Perché Passera non ferma il fiume di miliardi alle imprese?

Mille rivoli. Anzi, per essere precisi: 5.151. Tante sono le voci di spesa – a spulciare l’ultimo bilancio consuntivo dello Stato – che compongono i 20-25 miliardi di euro distribuiti dallo Stato alle imprese. I sussidi maggiori sono per Alitalia, Trenitalia e Poste Italiane, ma c’è ovviamente mo...

Soldi Stato Imprese
10 Aprile Apr 2012 1443 10 aprile 2012 10 Aprile 2012 - 14:43
Messe Frankfurt

Circa un mese fa, in una lunga intervista al Sole 24 Ore, il Ministro dello Sviluppo Corrado Passera annunciava l’imminente riorganizzazione degli incentivi alle industrie italiane. A più di trenta giorni da quell’annuncio ancora nulla si conosce del progetto. Dunque cosa ne sarà del tesoretto che ogni anno viene destinato a favore del mondo delle imprese resta un mistero. Rappresenta invece una certezza il fatto che in ballo ci sono, ogni anno, 20-25 miliardi di euro. A tanto ammonta il conto delle varie forme di incentivazione esistenti e che Linkiesta ha desunto spulciando tra le 5.151 voci di spesa dell’ultimo bilancio consuntivo dello Stato disponibile.

Emerge così che sono addirittura 320 i capitoli di spesa ascritti alle categorie dei trasferimenti correnti e dei contributi agli investimenti: «risorse che finiscono in mille rivoli senza una ben precisa finalità […] e che vanno dunque indirizzate a favore dell’innalzamento qualitativo e della crescita delle imprese», ha detto Romano Prodi nell’intervista di un paio di settimane fa a Linkiesta. «I trasferimenti alle imprese vanno aboliti, sia pure nell’arco di tre anni», ha invece sentenziato Guido Roberto Vitale, uno degli 80 azionisti de Linkiesta, dalle colonne del Corriere della Sera. Che si tratti di riorganizzare o di tagliare, siamo comunque di fronte a un mare di denaro e a scorrere le descrizioni dei tanti – per la verità dei troppi! – capitoli di spesa e le relative cifre vengono i brividi. Va innanzitutto detto che l’assenza di un disegno organico nella creazione e nel governo delle 320 voci di spesa, è confermata dalla presenza di ben 23 fondi. Che in alcuni casi hanno addirittura lo stesso nome – fondo rotativo, fondo per la competitività e lo sviluppo – , presentano identici destinatari, ma hanno un titolare gestionale diverso.

In altri casi non è chiaro il senso stesso dell’esistenza di generosi stanziamenti, come ad esempio i 24 milioni di euro rimborsati alla Cassa Depositi e Prestiti per i costi di «mutui e altre operazioni finanziarie effettuate nel settore delle imprese radiofoniche ed editoriali». Il fiume di miliardi inoltre non è organizzato in modo da identificare agilmente quanto pesano le singole missioni, quanti sono i trasferimenti correnti e quanti invece i contributi agli investimenti. È dunque davvero arduo comprendere, ad esempio, quali missioni incidono di più sulla spesa complessiva.

Un complesso lavoro di omogeneizzazione ci ha comunque permesso di stilare una sorta di classifica dei costi complessivi di ogni missione. Quella più corposa va sotto il nome di «competitività e sviluppo delle imprese», a cui nel 2010 sono stati destinati poco più di 9 miliardi, distribuiti attraverso un centinaio di capitoli di spesa. In tale ambito c’è davvero di tutto: 1,5 miliardi di “interventi agevolativi per il settore aeronautico”; 3 fondi per la competitività e lo sviluppo per un valore complessivo di 1,4 miliardi e un fondo da 400 milioni per gli interventi agevolativi alle imprese, tesi a “regolamentare, incentivare, settori imprenditoriali (quali non è specificato), riassetti industriali, sperimentazioni tecnologiche, lotta alla contraffazione, tutela della proprietà intellettuale”; un fondo da 35 milioni di euro per “il finanziamento degli interventi consentiti dagli orientamenti Ue sugli aiuti di Stato per il salvataggio delle imprese in difficoltà”; due fondi rotativi per le imprese (costo totale: 25 milioni di euro) con due gestori differenti. Sono poi previsti 15 milioni di euro per “interventi per la imprenditorialità giovanile”, 10 milioni per le “iniziative a favore delle attività di promozione e di sviluppo per la costituzione di fondi mutualistici”; altri 10 milioni sono invece indirizzati a far fronte ai “crediti di imposta per la formazione di studi associati”, 6 milioni sono destinati ad “interventi nel territorio di Trieste”, 43 milioni aggiuntivi vengono stanziati per Simest Spa a favore di “interventi di sostegno finanziario all’internazionalizzazione del sistema produttivo”.

