Senza articolo 18 l’Austria non ha disoccupati

Un mix di welfare, tasse basse sulle imprese, alta innovazione e formazione scolastica in stretto contatto con le esigenze economiche. È il miracolo dell'Austria che, con appena il 4,2% di senza lavoro, è il Paese europeo con la disoccupazione più bassa. Dove si può licenziare senza fornire alcun...

Austria
19 Aprile Apr 2012 1503 19 aprile 2012 19 Aprile 2012 - 15:03
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Un mix di tasse basse sulle imprese, innovazione, formazione di alto livello e grande flessibilità nel mercato del lavoro. Se vogliamo un ricetta che funziona per un boom occupazionale, basta andare a guardare appena a nord del Brennero. Perché l'Austria, 8 milioni di abitanti, nel febbraio scorso (ultimi dati Eurostat disponibili) si è confermata prima della classe nell'Ue in termine di disoccupazione: appena il 4,2% di senza lavoro, davanti anche all'Olanda, a lungo in testa alla classifica (ora è al 4,9%), e meglio pure dei "cugini" tedeschi (5,7%). E la media dell'eurozona è ben più alta: 10,8% (l'Italia è al 9,3%). Non basta: la piccola repubblica alpina è in forma smagliante anche nel settore della disoccupazione giovanile (16-25 anni), autentica piaga di questi tempi: se l'eurozona ha una media del 21,6% (l'Italia è al 31,9%), la Felix Austria si ferma all'8,3%, appena dietro la prima in classifica, la Germania (8,2%).

«Essenziale - spiega Helmut Hofer, ricercatore dell'Istituto di Alti Studi (IHS) di Vienna, uno dei due maggiori istituti economici austriaci - è la scuola, che incoraggia chi sceglie gli istituti professionali a trovare prestissimo un posto di apprendista. L'offerta è abbondante perché numerose imprese fanno ricorso a questo strumento. Se sono bravi, spesso i giovani vengono poi assunti». Fino al 20% di riduzione d'imposta, del resto, è assicurato alle imprese che effettuano formazione dei ragazzi. Chi ha fatto il liceo andrà invece, per lo più, all'università, con una qualifica media abbastanza elevata, buoni atenei e un rapporto stretto tra questi e l'industria.

«All'estero molti non lo sanno - spiega Hedwig Lutz, esperta di mercato del lavoro dell'altro grande istituto di studi economici del paese, l'Istituto per la ricerca economica di Vienna (Wifo) - ma l'Austria ha industrie molto competitive, ad esempio nel settore dell'indotto dell'auto, che fanno ottimi affari con la Germania e non solo». Basta fare un salto a Linz, per scoprire che la locale università lavora in strettissimo contatto con la Bmw favorendo anche l'indotto austriaco del colosso bavarese. E giganti come Philips o Siemens sono sponsor di vari atenei.

Secondo uno studio della Deutsche Telekom Stiftung, l'Austria è ai primi posti nel mondo per innovazione, alla pari addirittura con gli Usa e, nell'eurozona, dietro (di poco) solo a Germania, Finlandia e Olanda. Questo grazie anche a una politica fiscale che concede sgravi fino al 10% per chi effettua ricerca e innovazione. L'aspetto fiscale, in effetti, conta parecchio. Per le imprese, soprattutto i colossi multinazionali, l'Austria è un paradiso. E si vede: nel Paese hanno sede 303 multinazionali, più di quante se ne contano in tutto l'Est Europa. E circa mille società (tra cui Siemens, Beiersdorf, Hewlett- Packard, Henkel, FedEx) hanno scelto l'Austria come base per tutta l'Europa centro-orientale. Se in questa scelta molto c'entrano infrastrutture e alto livello del personale, è indubbio che il trattamento fiscale ha un ruolo notevole.

Nel 2005 il governo ha tagliato l'imposta sulle persone giuridiche (come la nostra Ires) dal 34% al 25%, l'aliquota più bassa in tutta l'eurozona dopo l'Irlanda. Non basta: ai fini fiscali alle società è concesso di detrarre perdite subite in sedi estere, mentre vengono tassati esclusivamente i profitti realizzati in Austria. In questo modo, secondo i calcoli di vari istituti, la tassazione effettiva delle multinazionali scende intorno al 22 per cento. Non finisce qui. L'Austria, spiega infatti Hofer, «è stata attenta a far sì che i costi salariali seguissero la produttività. Anzi, a dire il vero sono rimasti leggermente al di sotto di questa». É la curva esattamente opposta a quanto accaduto in Italia.

« É così che le nostre imprese - dice ancora l'esperto - sono riuscite a restare molto competitive, persino rispetto alla Germania». Cruciale, dice ancora Lutz, «è però anche la grande flessibilità del mondo del lavoro». Ad esempio sul fronte dell'orario, che è molto elastico e consente anche forme di orari ridotti con compensazioni da parte dello Stato. «Ci sono modalità anche informali - aggiunge Hofer -. Anche se abbiamo anche noi i contratti nazionali di categoria, molte aziende fanno accordi singoli con i dipendenti per ridurre orario e ovviamente paga in momenti di cali di ordinativi, salvo poi riprendere la normalità a emergenza finita».

Un clima positivo che paga, evidentemente: secondo il World Competitiveness Yearbook 2011, l'Austria è terza al mondo per motivazione e impegno dei lavoratori, dietro solo a Danimarca e Svizzera, mentre la Germania è all'8° posto, il Giappone al 15°, gli Usa al 21° e l'Italia al 48°. Flessibilità vuol però dire, sottolinea Lutz, che «il datore di lavoro è anche libero di licenziare senza dover fornire alcuna motivazione». L'articolo 18, insomma, in Austria è del tutto sconosciuto. «Questo - prosegue la ricercatrice - incoraggia molto le assunzioni perché l'impresa sa di poter ridurre il personale se necessario».

La normativa austriaca prevede comunque l'obbligo di preavviso, da un minimo di due settimane per gli operai fino a cinque mesi per i dipendenti ultracinquantenni. Dopo c'è un generoso sussidio di disoccupazione e un'ampia offerta di formazione (in parte obbligatoria per chi riceve il sussidio) per riposizionarsi nel mercato del lavoro. La ricetta funziona visto che, sottolinea Hofer, «la disoccupazione di lunga durata praticamente da noi non esiste».

Di recente anche nel "paradiso" austriaco sono però comparsi alcuni problemi. Si diffondono infatti i lavori sottopagati, mentre cresce costantemente il numero di contratti a tempo determinato. Inoltre permane una grossa sperequazione salariale tra donne e uomini e una crescente difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, per la riduzione dell'offerta di nidi e scuole materne. L'Italia, però, forse farebbe volentieri a cambio.
 

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