Con i pm sul collo, il cda FonSai boccia le condizioni di Unipol

Dopo la richiesta di fallimento per le holding a monte della filiera Ligresti, la Procura di Milano indaga Salvatore Ligresti per aggiotaggio e mette sotto sequestro il 20% di Premafin intestato a due trust esteri che si ritiene siano riconducibili alla famiglia. L’escalation giudiziaria spinge c...

Ligresti Galleria
20 Aprile Apr 2012 0626 20 aprile 2012 20 Aprile 2012 - 06:26
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L’inchiesta della Procura di Milano sullo scandalo societario sfociato nella crisi della Fondiaria Sai comincia a provocare le prime crepe sul tentativo di pilotare il salvataggio della compagnia assicurativa a condizioni penalizzanti per gli azionisti di minoranza ma proficue per il “salvatore”, il gruppo Unipol, e per le banche creditrici del gruppo Ligresti.

La crescente pressione giudiziaria, che ieri ha portato al sequestro del 20% di Premafin in mano a due trust esteri Ever Green e The Heritage, ritenuti nelle disponibilità della famiglia Ligresti, ha spinto il consiglio di amministrazione di FonSai a un’attenzione alla trasparenza e un atteggiamento di tutela verso i soci di minoranza che non s’erano mai visti da queste parti. E, mentre Salvatore Ligresti viene indagato per aggiotaggio – ipotizzando a suo carico una prolungata manipolazione del titolo Premafin attaverso i due trust –, anche le autorità di vigilanza Isvap e Consob sono di colpo diventate più puntigliose e assillanti, chiedendo la pubblicazioni di dettagli e approfondimenti sui conti. Ma il tema clou del cda di ieri era il progetto di integrazione con Unipol.

E ieri l’atteso via libera alla proposta Unipol è saltato.  In particolare, non è stato accetata la condizione di una quota del 66,7% del gruppo bolognese nel polo assicurativo che dovrebbe nascere dalla fusione a quattro fra Unipol Assicurazioni, Premafin, FonSai e Milano Assicurazioni. La compagnia presieduta da Jonella Ligresti ha dovuto ammettere che il concambio proposto «implica un intervallo potenziale di partecipazioni per gli azionisti di minoranza di Fondiaria Sai che non coincide con le valutazioni ad oggi effettuate dagli advisor finanziari», ossia Goldman Sachs per l’intero cda e Citi per il comitato di amministratori indipendenti. 

Si continua comunque a trattare, ma lo schema e le condizioni sono da rivedere. Per FonSai il 66,7% chiesto da Unipol non è accettabile: «Il consiglio ha ritenuto che, al fine di pervenire ad un giudizio in ordine ai valori economici ai fini di concambio, sia necessario avviare un confronto con il gruppo Unipol per valutare congiuntamente possibili adeguamenti, anche in relazione alla struttura dell’operazione, che ne possano incrementare la convenienza per gli azionisti di Fondiaria-Sai». Perciò, non solo andranno modificate le convenienze economiche relative (i concambi) ma anche la “struttura” dell’operazione di fusione a quattro. Di fronte a un rischio legale, reputazionale e giudiziario che sta crescendo di giorno in giorno, gli amministratori indipendenti, dal cui parere obbligatorio e vincolante dipendono le sorti dell’operazione, non se la sono sentita di avallare un progetto che è stato pensato più per tutelare i creditori bancari dei Ligresti che non per rilanciare la compagnia assicurativa che i Ligresti hanno messo in ginocchio.

Fino a che punto si potrà spingere la revisione degli accordi? Fare previsioni, per ora, è difficile, la situazione è molto fluida. Da un lato, la compagnia bolognese guidata da Carlo Cimbri è in cerca solo di un buon affare e dunque ha una maggiore forza negoziale, sebbene siano stati sollevati parecchi dubbi su alcune poste dell’attivo di Unipol. Dall’altro, Fondiaria ha bisogno di un aumento di capitale da 1,1 miliardi e paga il fatto di non avere mai cercato una vera soluzione di mercato ai propri problemi, finendo per assecondare gli input dei soci di controllo. A loro volta sono legati doppio filo alle due principali banche creditrici del gruppo: Unicredit è esposta per circa 500 milioni verso i Ligresti, Mediobanca vanta prestiti subordinati, dunque più rischiosi rispetto a un credito chirografario, per 1,1 miliardi verso la FonSai e per 400 milioni verso Unipol. Ma se Piazzetta Cuccia, ideatore e regista dell’operazione, prudentemente tace, i vertici di Unicredit insistono da giorni sull’inevitabilità dell’operazione. Ancora ieri l’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni ha dichiarato che la proposta Unipol «è l’unica concreta sul tavolo» e che non ci sono «serie e concrete alternative a questa ipotesi».

Le asserzioni di Ghizzoni, che negli ultimi giorni si è occupato in prima persona delle trattative cercando di avvicinare le posizioni, innescano però un corto circuito logico con la decisione assunta ieri dal cda della Fondiaria: se non ci sono alternative, perché mai Unipol dovrebbe accettare “possibili adeguamenti” della sua proposta? Esistono altre ragioni che il mercato, nonostante tutti i comunicati diffusi di recente, non conosce? Una risposta possibile, dal lato di Fondiaria, è che le alternative – inclusa quella di un aumento di capitale in proprio, rimandando a un secondo momento l’eventuale scelta di un partner – non sono mai state cercate. E forse anche di questo dovranno presto occuparsi gli amministratori indipendenti di Fondiaria, sulla cui reale indipendenza, del resto, pesano non poche perplessità e controindicazioni, a causa dei loro legami, anche economici, con le banche creditrici.

Twitter: @lorenzodilena

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