I “rimborsi” gonfiati dai partiti, elezione per elezion

I partiti italiani hanno incassato quasi tre miliardi di euro dal 1994 ad oggi come rimborsi, ma

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19 Aprile Apr 2012 1000 19 aprile 2012 19 Aprile 2012 - 10:00

Tappe legislative sui rimborsi elettorali ai partiti dal 1993 a oggi

La storia dei contributi pubblici alle forze politiche all’indomani della loro abrogazione referendaria nell’aprile 1993 è scandita da un’intensa e laboriosa produzione legislativa volta a disattendere e rovesciare l’espressione della volontà popolare. Ripercorriamo i passaggi cruciali di questo lungo percorso.

Se, nella primavera del 1993, 34.598.906 cittadini italiani avevano deciso la definitiva cancellazione del finanziamento statale dei partiti, già nel dicembre di quell’anno viene riaffermata la validità dei rimborsi elettorali, che assumono la denominazione di contributo per le spese elettorali. La decisione è assunta dalla quasi totalità dei gruppi presenti in Parlamento e finalizzata a garantire la sopravvivenza di formazioni e apparati colpiti dall’introduzione del meccanismo di voto maggioritario uninominale e destinati a perdere ogni ragion d’essere. Una scelta che costituisce l’inizio dell’offensiva contro il responso referendario, visto che le sovvenzioni pubbliche andranno aumentando progressivamente nel tempo.

Preso atto che tali elargizioni non sono sufficienti a soddisfare il proprio istinto di conservazione e riproduzione, i partiti nell’inverno del 1996 decidono un salto di qualità. Nell’Aula di Montecitorio arrivano il 20 dicembre le nuove “norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o forze politiche”. In realtà di volontario e di liberale vi è ben poco. La legge prevede che ogni contribuente possa destinare il 4 per mille dell’imposta sul reddito al finanziamento dei partiti, senza indicare la formazione prescelta. Il fondo destinato alle realtà politiche non deve oltrepassare i 110 miliardi di lire e viene ripartito in base ai voti conquistati da ciascuna lista nella parte proporzionale della scheda per la Camera dei deputati. La norma prevede anche detrazioni per le erogazioni spontanee di persone fisiche e società di capitali, pari al 22 per cento dell’imposta, e affida al tesoriere del partito il compito di redigere un rendiconto dettagliato dello stato patrimoniale del movimento. Una postilla alla legge introduce il primo omaggio alle forze politiche: “Per il 1997 il Tesoro ripartisce come prima erogazione una somma di 160 miliardi di lire”. Il percorso parlamentare della legge è degno dei più collaudati blitz militari. Trasmesso alla Camera il 2 agosto dalla Commissione Affari costituzionali del Senato, che lo aveva approvato all’unanimità in sede legislativa, coinvolge nella discussione meno di 100 deputati e riscuote un consenso vastissimo. Al punto che il dibattito in Aula viene contingentato: un’ora per i gruppi, mezz’ora per i relatori e mezz’ora per i parlamentari in dissenso rispetto ai loro partiti. Questo l’esito della votazione: 466 presenti, 31 astenuti, 422 sì e 13 no. L’applicazione delle nuove norme presenta risultati impietosi, poiché sono pochissimi i contribuenti che destinano il 4 per mille ai partiti. Per eliminare ogni incertezza le forze politiche decidono allora di anticiparsi la somma di 110 miliardi di lire.

Tuttavia la somma non basta. E nel giugno 1999 viene così emanata la legge “sul rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie”. Ancora una volta il titolo del provvedimento è una mistificazione, visto che le risorse devolute non hanno alcuna corrispondenza con le spese effettive sostenute per le campagne. I fondi sono 5 in tutto: uno per le consultazioni referendarie, uno per la Camera, uno per il Senato, uno per le elezioni europee e uno per le regionali. Le sovvenzioni riguardano i partiti che riescono a raggiungere il 4 per cento dei voti e vengono erogate annualmente: nel caso di scioglimento anticipato della legislatura la distribuzione si interrompe. L’ammontare complessivo per una legislatura completa di Camera e Senato è di 193.713.000 euro.

Una prima moltiplicazione dei contributi pubblici viene approvata nel luglio 2002 grazie alla legge ideata dal tesoriere dei Ds Ugo Sposetti forte del consenso unanime di tutte le formazioni presenti in Parlamento. L’ammontare complessivo per Camera e Senato passa a 468.853.675 euro e si stabilisce che possono beneficiare dei finanziamenti i partiti che ottengono l’1 per cento dei suffragi. Complessivamente gli stanziamenti per il voto parlamentare, europeo e regionale raggiungono ogni anno la cifra di 200 milioni di euro, che arrivano a 1 miliardo nell’arco di cinque anni.

La perla finale è contenuta nella legge del febbraio 2006, grazie alla quale la distribuzione è assicurata per cinque gli anni a prescindere dalla durata effettiva della legislatura. Una modifica che innesca l’aumento esponenziale delle risorse riservate a gruppi e burocrazie partitiche. Crescita che nulla ha potuto arginare, se pensiamo che nel 2009 i partiti hanno ridotto al 10 per cento il taglio del 50 per cento dei rimborsi elettorali proposto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
Gli interventi frenetici e le corse contro il tempo realizzate dai partiti quasi all’unanimità hanno prodotto i loro frutti. Attualmente per ogni legislatura entrano nelle loro casse 500 milioni di euro di finanziamento pubblico a fronte di 100 milioni di spese documentate. Peraltro, grazie alla crisi del governo Prodi e alle elezioni anticipate nella primavera del 2008, molti gruppi vantano il privilegio di sommare i contributi statali per il voto del 2006 con le elargizioni previste per l’ultima tornata politica.

 

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