giornali. Queste elezioni, poi, sono particolarmente importanti per la tigre asiatica. I risultati saranno indicativi di come la Repubblica popolare – peraltro anch'essa intenta a prepararsi alla nuova generazione di leader che prenderà il potere il prossimo ottobre – gestirà la fase della transizione democratica ad Hong Kong, che dovrebbe avvenire nel 2017. Secondo quanto deciso nel 2007 dal Comitato permanente dell'Assemblea nazionale popolare, infatti, per quella data il Chief Executive di Hong Kong sarà eletto attraverso suffragio universale. Hong Kong, regione amministrativa speciale con ampie autonomie ma comunque soggetta a Pechino, potrebbe quindi essere il primo esperimento cinese di democrazia diretta. Si tratta di un momento particolarmente delicato, tra i timori dei residenti di Hong Kong per una crescente influenza della Cina sulle loro libertà, e il completo rigetto verso una classe politica che si è mostrata corrotta e poco attenta ai problemi dei cittadini.

Per la carica di Chief Executive gareggiavano Henry Tang e Leung Chun-ying (il vincitore) dell'alleanza pro-Pechino e Albert Ho dell'alleanza pro-democrazia, non spalleggiato dal Governo centrale e quindi con possibilità di vittoria prossime allo zero. Fino a qualche settimana prima del voto Henry Tang era indubbiamente il favorito, forse anche per le origini della sua famiglia, molto vicina alla cerchia dell'ex Presidente della Repubblica popolare Jiang Zemin. Ma nell'atmosfera non esattamente democratica che aleggiava sulla campagna elettorale, invece di ingaggiare dibattiti politici, i due candidati sostenuti da Pechino si sono infangati l'un l'altro, in un continuo crescendo di scandali che nell’ultimo mese ha raggiunto il punto di ebollizione. Tang è stato accusato di avere un’amante, un figlio illegittimo e un sotterraneo abusivo con cantina, sauna e bagni giapponesi. Invece di ritirarsi dalla gara come chiedevano a gran voce gli abitanti di Hong Kong, ha mandato la moglie a scusarsi pubblicamente di tutto e ha accusato il suo sfidante di altre nefandezze. Leung, giudice di una gara d'appalto per edificare in una delle zone più esclusive della città, non avrebbe dichiarato i suoi legami con una delle aziende che partecipava al bando. Un chiaro conflitto di interessi a cui si aggiunge – ancora più grave – l'organizzazione di una cena per la campagna elettorale in cui era presente un membro delle triadi.

Pechino, incapace di scegliere pubblicamente tra due mele così palesemente marce, non si è espressa per nessuno dei due candidati. A confondere ulteriormente le carte, il premier Wen Jiabao a chiusura dell'Assemblea nazionale del popolo ha dichiarato che gli aventi diritto al voto dovrebbero “eleggere il leader che gode del maggiore sostegno popolare”. E i membri del Comitato elettorale di Hong Kong, che non sono abituati a tanta libertà, sono entrati in crisi. «Questa è stata la prima elezione di cui non si conosceva già prima il risultato” ha dichiarato a Bloomberg Michael DeGolyer, professore dell'Università Battista di Hong Kong, egli stesso membro del Comitato elettorale in rappresentanza del settore scolastico. Ma poi lo 0,01% della popolazione si è riunito e Leung, detto «il lupo», ha vinto.

 

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