Sorpresa, i fondi italiani sono stati alla larga da Ligresti

Nel mezzo di uno scandalo finanziario come quello che vede coinvolta la famiglia Ligresti, l’unico soggetto a chiedere conto di quanto accaduto alla Fondiaria Sai è un investitore istituzionale estero. Curiosamente, nessun altro fondo o investitore istituzionale si è attivato. Silenzio dalle asso...

Ligresti7
28 Marzo Mar 2012 1449 28 marzo 2012 28 Marzo 2012 - 14:49
Messe Frankfurt

La situazione ha del surreale. Siamo nel mezzo del più grande scandalo finanziario che sia scoppiato in Italia dai tempi della Parmalat, o dalle vicende di Antonveneta e Bnl, e l’unico soggetto a chiedere conto di quanto accaduto alla compagnia assicurativa Fondiaria Sai è un investitore istituzionale estero. Procura di Milano a parte, s’intende. Ma le indagini giudiziarie milanesi, aperte da più di un anno, hanno subito un’accelerazione solo da qualche giorno. Dopo, cioè, che è stata depositata la relazione del collegio sindacale sulla denuncia di fatti censurabili relativi alla gestione degli azionisti di controllo, Salvatore Ligresti e i tre figli Jonella, Giulia e Paolo.

E a presentare la denuncia è stato appunto il fondo americano Amber Capital, lo scorso 16 ottobre. Le risposte dei sindaci sono arrivate il 19 marzo, in occasione dell’assemblea che ha varato un aumento di capitale, il secondo in meno di 12 mesi, da 1,1 miliardi di euro. Curiosamente, nessun altro azionista di minoranza si è attivato. Nessun investitore istituzionale italiano, nessun fondo comune, né tanto meno Assogestioni, l’associazione che li rappresenta. L’organizzazione, che è presieduta dall’ex ministro del Tesoro Domenico Siniscalco, è dotata di un comitato per la corporate governance in teoria impegnato nello «studio e il monitoraggio dei comportamenti delle società emittenti al fine di individuare aree di criticità, richiedendo informazioni all’emittente e all’occorrenza segnalando eventuali anomalie alle autorità di vigilanza del mercato».

Sul caso Fon-Sai, però, il comitato è rimasto zitto. «Dalle associate non è pervenuta alcuna richiesta al riguardo probabilmente perché, posso arguire, non hanno posizioni sul titolo tali da giustificare un intervento», ha spiegato a Linkiesta Guido Giubergia, presidente del comitato nonché presidente del gruppo Ersel. Dall’archivio della Consob non risultano in effetti partecipazioni di fondi superiori al 2 per cento. Le Sgr italiane, che per lo più fanno capo ai gruppi bancari, non si sono viste nemmeno negli ultimi incontri societari. Nell’assemblea degli azionisti del 28 aprile 2011, per esempio, a parte le società riconducibili alla famiglia Ligresti e una manciata di piccoli azionisti, c’erano solo investitori istituzionali stranieri: fondi pensione statunitensi, banche globali, fondazioni estere, asset manager internazionali. Con una piccola ma interessante eccezione.

Fra le istituzioni rappresentate dallo studio legale Trevisan, studio che spesso rappresenta i fondi in assemblea, c’era infatti anche Pioneer Asset Management Sa, società di gestione del risparmio (Sgr) che fa capo al gruppo Unicredit. Pioneer risultava titolare di 269 azioni contro le 12.744 con cui si era registrata all’assemlea del 2008. Unicredit è la banca che esattamente un anno fa ha siglato un accordo con Premafin, la holding che possiede il 36% di Fon-Sai, per rilevare una parte dei diritti di opzione dell’aumento di capitale a un prezzo notevolmente superiore a quello di mercato. Sarà un caso, ma dai gestori di Pioneer non è arrivata nessuna richiesta di spiegazioni: segno che non bisognava disturbare il manovratore o che per loro andava tutto bene nella gestione di Fon-Sai? A seguito della ricapitalizzazione di giugno 2011, Unicredit ha una quota del 6,7% in Fondiaria.

Il copione era lo stesso anche nella precedente assemblea del 26 gennaio, in occasione del varo dell’aumento di 450 milioni. Fra gli istituzionali, solo fondi americani, banche sovranazionali, operatori tedeschi, e persino il governo norvegese. Ma nessun italiano. La società Pioneer aveva partecipato anche alle assemblee ordinarie del 2010 e del 2009, quando nell’azionariato si eravano viste di sette società (Intesa Vita, Ina, Alleanza Toro e altre) che fanno capo alle Generali, il primo gruppo italiano delle assicurazioni. 

Questi dati, in sé, non escludono che ci possano essere azioni Fon-Sai nei portafogli dei fondi azionari italiani. Dicono solo che nessuno fra questi ultimi ha posizioni di rilievo e, salvo due eccezioni, nessuno si è presentato alle assemblee Fon-Sai degli ultimi quattro anni. La sensazione è che mentre le banche foraggiavano le società della famiglia Ligresti, i fondi gestiti da società facenti capo agli stessi gruppi bancari se ne stavano sostanzialmente fuori. Semplice disinteresse o i gestori italiani avevano già capito dove si sarebbe andato a parare, senza bisogno di chiedere informazioni specifiche? Gli investitori locali, in fondo, sono sempre più avvantaggiati degli stranieri, e possono cogliere o interpretare meglio informazioni che gli stranieri non hanno. A Piazza Affari qualche gestore di lungo corso ricorda che ai tempi del crac Parmalat nel capitale della società erano rimasti ben pochi fondi italiani. Qualcun altro rivendica la bravura e correttezza dei comportamenti, senza bisogno di “aiutini” captati negli ambienti finanziari. Quale che sia la ragione, c’è una domanda che, anche alla luce delle indagini giudiziarie in corso, meriterebbe di essere approfondita. Se davvero i fondi tricolore sono assenti e non remissivamente silenti, sarebbe curioso capire da chi sono state sottoscritte in Italia le azioni emesse nell’aumento di capitale di Fondiaria Sai condotto fra giugno e luglio 2011. Piccoli risparmiatori ignari o investitori che vorrebbero rimanere ignorati?

Twitter: @lorenzodilena

lorenzo.dilena@linkiesta.it

Potrebbe interessarti anche