Milano, c’erano una volta venti cinema a luci rosse

Fino a 25 anni fa c’erano venti sale a luci rosse sparse in giro per la città dei Navigli. Persino il Corriere della Sera ospitava l’elenco dei film in programmazione. Poi sono arrivate prima le vhs e i dvd e infine internet. Ora i cinema sono quattro. Gli altri sono chiusi o riconvertiti. Viaggi...

Astor
31 Marzo Mar 2012 1759 31 marzo 2012 31 Marzo 2012 - 17:59
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AstorCinema Astor (foto Matteo Donda)

MILANO - “Ramba sfida la bestia”, “Carcere femminile per ninfomani”, “Fantasie di dolci porcellone”. Sono i titoli di tre film per adulti proiettati in altrettanti cinema hard di Milano nella primavera del 1987, giusto 25 anni fa. I titoli si trovavano nelle pagine degli spettacoli del Corsera, sotto la voce “Luci Rosse”, subito dopo la programmazione di tutte le altre sale milanesi (che avevano in cartellone, tra gli altri, “Over The Top” con Sylvester Stallone, “Figli di un Dio Minore”, “Rimini Rimini”). Insomma, un ragazzino, sfogliando un normale quotidiano, faceva i suoi primi incontri poco ravvicinati del terzo tipo. Bastava leggere qualche parola per venire catapultati in un mondo proibito. Ma poteva andare anche meglio: camminando per strada, magari a braccetto con la nonna, si passava davanti a un cinema porno, con tanto di locandine sexy esposte all’esterno e l’ignoto oltre la porta d’entrata. Come le cabine del telefono, facevano parte del paesaggio urbano.

A Milano, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, c’erano una ventina di sale a luci rosse, disseminate tra centro e periferia: zona Vittoria-Monforte, Venezia, Sempione-Magenta, Genova-Ticinese, Romana, Volta-Garibaldi. Era così che il Corriere divideva il territorio nei tamburini, l’elenco degli spettacoli del giornale. Venivano proiettati un paio di film al giorno e il biglietto costava 6/7mila lire: ingresso rigorosamente vietato ai minori di 18 anni e sconti per pensionati e militari. Nel 2012, di cinema porno aperti a Milano ne sono rimasti solo quattro: l’Ambra in una traversa di via Padova, il Pussycat in via Giambellino, il Sempione in via Pacinotti e il Garden a Lambrate. E dei titoli in programma non interessa più niente a nessuno. Se un tempo, infatti, si andava in questi cinema per godersi un film (scegliendo, perché no, di festeggiare goliardicamente lì il 18esimo compleanno), ora si va solo per mettere in pratica sul posto quel che dovrebbe passare sul grande schermo. Battuage. C’è sempre stato, d’accordo. Ma adesso è esclusivamente così. In via Redi, all’angolo con Corso Buenos Aires, c’è un vero e proprio fossile del porno milanese: l’insegna del Cinema Astor, che strilla “Oggi - Film Vietati ai Minori di 18 anni”. Dal 2009, le due frecce rosse indicano un cancello chiuso con il lucchetto. Dopo un intervento delle forze dell’ordine contro la prostituzione all’interno della sala, l’Astor non ha più riaperto, ma l’insegna è ancora al suo posto (e la stessa cosa era successa qualche anno prima al Diamante in via Filzi).

