Dopo Tolosa gli ebrei francesi fanno bene ad aver paura

Anche quando sono vittime di atti ingiustificabili, bisogna comunque trovare qualcosa per criticare gli Ebrei in quanto entità collettiva. E se le minoranze antisemite “attive” sono piccole e casi come quelli di Tolosa infrequenti, andrebbe però anche notato che i “distributori automatici di atte...

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5 Aprile Apr 2012 1404 05 aprile 2012 5 Aprile 2012 - 14:04
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Il recente articolo di Marco Cesario sulla strage di Tolosa mostra un modo piuttosto tipico di ragionare sulle questioni riguardanti gli ebrei: anche quando sono vittime di atti ingiustificabili, bisogna comunque trovare qualcosa per criticare gli Ebrei in quanto entità collettiva.

L’articolo riguarda la ben comprensibile preoccupazione della comunità ebraica francese di fronte agli eventi di Tolosa. Verosimilmente le parole di Katz sono un’esagerazione, perché le minoranze antisemite “attive” sono piccole e casi come quelli di Tolosa infrequenti. Andrebbe però anche notato che i “distributori automatici di attenuanti” non sono affatto pochi, e che una minoranza trascurabile di terroristi non è certo un problema trascurabile.

Dato che l’antisemitismo violento in Francia è un problema storico che si ripropone di frequente, e dato che verosimilmente ci sarà una recrudescenza di antisemitismo per via dell’impegno profuso da Teheran e altri Paesi per diffonderlo nel mondo, ci sono motivi oggettivi per essere preoccupati. L’articolo mostra che l’antisemitismo francese è forte, organizzato, capace di atti di terrorismo di infame atrocità, e ha una lunga storia di attentati, omicidi e aggressioni alle spalle. Con queste premesse, l’articolo avrebbe potuto finire semplicemente dicendo che “c’è motivo per essere preoccupati, anche se Israele non è il massimo della sicurezza per via dei razzi di Hamas”.

Ma è difficile parlare dell’omicidio di alcuni individui ebrei senza tirare in ballo l’Ebreo come concetto collettivo universale: considerare un ebreo come singola persona richiede per molti un notevole sforzo intellettuale. E qui riciccia una versione edulcorata di una teoria che si sente spesso nei circoli antisemiti: che il Nazismo fosse una cospirazione ebraica per invogliare gli ebrei europei a scappare in Israele. Si legge nell’articolo:

“Parallelamente però, negli anni di buio antisemitismo si assiste ad un fenomeno parallelo ed altrettanto inquietante: l’esodo degli ebrei francesi verso Israele”

Inquietante altrettanto? Cosa ci può essere di altrettanto inquietante di uccidere dei bambini? Comprare casa in un altro Paese perché si teme per il proprio futuro può essere considerato altrettanto inquietante? Sarà un refuso, o magari un lapsus. Poi si arriva all’interrogativo cardine dell’articolo:

“Sorge un dubbio. Che l’antisemitismo in Francia sia sapientemente sfruttato da Israele per popolare le colonie nei Territori Occupati?”

Esattamente come per il noto agente sionista Heinrich Himmler, ci si interroga se gli epigoni dei “Savi Anziani di Sion” vogliano trarre vantaggio dall’antisemitismo. Il mondo è pieno di persone che si ammalano di cancro per avere accesso alle medicine gratuite, del resto. Per chiarire la questione, astraiamo dagli ebrei per facilitare la vita a chi ha difficoltà a considerare il singolo ebreo senza considerarne l’”ebreitudine”: parliamo degli afroamericani: supponiamo che una gang di naziskin impazzi per Manhattan alla ricerca di “niggers” da pestare a sangue, che il sindaco faccia leggi benintenzionate ma inefficaci contro questa gang, e che i neri di Manhattan decidano di comprare casa a New Orleans.

Chi direbbe che comprare case in Alabama è “altrettanto inquietante” che pestare a morte un afroamericano a Manhattan? Chi commenterebbe la notizia che, dopo l’ennesimo pestaggio, il numero di case comprate a New Orleans ha ricominciato a crescere, chiedendosi se ci sia dietro una precisa strategia degli agenti immobiliari afroamericani?

