Ecco perché un veneto non guiderà mai la Lega Nord

Storia e leggenda della Łiga Vèneta, dai primi surreali manifesti degli anni Settanta, su carta da pacchi e in un mai sentito dialetto padovan-vicentin-rovigotto, alle attuali tensioni con i varesotti che guidano la Lega Nord e che non hanno mai capito il veneto e i veneti. Gente che ha preso col...

Veneto Nazione
15 Aprile Apr 2012 0715 15 aprile 2012 15 Aprile 2012 - 07:15

Quando a Venezia comparvero quei manifesti, scritti a mano con pennello e pittura blu su carta da pacchi bianca, con slogan improbabili in un dialetto inesistente, la reazione generale fu lo sghignazzo. Chi sono questi qua che scrivono «Par no arlevar ’na manega de robot parlè veneto anca coi fioi»? (Per non allevare una manica di robot parlate veneto anche con i bambini). Pochi immaginavano che allora, siamo alla fine degli anni Settanta, stessero assistendo alla nascita di un nuovo movimento politico: la Liga Veneta. Uno dei fondatori era un veneziano all’epoca poco più che trentenne (è nato nel 1947) che di nome fa Franco Rocchetta. Un illustre signor nessuno. In realtà la sua biografia ufficiale su Wikipedia lo tace, ma non era nuovo alla politica: aveva militato in Lotta Continua, e anche nel Partito repubblicano (nel 1970 partecipa a fianco di Ugo La Malfa a un convegno nazionale del Pri sulla salvezza di Venezia). Poi, folgorato sulla via del venetismo, nel 1978 fonda la Società filologica veneta. È quello il nucleo di duri e puri da cui nasce la Liga.

Sono anni difficili, quelli: gli anni di piombo. L’università di Padova è il brodo di coltura dell’Autonomia operaia, in cui – si saprà poi – le Br arruolano le nuove leve. Il 7 aprile 1979 il giudice padovano Pietro Calogero (per anni sui muri sarà scritto «Kalogero») autorizza il blitz che porta all’arresto di Toni Negri, Oreste Scalzone e Franco Piperno. Tutto questo passa come acqua sul burro addosso a Rocchetta e ai suoi. Mentre gli autonomi scrivono con lo spray, loro continuano imperterriti a usare pennello e pittura blu per i loro manifesti col «leòn», che magari “magna el teròn”, altro slogan di quegli anni. Su qualche cavalcavia autostradale compare la scritta «Forza Etna», inconsapevole, ruspante e razzista antesignana di altri «Forza» di là da venire, mentre un nuovo manifesto recita: «Fora dal Veneto i bastardi figli di venete e meridionali» (chi scrive lo ricorda bene: ha la mamma veneziana e il papà tarantino).

Il linguaggio usato nei primi manifesti leghisti non esiste nella realtà, è un misto di padovan-vicentin-rovigotto che nessuno parla davvero. I veneziani altezzosi e col complesso della Serenissima (tutto questo amore del Veneto per Venezia è assolutamente di facciata, i veneziani sono molto mal visti in terraferma e ricambiano con sincerità: «Dime ladro o sassìn, ma no ’sta dirme cadorìn» – chiamami ladro o assassino, ma non chiamarmi cadorino – recita un proverbio, e si potrebbe continuare con «Dime can, ma no furlàn», e via così) guardano con sussiego e sufficienza a questi slogan. Sarà bene chiarire un po’: capitale di uno stato multinazionale che a un certo punto della storia (fine XV e inizio XVI secolo) si è ritrovato a essere il più ricco e potente di tutti, Venezia ha una visione ombelicale del mondo. Recita un adagio (qui tradotto in italiano): «Qua ci siamo noi, i veneziani; di là del ponte (ovvero il ponte translagunare che unisce Venezia alla terraferma) ci sono i campagnoli, cioè quelli che vorrebbero parlare come noi, ma non ci riescono; poi ci sono tutti gli altri, i foresti». Capirete bene l’effetto sghignazzo dei manifesti leghisti. Ma la storia ha fatto il suo corso e i «campagnoli», questa volta, costringeranno i lagunari a rimangiarsi l’alterigia: nel 1993 a sfidare Massimo Cacciari per la carica di sindaco ci sarà proprio un leghista, Aldo Mariconda (e Venezia sarà uno dei pochissimi comuni in cui la Liga viene sconfitta, nel resto del Veneto el leòn fa la parte del leone).

Torniamo un po’ indietro, al battesimo con le urne della Liga, ovvero le prime elezioni europee, nel 1979. Rocchetta e i suoi si presentano assieme all’Union Valdôtaine, all’Unione slovena, al Partito sardo d’azione, e ad altri movimenti etnico-autonomisti (e invece non vogliono la Lista per Trieste in quanto nazionalista e antislovena). A Strasburgo va un valdostano, ma la Liga ottiene un’enorme visibilità che la ripagherà nelle urne quattro anni più tardi, nelle elezioni parlamentari del 1983, quando manda a Roma due perfetti sconosciuti: il padovano Achille Tramarin, deputato, e il trevisano Graziano Girardi, senatore. Tra i candidati al Senato c’è anche un tal Flavio Contin e tra i più antichi militanti si annoverano Luigi Faccia e Franco Licini: li ritroveremo coinvolti a diverso titolo con i Serenissimi che assaltano il campanile di San Marco, nel 1997. Nel frattempo la Liga Veneta si è formalmente costituita: il 16 gennaio 1980, a Padova, si ritrovano in 14 nello studio del notaio Todeschini.