Nell’agosto del 1985, c’era stato un blitz al cinema Aphrodite di via San Gregorio, proprio una traversa di corso Buenos Aires. L’allora questore di Milano, Fariello, spiegava a Repubblica: «Non si tratta di una crociata morale. Ma della necessità di evitare che avvengano sconcezze sia nelle sale come nei servizi igienici. Di queste cose non abbiamo prove, ma sappiamo che avvengono». Toccava al cronista illuminare il lettore: «Si parla di arditi e pressanti approcci nel buio da parte di omosessuali. Ma anche di spericolati congiungimenti nelle toilettes». La motivazione ufficiale dell’operazione di polizia, comunque, erano i film pornografici che, per essere proiettati nei cinema cittadini, necessitavano del visto della censura: le trame descritte erano ovviamente diverse da quelle che poi passavano sul grande schermo e, così, finirono sotto sequestro decine di pellicole, tra cui Delicious con Ron Jeremy. Oggi, di film con Ron Jeremy se ne possono scaricare a centinaia, e qualsiasi ragazzino non ha certo bisogno di sfogliare un quotidiano per leggere il titolo di un porno, sbirciare in edicola i giornaletti nascosti dietro la tendina, o sperare di passare davanti a un cinema hard per vedere un paio di tette coperte da due stelline. Probabilmente, un ragazzino del 2012, abituato a YouPorn, non ha neanche la minima idea di cosa sia un cinema hard.

A Milano, negli anni Settanta, c’erano 150 normalissime sale cinematografiche: ora ce ne sono meno di 30. Se già i cinema destinati a film per grandi e piccini sono luoghi in via di estinzione, figuriamoci quelli a luci rosse. Ne rimangono aperti quattro, periferici, decadenti. Le donnine stilizzate incorniciate fuori dal Sempione, più che un sogno, sono un incubo. Il Garden a Lambrate, incassato sotto un palazzo, è nascosto, totalmente anonimo. Il Pussycat al Giambellino, complice il nome, è di sicuro il più caratteristico, anche per le bandiere tricolore che sventolano sporche quasi in segno di resistenza. E poi c’è l’insegna dell’Ambra in via Padova: promette “aperto tutto l’anno” e dà un indirizzo Internet il cui link però non porta a nulla, lo stesso abisso che ha inghiottito i cinema hard. Sui forum di alcuni siti gay, nelle descrizioni delle sale, non si leggono titoli di film o nomi di sotto-generi, bensì cose tipo “frequentato prevalentemente da adulti ed escort boy, magrebini e dell’est”.

All’Ambra il biglietto costa 7 euro, c’è sempre lo sconto di 2 euro per militari e pensionati. Sembra di capire che l’ingresso non sia rigorosamente v.m. 18. Sembrerebbe in qualche modo più chiaro, invece, il prezzo delle “marchette”: dai 20 euro in su. E infine c’è il capitolo trans e travestiti, problema per i gestori dei cinema in quanto calamite per segnalazioni e conseguenti controlli di polizia e carabinieri. In linea di massima, non entrano. Ma poi le cose vanno come vanno. Nel corso degli anni Novanta, le varie “Ramba” di turno sono sparite dalla programmazione dei cinema. Un sovraccarico di porno – prima nel formato relativamente economico di Vhs e Dvd e poi online, disponibile subito e gratis – ha provocato il black-out pressoché totale delle luci rosse (e l’intero settore non gode certo di ottima salute). In generale, gli unici botteghini che resistono – e a fatica – sono quelli dei cinema multisala. Ma non esistono multisala hard, almeno non in Italia, non a Milano.

Al posto dell’Aphrodite, in via San Gregorio, adesso c’è un ristorante. Il cinema a luci rosse Astoria in via Montenero, dietro Porta Venezia, ha conservato l’insegna originale, ma è diventato uno spazio per eventi. Al civico 2 di via Vittorio Veneto la programmazione è cambiata in modo piuttosto radicale: dove è nato lo Spazio Oberdan, prima c’era il Giardini, nota sala hard per tutti gli anni Ottanta. “Film impegnati”, diceva alla moglie Pina il ragionier Ugo Fantozzi in pensione. Altro che le “Casaligue”: se entrasse in uno degli ultimi cinema porno rimasti, avrebbe ben altro da spiegare. Ma a un nipote un po’ cresciuto potrebbe sì raccontare: «C’erano una volta le sale a luci rosse».

 

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