L’Imu, una stangata insostenibile per molte imprese

Da una parte c'è la rivalutazione delle rendite catastali, dall’altra l’aliquota comunale (per quei Comuni – circa il 10% del totale – che già l’hanno approvata). Fatto sta che l’Imu si presenta, per molte imprese, come la goccia che farà traboccare il vaso nelle situazioni di crisi. Con la tabel...

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10 Aprile Apr 2012 0630 10 aprile 2012 10 Aprile 2012 - 06:30
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In un clima di confusione sulle regole applicative dell’Imu, solo in parte mitigato dall’emendamento passato al Senato con cui si stabilisce che l’acconto di giugno possa essere pagato con l’aliquota base, una cosa appare certa: per il mondo delle imprese l’Imu sarà una stangata colossale. La Cgia di Mestre aveva stimato, negli scorsi giorni, come, applicando l’aliquota base per gli immobili destinati ad attività di impresa del 7,6 per mille, l’aggravio per negozi, uffici, botteghe artigiane, capannoni industriali sarà pari a 1,57 miliardi di euro. Facendo la mera “media del pollo”, ossia suddividendo 1,57 miliardi sulla platea di attività interessate dall’Imu, l’aumento medio per ciascuna azienda sarebbe di 1.159 euro con un conseguente aggravio di 219,5 milioni di euro in capo ai negozianti, 262 milioni di euro tra i liberi professionisti e 1,09 miliardi di euro tra gli industriali e gli artigiani. Si tratta in realtà di un calcolo ottimistico, fatto per difetto. Lo studio della Cgia non tiene conto del fatto che la quasi totalità dei Comuni che ha approvato nelle settimane scorse le aliquote sull’Imu – circa il 10% del totale – ha utilizzato a piene mani la possibilità di innalzare l’aliquota sugli immobili strumentali all’impresa fino al 10,6 per mille, come si ricava con chiarezza dall’elaborazione de Linkiesta sui Comuni capoluogo di provincia. Ciò, in combinazione con l’incremento della base imponibile in conseguenza della rivalutazione delle rendite catastali – i coefficienti moltiplicatori sono infatti passati da 100 a 140 per i laboratori artigiani, da 34 a 55 per i negozi e le botteghe, da 50 a 60 per i capannoni industriali – produce aggravi che vanno ben oltre il dato stimato dalla Cgia. Così, se a Ravenna l’aliquota risulta aver fatto il balzo più importante nel passaggio dall’Ici all’Imu (dal 6,6 al 10,6 per mille), a Parma, Roma, Bologna un negozio e una bottega artigiana pagheranno, rispetto a quanto dovuto fino ad ora con la vecchia Ici, 5.000 euro in più, mentre per un capannone industriale di media superficie si sborseranno addirittura 30.000 euro aggiuntivi.

Sono cifre enormi. Appare fondato il timore per cui tali incrementi potrebbero costituire la goccia che fa traboccare il vaso per migliaia di imprese, alle prese con indicatori congiunturali che continuano come noto ad avere il segno meno. Potrebbe divenire così ancora più salato il conto che il mondo produttivo ha pagato lo scorso anno, con quasi 1000 fallimenti al mese, alla crisi, ma più complessivamente al persistere di oggettive condizioni poco “business friendly”. Di ciò pare non ci sia adeguata consapevolezza da parte degli enti locali, che, trincerandosi dietro i vincoli, per taluni aspetti assurdi, del Patto di stabilità, si continuano a dichiarare costretti ad aumentare le aliquote. Agendo peraltro ancora troppo timidamente sulla leva di una rigorosa ristrutturazione della spesa e dunque ragionando, come ha fatto ad esempio Reggio Emilia, nell’ottica di far dimagrire macchine comunali esageratamente sproporzionate rispetto alle funzioni esercitate dagli enti locali. Cosicchè, tra i 18 Comuni capoluogo di provincia che ad oggi hanno deliberato sulle aliquote Imu, ben 7 hanno utilizzato al massimo la forbice al rialzo a disposizione, 4 di essi sono leggermente al di sotto del 10,6 per mille e solo uno (Pescara) ha deciso di applicare l’aliquota base, ossia il 7,6 per mille. A Trento, l’aliquota deliberata è leggermente al di sopra del valore base. Anche in questo caso, però – e come si può ben vedere dalle elaborazioni de Linkiesta – l’aggravio rimane salato: +111% per un esercizio commerciale, +82,7% per una bottega artigianale, +56,6% per un capannone industriale e artigianale: un salasso, seppur limitato rispetto a quello che prenderà forma in tanti altri comuni italiani, che non ha però lasciato indifferenti gli amministratori della Provincia Autonoma di Trento. Nei giorni scorsi è stato infatti varato un disegno di legge, che mette in campo 30 milioni di euro per famiglie ed imprese. La metà di tali risorse verranno indirizzate alle attività economiche, anche sotto forma di una congrua riduzione dell’Irap, perché, come ha sostenuto Lorenzo Dellai, Presidente della ricca provincia autonoma, «per le imprese sarà necessario un sostegno proprio a partire da giugno quando saranno applicate le misure fiscali statali a iniziare dall’Imu, che abbiamo stimato comporterà un saldo doppio rispetto all’Ici dell’anno scorso». Avrà pure il sapore di una sorta di contro Imu, l’operazione di Dellai, ma almeno rappresenta una boccata di ossigeno per le imprese trentine. E per tutte le altre?

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