Il successo, spesso, dà alla testa, e la Liga subito si spacca in una serie di espulsioni, controespulsioni, scissioni e amenità varie. Il leader vicentino, Ettore Beggiato, dà vita all’Union del popolo veneto, che ancor oggi ha un seggio in Consiglio regionale. Marilena Marin, futura moglie di Rocchetta, diventa segretaria del partito prendendo il posto di Tramarin che esce e fonda la Liga Veneta Serenissima. Rocchetta continua a predicare il verbo venetista. Chi scrive ricorda una sua antica conferenza stampa a Venezia. Nell’articolo, che uscì in un settimanale non più esistente, furono scrupolosamente riportate tutte le frasi apparentemente più assurde e inverosimili, come per esempio: «Agli occhi dei veneti la Rivoluzione francese appare come un tardo sommovimento terzomondista» (per significare la presunta avanzata struttura dello stato veneto). Rocchetta chiamò il direttore per complimentarsi della fedeltà con cui era stato riportato il suo pensiero. La Liga, spaccata e litigiosa, esce con le ossa rotte dalle elezioni parlamentari del 1987, non elegge nessuno, mentre al di la del Mincio piglia un sacco di voti un neonato movimento autonomista, la Lega lombarda, guidata da uno sconosciuto che riesce a farsi eleggere sia alla Camera, sia al Senato. Il suo nome è Umberto Bossi. Opta per il Senato, cosa che gli varrà il soprannome di «senatùr».

Il 22 novembre 1989, a Bergamo, nasce la Lega Nord: Bossi ne diventa i segretario, Marilena Marin in Rocchetta, il presidente. I veneti rimarranno, di fatto, sempre in posizione subalterna rispetto ai lombardi e se qualche veneto rischia di fare ombra al capo supremo, viene prontamente espulso. Sorte che tocca prima a Rocchetta (1994) e poi a Fabrizio Comencini (1998). Rocchetta al tempo è sottosegretario agli Esteri nel primo governo Berlusconi e presidente della Lega Nord; Bossi commenta ruvidamente l’espulsione: «È un berlusconiano, vada con Berlusconi». Rocchetta fonda l’ennesima lega, la Liga Nathion Veneta, ma la quasi totalità dei veneti resta fedele ai lombardi.

Il 12 maggio 1797, in una seduta priva del numero legale (per questo è in piedi un ricorso al Consiglio d’Europa), il Maggior consiglio vota la decadenza della Serenissima repubblica di Venezia. L’occasione del bicentenario è ghiotta e un gruppo di simpatizzanti leghisti che verranno ribattezzati a furor di mass media «i Serenissimi» (nessun veneziano, tutti della terraferma, per tornare a quanto detto più sopra) pensa a un’azione eclatante: la conquista militare del campanile di San Marco. Camuffano un autocarro in modo dal farlo sembrare un blindato e lo battezzano “tanko”. Gli otto che conducono l’azione nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1997 sbarcano in Piazza San Marco, salgono in cima al campanile e issano un vessillo di San Marco. Al mattino la notizia fa il giro del mondo. Bossi, che di Veneto e veneti non sa nulla, a caldo parla di provocazione dei servizi segreti e tace soltanto dopo esser zittito dai leghisti veneti che gli spiegano la verità: gli otto sono uno spin off della Liga prima maniera.

Intanto si attende l’arrivo di un inviato, “l’ambasciatore”, ovvero Giuseppe Segato che però non si fa vedere. Arrivano invece i reparti speciali dei carabinieri che in pochi minuti impacchettano i serenissimi. Leggenda vuole che un militare siciliano abbia replicato a un serenissimo che gli parlava in veneto: «Minchia dici!». Al processo che seguì furono tutti condannati a pene variabili, ma non leggerissime. Giuseppe Segato, che non aveva partecipato all’azione e, di fatto, non aveva commesso nulla di concreto, fu condannato a 3 anni e 7 mesi per reati associativi. A lui, come agli altri, fu sempre rifiutata la grazia, anche dopo che, colpito da una malattia grave, fu portato in ospedale con le manette ai polsi (è morto nel 2006).

Nelle ultime elezioni parlamentari, quelle del 2008, la Lega Nord prende percentualmente più voti in Veneto che in Lombardia, ma nessun dirigente politico della Lega viene dal Veneto. Uno dei membri dell’attuale triumvirato è veneta, ovvero Manuela Dal Lago, ai tempi della prima repubblica segretaria provinciale del Partito liberale di Vicenza. Ma all’ipotesi di eleggere segretario Flavio Tosi, sindaco di Verona, è subito stata messa la sordina. Quel posto era di un varesotto e sarà di un varesotto. 

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