Per la Spagna è finita ma Madrid non lo ammette

Anche oggi continua il balletto iberico. Indiscrezioni rilanciavano la voce di una piano di un salvataggio da 300 miliardi, ma Madrid ha smentito. Ripubblichiamo l'analisi di Fabrizio Goria della situazione spagnola. L’abbraccio mortale fra banche e costruttori edili, unito alla situazione debito...

Spagna Crisi Ecomomica
12 Aprile Apr 2012 1641 12 aprile 2012 12 Aprile 2012 - 16:41
Messe Frankfurt

«Non è possibile salvare la Spagna e non abbiamo bisogno di un salvataggio». Ancora una volta, il premier spagnolo Mariano Rajoy respinge le voci secondo cui Madrid sia sul punto di chiedere un sostegno finanziario sull’onda di Grecia, Irlanda e Portogallo. Eppure, per la Spagna servirebbero entro fine 2012 circa 250 miliardi di euro. Una cifra che non è sostenibile per l’Europa.

Dopo aver varato una manovra economica da 27 miliardi di euro, Madrid rischia di essere la prossima a capitolare. La Commissione europea sta spingendo affinché il consolidamento fiscale necessario avvenga nel minor tempo possibile. Gli euroburocrati sanno che hanno le loro colpe, ma poco importa. Bruxelles ha infatti chiuso un occhio quando Madrid ha detto che non avrebbe rispettato gli accordi presi in precedenza, che vedevano una riduzione del deficit al 4,5% a fine 2012. L’obiettivo di fine anno sarà invece il 5,3%, stando alle previsioni della Moncloa. Ma è possibile, come scrive El Pais, che alla fine si attesterà al 5,8 per cento. Il tutto con un Pil dato in contrazione di un punto percentuale per l’anno in corso dalla Commissione Ue, un debito pubblico che passerà dal 68,5% del Pil fatto segnare nel 2011 al 78,5% di fine 2012 e una disoccupazione che continua a essere oltre il 20 per cento.

Per molti analisti è solo questione di tempo. La Spagna, entro la fine dell’anno, entrerà in un programma di monitoraggio come avvenuto per Atene, Dublino e Lisbona. Il più tranchant è Willem Buiter, capo economista di Citigroup, uno dei più autorevoli al mondo, con una lunga esperienza alla Bank of England. In un report dello scorso 28 marzo, senza mezzi termini, ha spiegato come l’abbraccio mortale fra banche e costruttori edili, unito alla situazione debitoria delle pubbliche amministrazioni locali e alle nuove regole di bilancio europee, sta trascinando in fondo all’abisso Madrid. E pochi giorni fa hanno rincarato la dose Ubs e Nomura. Se la banca svizzera parla di «una situazione ormai irrecuperabile», quella nipponica evidenzia come il compito di Rajoy sia «senza speranza».

Le banche sono il buco nero di Madrid. Secondo Lombard Street Research le urgenze di ricapitalizzazione per gli istituti di credito sono circa 95 miliardi di euro. Ancora più elevate le stime secondo Citigroup, 140 miliardi di euro. In linea con la casa d’affari londinese è invece Ubs, che parla di 90 miliardi di euro. «Il sistema bancario è in crisi, se non ci fosse stata la Bce non ci sarebbe più stato ossigeno», scrivevano gli analisti della banca elvetica. In effetti, le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro) dell’Eurotower hanno fornito oltre 1.000 miliardi di euro di liquidità a tre anni. Fra dicembre e febbraio le banche iberiche hanno comprato 68 miliardi di euro di bond governativi, prevalentemente spagnoli, per sostenere il mercato obbligazionario e rifinanziare il proprio debito in portafoglio. Lo ha evidenziato Merrill Lynch la settimana scorsa, ricordando come l’esposizione complessiva ai debiti sovrani degli istituti di credito iberici sia di 250 miliardi di euro. Tanto, ma meno delle banche italiane, esposte sui bond governativi per 302 miliardi di euro.