Spiccano poi le due previsioni di 550 milioni e di 804 milioni di euro versati per crediti di imposta fruiti dalle imprese rispettivamente per “l’acquisizione di beni strumentali per nuovi investimenti nelle aree svantaggiate” e “in relazione ai costi sostenuti per attività di sviluppo competitivo e ricerca industriale”. La ricerca scientifica è al centro di ulteriori capitoli di spesa: 41 milioni di euro sono serviti per pagare “i crediti di imposta delle piccole e medie imprese, nonché per nuovi contratti relativi ad attività di ricerca scientifica” e 1,2 milioni per alimentare un fondo “a sostegno di attività infrastrutturale di trasferimento tecnologico, di ricerca e formazione”.
Sono inoltre degni di nota i 61 milioni di euro di “contributi per la realizzazione di sistemi di controllo elettronico da affidare a società italiane in relazione al trattato intergovernativo italo-libico” ed il milione di euro del “fondo finalizzato all'efficientamento del parco dei generatori di energia elettrica prodotta nei rifugi di montagna”.

Ma ciò che è strabiliante è la somma, pari a 530 milioni di euro, riconducibile ad Alitalia: 300 milioni di euro costituiscono la cifra “per il reintegro dell’anticipazione di tesoreria concessa in favore di Alitalia -Linee Aeree Italiane Spa” e 230 milioni di euro sono invece il “fondo per gli oneri derivanti dall'acquisto di titoli obbligazionari ed azionari emessi dalla società Alitalia – Linee Aeree Spa”.
L'altra missione, con cui lo Stato dispensa incentivi-sussidi di vario tipo, che grava pesantemente sui conti pubblici è quella del “diritto alla mobilità”: sono 50 i relativi capitoli di spesa, per un onere totale di circa 7,5 miliardi. La parte del leone, in tale ambito, la fa Trenitalia, che è destinataria addirittura di circa 5,7 miliardi di euro: 2,4 miliardi vengono ascritti a “contributi [...] per la realizzazione di un programma di investimenti per l’ammodernamento delle infrastruttura ferroviarie”; 1,2 miliardi arrivano nelle casse di Trenitalia in “relazione agli obblighi di esercizio dell'infrastruttura nonché all'obbligo di servizio pubblico via mare tra terminali ferroviari”; altri 1,2 miliardi riguardano “i contributi quindicennali per la prosecuzione […] dell’alta velocità”; 240 milioni vengono registrati come “fondo per gli investimenti del gruppo Ferrovie dello Stato Spa”; 77 milioni invece riguardano “contributi […] per la realizzazione di opere specifiche” non meglio definite, mentre 380 milioni rappresentano la “somma da corrispondere […] in relazione agli obblighi tariffari e di servizio per il trasporto viaggiatori di interesse nazionale”. Gli “obblighi tariffari e di servizio per il trasporto merci” generano invece una ulteriore entrata pari a 138 milioni di euro per Trenitalia, che fruisce pure di 26 milioni di trasferimenti pubblici per “la realizzazione di interventi volti all’ammodernamento tecnologico dei sistemi di sicurezza, sia dell’infrastruttura ferroviaria che installati a bordo dei materiali rotabili”.