Probabilmente nessuno. Ma l’Ebreo come entità collettiva deve sempre ricicciare: non si può uccidere un bambino ebreo senza rimettere in discussione tutto l’Iperuranio. Perché “tutti sanno” che l’antisemitismo non è una piaga generata dall’ignoranza politica o religiosa, dalle strategie di politica estera di alcuni Paesi come l’Iran, e giustificata quotidianamente da frotte di giustificazionisti, ma una precisa strategia sionista per conquistare il mondo…

Che con attentati antisemiti in aumento, con una lunga storia di violenze alle spalle, e con prospettive verosimilmente pessimistiche sul futuro, l’Agenzia Ebraica possa semplicemente rispondere a preoccupazioni oggettive è troppo banale da dire? Che di fronte ad una strage efferata alcuni possano reagire eccessivamente è una possibilità da trascurare? Perché non chiedersi come mai gli epigoni dei Savi Anziani di Sion inizino la loro “OPA” proprio dal quartiere più esposto alla violenza antisemita?

La mentalità sottostante è che l’antisemitismo non sia qualcosa di disumano da combattere con ogni mezzo, non sia uno strumento di politica estera sfruttato da moltissime dittature soprattutto nel mondo islamico, ma una miniera d’oro per gli ebrei sionisti che grazie agli antisemiti potranno acquisire nuovo potere. La cospirazione delle agenzie immobiliari di Tel Aviv e New Orleans è evidentemente una notizia ben più rilevante dei naziskin di Manhattan e degli attentati a Tolosa…

Finché comprare casa a Tel Aviv sarà altrettanto agghiacciante che sparare ad un bambino, gli antisemiti di tutto il mondo avranno ben poco da preoccuparsi, come gli studenti viziati che sanno che i loro genitori giustificheranno ogni loro fallimento scolastico, e sanno di poterne approfittare…

 

 

 

 

L’articolo di Marco Cesario, Tolosa è solo l’ultima, gli ebrei di Francia hanno paura

PARIGI - «Non c’è avvenire per gli ebrei in Francia». Un po’ per lo stato di shock dovuto al massacro di Tolosa, un po’ perché addormentata da una campagna presidenziale in cui mancano contenuti ed in cui si assiste ad una deriva islamofoba e liberticida, le parole pronunciate con disinvoltura da Yaakov Katz, membro della Knesset (il Parlamento israeliano) all’indomani della terribile strage della scuola Ozar Atorah non hanno prodotto in Francia la reazione che ci si aspettava. Anche Danny Danon, del partito Likud, ha potuto indisturbatamente rincarare la dose mentre riuniva d’urgenza il Comitato dell’Immigrazione e degli Affari della Diaspora (che egli stesso presiede): «Israele non permetterà che i pogrom che si sono svolti all’inizio del XX secolo ricomincino in Europa».

Eppure non è la prima volta che in Israele si tuona contro la virulenza antisemita della Francia, una virulenza che, dall’affaire Dreyfus e dal famoso “J’accuse” di Zola in poi, si è sempre manifestata anche se spesso in maniera subdolamente latente. La mente ritorna al 18 Luglio del 2004 quando l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon, davanti ai membri di un’associazione di ebrei americani, definiva l’antisemitismo francese dei più selvaggi («wildest»). Sharon, senza peli sulla lingua, additava la responsabilità al fatto di vivere «in un paese dove il 10% della popolazione è musulmana ed il sentimento anti-israeliano è dunque forte». E chiudeva, nel clamore generale: «Se dovessi dare un consiglio ai miei fratelli ebrei di Francia? Ecco cosa consiglierei loro: immigrate in Israele». E giù le risposte piccate e sdegnate del governo francese e della comunità ebraica. Come si può dare un consiglio simile? In qualche modo significava ammettere la disfatta di una delle più illuminate democrazie europee e del suo sistema d’integrazione etnico-religiosa (all’epoca di Voltaire c’era un solo Dio, la Ragione, oggi c’è il laicismo di stato). La riposta sembra evidente oggi, dopo i fatti di Tolosa, ma all’epoca non lo era.

Subito dopo il massacro alla scuola Ozar Atorah anche il Jerusalem Post, in un editoriale preoccupato e preoccupante, ha denunciato il fatto che dal 2000 in poi gli ebrei di Francia – la cui comunità, che conta oltre mezzo milione di persone, è la seconda più vasta al mondo dopo quella degli Usa – è esposta alla più violenta ondata antisemita dall’Olocausto. Parole che pesano come macigni. Per suffragare la sua tesi il JP cita addirittura un sondaggio condotto nel 2004 dall’Israel Project secondo il quale il 26% degli ebrei francesi starebbe seriamente pensando di emigrare in Israele. Nel 2002 un sondaggio simile del Fondo sociale ebreo unificato quantificava ad oltre 30mila il numero di ebrei pronti a effettuare l’aliya, il pellegrinaggio a Gerusalemme, però per restarci. Ma qual è la vera realtà delle cose?