Se il sistema creditizio iberico è così sofferente, le ragioni sono da ricercare soprattutto nel modello di business che hanno tenuto in questi anni. La bolla immobiliare della Spagna, come ha spiegato più volte il Banco de España, non è ancora esplosa. I prezzi delle abitazioni stanno continuando a scendere e per ora non ci sono vie d’uscita. Il General IMIE Index, cioè il principale indice di riferimento del settore immobiliare, è sceso ancora in marzo, segnando un -11,5% su base annua. Ma a stupire sono i dati sui prezzi delle case dal 2007 a oggi, in calo del 28,7 per cento. «Siamo sull’orlo di un collasso generalizzato», dice a Linkiesta un trader di Bankia, una delle prime banche di Spagna. Non c’è da stupirsi. La curva dei prezzi delle unità abitative ricorda infatti quella del mercato statunitense negli anni precedenti al 2007, prima quindi che il settore dei mutui subprime saltasse.

Il Banco de España sono anni che ripete sempre gli stessi allarmi. Nel novembre del 2008 la banca centrale nazionale iberica pubblicò una lunga analisi della crisi delle case, ricordando all’allora premier José Luiz Rodriguez Zapatero che l’esposizione delle banche spagnole al settore immobiliare era di circa 450 miliardi di euro. Sei mesi dopo, l’esposizione era salita a circa 530 miliardi di euro, in costante peggioramento. Fu solo allora che Zapatero lanciò il Fondo de Reestructuración Ordenada Bancaria (Frob), il maxi piano di ristrutturazione del sistema bancario con una dotazione di 90 miliardi di euro. Eppure, anche in quella occasione, il Banco de España avvertì che occorrevano circa 150 miliardi di euro. Il deleveraging e il consolidamento delle Cajas, le casse di risparmio, è già iniziato, ma nel frattempo il peso degli asset legati agli immobili sui portafogli bancari, complici i continui pignoramenti, è salito fino a oltre 600 miliardi di euro.

Oltre alle sofferenze delle banche e degli immobili, ci sono anche quelle delle pubbliche amministrazioni locali. A fine febbraio, come notava il think tank londinese Open Europe, i debiti erano di 36 miliardi di euro, lievitati a 38 a fine marzo secondo il Banco de España. Già in novembre la banca britannica Barclays esprimeva i suoi dubbi sulla capacità del governo di gestire la criticità: «La dissestata situazione debitoria delle amministrazioni locali sarà una delle sfide più grandi per Rajoy». E come ha detto la scorsa settimana il ministro delle Finanze, Cristobal Montoro, Madrid è in una «situazione d’emergenza e senza precedenti».

Mentre la Moncloa parla di «follia» in riferimento a un eventuale richiesta di aiuto della Spagna, gli investitori non la pensano così. Il braccio di ferro tra Madrid e Bruxelles sul budget 2012 è appena iniziato e l’analisi richiederà alcune settimane. Dalla Commissione europea fanno sapere che i primi dettagli visionati sono stati accolti positivamente, ma l’impressione è che occorreranno altri sforzi. Proprio per questo nelle sale operative sta avanzando la voce che possa essere proprio Madrid la prima a utilizzare i fondi dello European stability mechanism (Esm), il fondo salva-Stati permanente da 500 miliardi di euro che partirà fra poco.

Il Fondo monetario internazionale continua a ripetere che la Spagna non ha bisogno di aiuti. Ma il sentore è che sia solo un gioco di ruolo. Se Madrid dovesse perdere l’accesso ai mercati obbligazionari, non ci sarebbe altra soluzione. Considerando le sfide che ha di fronte il Tesoro spagnolo e i tassi d’interesse su cui stanno viaggiando i bond iberici su tutta la curva di durata, questa opportunità è sempre meno remota. Del resto, da qui a fine anno la Spagna deve collocare circa 90 miliardi di euro di titoli di Stato, secondo i dati Thomson Reuters Datastream.

Sommando tutte le voci si arriva velocemente a 250 miliardi di euro. Una cifra che però potrebbe non essere sufficiente nel medio-lungo termine. Specie considerando che proprio oggi la Banca dei regolamenti internazionali (Bis) ha ricordato che con l’introduzione delle normative contabili di Basilea III occorreranno nuovi esborsi per le banche mondiali. 485,6 miliardi di euro per le banche con rilevanza internazionale (103) e 32,4 miliardi per quelle minori (109). Nel complesso sono otto le banche spagnole inserite nella ricerca. E sono le stesse, da Bankia a Santander, a essere esposte alla bolla immobiliare iberica. Le stesse che rischiano di portare nell’abisso la Spagna.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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