Il resto dei 7,5 miliardi è un elenco di sussidi, illuminante della capacità, da parte del ceto politico nostrano, di distribuire in modo “originale” soldi pubblici. Si va dai 180 milioni di euro di “sovvenzioni […] per il ripianamento degli oneri derivanti dalla ristrutturazione dei servizi alle società assuntrici di servizi marittimi”, ai 147 milioni di euro erogati al settore autotrasporto “al fine di consentire lo spostamento di quote rilevanti di traffico pesante dalla modalità stradale a quella marittima” nonché di sostenere “il trasporto combinato e trasbordato su ferro”, passando per i 95 milioni di euro di “contributi per la costruzione, trasformazione e grande riparazione navale”, i 76 milioni di euro per “sgravi contributivi e fiscali a favore delle imprese armatoriali”, i 47 milioni di euro di “contributi alle imprese armatoriali per la riduzione degli oneri finanziari”, i 26 milioni destinati alle “imprese navalmeccaniche per la realizzazione di progetti innovativi connessi all’applicazione industriale di prodotti o processi innovativi [...]”, i 12 milioni di euro di “fondi per la demolizione di navi cisterna”, giungendo fino ai 700 mila euro di “contributo per l’acquisto di battelli solari a ridotto impatto ambientale”.

Sotto la missione “ricerca ed innovazione”, che pesa sul bilancio dello Stato per 1,1 miliardi di euro, è tutto un fiorire di fondi: due fondi “per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica” (700 milioni di euro di spesa), due fondi rotativi (270 milioni di euro), un fondo per la competitività e lo sviluppo (64 milioni di euro), un fondo integrativo speciale per la ricerca (28 milioni di euro) e un fondo per lo sviluppo sostenibile (24 milioni di euro). Nell’ambito dei contributi alle imprese in materia di ricerca ed innovazione, impressiona infine la cifra di 22 milioni di euro quale “somma da assegnare per il finanziamento di centri e progetti di ricerca nel Mezzogiorno”, proprio perché non abbiamo avuto notizia della nascita di essi.
È di un certo interesse il fatto che, sempre nell'ambito dei sussidi alle imprese, il conto della missione denominata nel bilancio dello Stato “comunicazioni” abbia un costo pari ad 1 miliardo di euro. Di questi, solo una minima parte finisce però a beneficio delle aziende del settore. Infatti ben 750 milioni di euro sono dirottati verso Poste Italiane: 570 milioni rappresentano la “somma da erogare [...] per i servizi offerti in convenzione allo Stato” e 171 milioni di euro l’ulteriore “somma […] relativa all’ammortamento delle anticipazioni concesse dalla Cassa Depositi e Prestiti per il finanziamento di interventi di potenziamento, rinnovo e sviluppo dei servizi”.
Invece i 20 milioni di euro di “rimborso alle Poste Italiane dei maggiori oneri sostenuti per le agevolazioni tariffarie concesse in relazione allo svolgimento delle consultazioni elettorali” rappresentano certo tecnicamente un trasferimento alle imprese, ma sono in realtà un costo aggiuntivo della politica.

Tra i finanziamenti previsti nei confronti delle imprese attive nel settore delle infrastrutture, che ammontano a 390 milioni di euro, fa riflettere il contributo di 12,6 milioni di euro alla Società Stretto di Messina; mentre tra i 155 milioni di euro propedeutici a sostenere l’internazionalizzazione delle imprese, balzano agli occhi i 40 milioni di euro destinati genericamente a “enti, istituti, associazioni, fondazioni ed altri organismi”, nonché i 16 milioni di euro impegnati per la “realizzazione di azioni a sostegno di una campagna promozionale straordinaria a favore del Made in Italy”, di cui peraltro facciamo fatica a ricordare le caratteristiche.
I 39 capitoli di spesa, con cui sono state suddivisi i non irrilevanti contributi (690 milioni di euro) a favore delle imprese agricole, sono un altro capolavoro dell’arte, tutta italiana, di disperdere le risorse in mille rivoli.
Aspettiamo quindi con interesse e una certa ansia la presentazione, da parte del Ministro Passera, del progetto di riorganizzazione dei 20-25 miliardi di contribuzioni statali previste ad oggi a favore del mondo delle imprese. Nell’auspicio che, andando oltre l’effetto annuncio già sperimentato altre volte in questa materia, questa sia davvero la volta buona per trasformare sussidi e stampelle in veri e propri incentivi alla crescita del Paese.

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Infografica – I trenta miliardi regalati dallo Stato alle imprese

 

 

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