Dopo il periodo buio degli anni Ottanta, in cui la Francia era diventato il paese europeo più colpito da attentati terroristici a sfondo antisemita, le cose erano sembrate mettersi per il meglio negli anni ’90. Poi, all’inizio degli anni 2000, con l’esplosione della seconda Intifada, un’ondata di attacchi antisemiti senza precedenti si è abbattuta sulla Francia. I dati, da questo punto di vista sono inoppugnabili. Nel 2002, il Consiglio Rappresentativo degli Ebrei di Francia (Crif) pubblicava per la prima volta il computo degli atti antisemiti su suolo francese. Ad esserne vittima, un ebreo su cinque. Anche il filosofo Alain Finkielkraut gettava olio sul fuoco: «Ci vuole coraggio per portare la kippà nel metrò di Parigi». Ma non aveva tutti i torti. In quell’anno Sébastien Guéry-Sellam, deejay di 22 anni, veniva assassinato da un maghrebino della Cité.

Dopo questi fatti, nel 2003, l’Assemblea Nazionale francese ha approvato una legge che impone dure pene per i colpevoli di atti razzistici o prettamente antisemiti e, nel 2004, una norma per rafforzare la sicurezza attorno ad obbiettivi sensibili quali istituzioni religiose e culturali ebraiche e sinagoghe. In quell’anno Jean-Christophe Rufin, presidente dell’associazione Action contre la faim ed ex-vicepresidente di Medici senza frontiere, ha pubblicato un nuovo rapporto su base semestrale: 180 atti antisemiti, inclusa la violazione di tombe. Le leggi protettive servivano a poco, l’antisemitismo non calava. Nel 2006 è esploso il caso della “gang dei barbari” di Yussuf Fofana. Un gruppo di giovani arabi delle banlieue parigine rapiscono, torturano e massacrano un giovane ebreo francese di 23 anni, Ilan Halimi, che diventa il primo ebreo dalla fine della seconda guerra mondiale ad essere ucciso su suolo europeo solo perché ebreo.

Qualche anno dopo la situazione precipita, se possibile, ulteriormente. L’esercito israeliano lancia l’operazione Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza. In Francia l’Ufficio Nazionale di vigilanza contro l’antisemitismo (Bnvca), il Concistoro centrale di Francia e Sos Racisme condannano le diverse aggressioni antisemite che si moltiplicano sin dall’inizio dell’offensiva terrestre delle Tsahal, le forze di difesa israeliane. A Parigi vengono infranti i vetri di un appartamento dove si trovavano riuniti dei fedeli con la kippa, a Bordeaux due negozi kasher vengono distrutti, a Tolone un’auto incendiata viene lanciata a tutta velocità contro il portone di una sinagoga. Insomma atti degni di una guerra civile anche se diluiti nei mesi. Tutto ciò senza contare tutti quegli atti “invisibili” – perchè mescolati e diluiti nella quotidianità violenta delle periferie, una quotidianità fatta di un antisemitismo latente ma continuo – come le sassaiole contro giovani ebrei che escono di scuola, gli sputi, gli insulti, le minacce, le aggressioni di bande contro individui e le scritte razziste sui muri delle case e delle scuole.

Gli autori? Quasi sempre giovani d’origine maghrebina provenienti dalle banlieue, giovani francesi di seconda o terza generazione il cui malcontento è ben raccolto e aizzato da rampanti mullah locali (e da gruppuscoli di salafisti quali Forsane Alizza, poi sciolto da Claude Guéant, il ministro dell’Interno) che riescono così a dirigere la violenza repressa coltro un nemico totale, quasi assoluto: Israele. E l’equazione ebreo-Israele è immediata. «L’intifada delle periferie», l’aveva chiamata all’epoca il controverso filosofo islamico Tariq Ramadan. Nel 2004 un collettivo di professori pubblicava un libro terrificante intitolato “I Territori perduti della Repubblica” che nasceva dallo sgomento di alcuni docenti di fronte alle reazioni del loro allievi musulmani quando in classe si parlava della Shoah. Testimonianze agghiaccianti in cui si affermava, tra l’altro, che «Hitler, sarebbe stato un buon musulmano».

