Primo Levi: “Rimasti senza profeti, il domani dobbiamo costruirlo noi”

«Nessun profeta ardisce più rivelarci il nostro domani, e questa, l’eclissi dei profeti, è una medicina amara ma necessa­ria. Il domani dobbiamo costruircelo noi, alla cieca, a tentoni» scriveva Primo Levi. «In un’epoca di fedi urlate, di nuovi profeti armati e di assolutismi culturali (anche mas...

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8 Aprile Apr 2012 0910 08 aprile 2012 8 Aprile 2012 - 09:10
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L’11 aprile prossimo saranno 25 anni dal giorno in cui Primo Levi decise di “levar la mano su di sé”. È probabile che in questi giorni molto rifletteranno sulla sua testimonianza, sulla sua esperienza limite, sulla tragedia dello sterminio. Non sarà improprio. Ma sarebbe sbagliato pensare di contenere Primo Levi dentro quell’insieme. 

Tra le molte cose che Primo Levi ha scritto, ci sono anche frammenti di un pensiero che prova a muoversi con cautela, ma con fermezza, in un presente che ha perso molte certezze e tuttavia non vuole affidarsi alle grandi verità e perciò prova a fare i conti con la propria debolezza, laicamente. In un’epoca di fedi urlate, di nuovi profeti armati e di assolutismi culturali (anche mascherati di relativismo) non è improprio rileggere le parole di un uomo minuto che non sentiva il bisogno di profeti. Per questo ha qualcosa da dire ancora a noi oggi. Forse, non impropriamente, questo oggi, 8 aprile 2012, Pasqua di Resurrezione. 

La vita quotidiana senza profeti, grazie a Dio*

Buona parte del nostro disagio viene dunque, credo, dall’estrema inconoscibiltà dell’avvenire, che scorag­gia ogni nostro progetto a lungo termine. Tale non ap­pariva la condizione umana anche solo venti anni fa. Non eravamo così disarmati, o meglio, lo eravamo ma non ce ne accorgevamo. Da sempre, vivevamo di mo­delli, di idoli dorati e lontani, ed abbiamo dimostrato una singolare versatilità (e capacità d’oblio) nel licen­ziare modelli vecchi ed assumerne nuovi, diversi o an­che opposti: purché un modello ci fosse.

Già Plinio ci­tava gli improbabili Iperborei, al di là dei nevosi e ge­lidi monti Ripei, che vivono longevi e felici in un paese di eterna primavera (benché la notte vi duri sei mesi), e si uccidono solo perché sono sazi di vivere. Abbiamo avuto l’Eden, il Catai, l’Eldorado; in tempo fascista abbiamo scelto a modello (anche qui, non senza ragio­ne) le grandi democrazie; poi, a seconda del momento e delle nostre tendenze, l’Unione Sovietica, la Cina, Cuba, il Vietnam, la Svezia. Erano di preferenza paesi lontani, perché un modello, per definizione, dev’essere perfetto; e poiché nessun paese reale è perfetto, con­viene scegliersi modelli mal noti, remoti, che si possa­no impunemente idealizzare senza il timore di un con­flitto con la realtà. Comunque, ci eravamo fabbricata una meta: la nostra bussola puntava in una direzione definita.

Parallelamente ai modelli, abbiamo seguito uomini che pure erano fatti come noi della creta di Adamo, ma li abbiamo idealizzati, ingigantiti, osannati come dei: potevano e sapevano tutto, avevano sempre ragione, avevano licenza di contraddirsi, di cancellare il loro passato. Adesso il delirio della delega pare finito, ad Ovest ed anche ad Est: non ci sono più le Isole Felici né i capi carismatici. Siamo orfani, e vi­viamo il disagio degli orfani. Molti di noi, quasi tutti, avevano trovato comodo, economico, riporre la pro­pria fede in una verità confezionata: era una scelta umana, ma errata, ed ora ne scontiamo il fallimento. Il nostro futuro non è scritto, non è certo: ci siamo sve­gliati da un lungo sonno, ed abbiamo visto che la condizione umana è incompatibile con la certezza.

Nessun profeta ardisce più rivelarci il nostro domani, e questa, l’eclissi dei profeti, è una medicina amara ma necessa­ria. Il domani dobbiamo costruircelo noi, alla cieca, a tentoni; costruirlo dalle radici, senza cedere alla tentazione di ricomporre i cocci degli idoli frantumati, e sen­za costruircene di nuovi.

*Primo Levi, L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985, pp. 245-247
 

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