Insomma l’antisemitismo in Francia si è nutrito di sentimenti profondemente anti-israeliani, odio religioso mescolato ad un malessere sociale profondo al quale la Francia non ha saputo dare una risposta (una riprova ne sono state le rivolte nelle banlieue). Nel 2009 l’impennata: 1129 casi di antisemitismo in un solo anno. Un bollettino di guerra. Nel 2010 gli atti antisemiti diminuiscono sensibilmente, ma un ebreo di 42 anni viene pugnalato da due musulmani in una via di Strasburgo. Nel 2011 l’antisemitismo in Francia cala ancora (-16,5% rispetto al 2010), toccando il tasso più basso degli ultimi dieci anni. Insomma, prima del massacro alla scuola Ozar Atorah, le cose sembravano migliorare.

Parallelamente però, negli anni di buio antisemitismo si assiste ad un fenomeno parallelo ed altrettanto inquietante: l’esodo degli ebrei francesi verso Israele. Un fenomeno costante dall’inizio degli anni Duemila fino ad oggi, con una media di circa 2mila 500 ebrei francesi all’anno. Il picco nel 2005 (3mila persone), il più basso nel 2009 (1.909). Non solo. Secondo diverse agenzie immobiliari israeliane il numero di acquisto di appartamenti da parte di ebrei francesi in Israele è in netto aumento. Oltre il 50% degli appartamenti nuovi recentemente acquistati nelle città costiere d’Israele sono stati acquistati da ebrei francesi. Alcuni appartamenti vengono acquistati e rimangono vuoti in attesa dell’arrivo dei proprietari dalla Francia, segno che ci si prepara con accuratezza e per tempo all’esodo con diversi sopralluoghi. Le mete più ambite Gerusalemme, Ashdod, Netanya, Eilat e Tel Aviv. Il fenomeno è talmente diffuso da aver provocato un aumento vertiginoso dei prezzi degli immobili. Nuovo interesse anche per città più piccole come Rishon, LeTzion, Rehovot, Lod, Hedera e Naharya dove le comuntà sono piccole e l’integrazione è più facile rispetto alle grandi città. Di fronte ad un esodo di tale portata, l’Agenzia ebraica ha deciso di potenziare le sue strutture aprendo uffici a Lione, Parigi e Nizza. Ma, mentre ai più ricchi si propongono le grandi città o le citta costiere, ad altri meno abbienti vengono offerti appartamenti addirittura nelle colonie dove gli affitti sono più bassi (in media 150 euro al mese per un appartemento di circa 80 mq). Sorge un dubbio. Che l’antisemitsmo in Francia sia sapientemente sfruttato da Israele per popolare le colonie nei Territori Occupati?

A fugarlo ci pensa Cécilia Gabizon, giornalista a Le Figaro, che con Johan Weisz ha pubblicato un libro dal titolo provocatorio: “Opa sugli ebrei di Francia”. Un’inchiesta fatta nel cuore della comunità ebraica, nelle associazioni e presso gli intellettuali che svela l’esistenza d’un operazione degna dei periodi più bui della guerra fredda. Agli inizi del 2004 l’Agenzia ebraica viene riattivata. L’antisemitismo è in netta ascesa soprattutto in Francia che sembra la più colpita. L’Agenzia ebraica pianifica ed organizza la partenza di circa 30mila ebrei tra cui quelli della comunità di Sarcelles, particolarmente esposta al fuoco dell’antisemtismo di banlieue. Nome in codice dell’operazione: “Innanzitutto Sarcelles”. Delegati israeliani entrano nelle “cités”, facendo il porta a porta e predicando il ritorno alle origini, il ritorno in Israele.

Contemporaneamente su quotidiani, alla radio ed alla televisione cominciano a fioccare discorsi da parte d’intellettuali ebrei che fustigano una Francia troppo antisemita e pro-araba. Si agita addirittura lo spettro di un’islamizzazione del paese di Voltaire e Rousseau. Tutto questo fa il gioco dell’Agenzia Ebraica che ha in mente un solo obbiettivo: l’immigrazione continua dall’Europa senza la quale lo stato ebraico non può rimanere a maggioranza ebraica e dunque non può sopravvivere. Una nuova offensiva parte nel 2005. Sionismo e tecniche di marketing s’alleano in un connubio inquietante. Spuntano personaggi oscuri come Pierre Besnainou, giovane miliardario della net-economy eletto presidente del Congresso ebraico europeo. Alla fine gli ebrei francesi diventano tutti potenziali clienti che occorre sedurre e convincere a trasferirsi in Israele. Alla luce di questa incredibile inchiesta è lecito porsi una domanda: le parole che Sharon pronunciò nel lontano 2004 erano realmente dettate dalla preoccupazione per la recrudescenza d’antisemitismo in Francia?

 

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