Padova, la terra dei suicidi non cerca più spiegazioni

Camposampiero e Vigonza, in provincia di Padova, distano 21 chilometri. Qui si sono tolti la vita 13 dei 33 imprenditori che dal 2009 a oggi sono scomparsi in Veneto. Quasi tutti operavano nel settore dell’edilizia come piccoli artigiani. Nel giro di quindici anni sono passati dal riscatto al dec...

Capannonipadova
20 Aprile Apr 2012 1305 20 aprile 2012 20 Aprile 2012 - 13:05
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C’è chi la spiega con la secoralizzazione, al fatto cioè che nel 2011 nella provincia di Padova 1 prete su 4 si era tolto la tonaca, e chi alla crisi settoriale dell’edilizia, che nella provincia della città dei “dei dottori” (in Veneto vale sempre il motto “veneziani gran signori, padovani gran dotori, vicentini magna gati, veronesi tuti mati) è stata spietata (secondo l’Istat nel febbraio 2012 la produzione nelle costruzioni in Italia è crollata del 20,3% rispetto allo stesso mese del 2011).

In realtà, però per tutti gli esperti, sociologi, politologi ed economisti, si tratta di un enigma. La serie di suicidi degli imprenditori si è concentrata soprattutto a Padova. O meglio nell’alta padovana, pianura seminata da piccole aziende di artigiani, soprattutto impiegati nell’edilizia che, davanti al rischio del fallimento delle loro aziende, si sono tolti la vita.

Uno su tre, stando alle stime anch’esse artigianali, calcolate da associazioni di categoria e dai giornali locali, perché ci si è accorti in modo tardivo della resa fatale dei piccoli imprenditori, che prima della crisi chiamavano Il Nordest con orgoglio la geografia della felicità e ora è diventato luogo di disagio sociale. Il primo è stato Pietro Tonin, nel dicembre del 2009, che si è buttato nel fiume Piovego con le mani legate, mentre sua moglie girava per i bar con una sua fotografia in mano. Preoccupato da seri problemi di salute che avrebbero reso difficile, per lui impossibile, sanare i debiti della sua azienda edile. Dieci-ventimila euro, pare. Così determinato a morire, che prima di gettarsi nelle acque gelide del Piovego, si è legato le mani dietro la schiena. L'ultimo, di cui si conosce il nome, è stato Giovanni Schiavon, titolare di un'azienda che asfaltava le strade, dodici dipendenti, sette in cassa integrazione, che lo scorso dicembre, prima di spararsi, ha lasciato una missiva per i suoi familiari in cui chiedeva scusa per la sua resa davanti ai debiti.

A leggere il macabro elenco dei suicidi dei piccoli imprenditori padovani si prova sgomento perché nel dicembre scorso sono accaduti in modo seriale, a intervalli cortissimi, a pochi giorni di distanza uno dall’altro. Secondo il presidente dell’Unione degli artigiani padovani (Upa) il motivo è solo uno: «La crisi dell’edilizia ha travolto tutta la filiera artigianale, tutti figli del popolo della partite Iva, rimasti senza lavoro perché le loro piccolissime imprese, con meno di dieci dipendenti, non ricevono più i lavori in subappalto. E poi non bisogna dimenticare che molti lavoravano grazie alle opere pubbliche appaltate dagli enti pubblici, che pagano con troppi mesi di ritardo», spiega a Linkiesta Roberto Boschetto.

«Le faccio l’esempio paradossale di un piccolo Comune, Casalserugo, dove, non potendo sforare il patto di stabilità, non ci si può permettere di pagare i fornitori, e il municipio rischia di essere pignorato. Ora stiamo cercando una soluzione: la Camera di Commercio creerà un fondo che distribuirà finanziamenti a rotazione, grazie all'intervento di Unicredit, che rinuncerà ai tassi di interesse. È un esperimento, già adottato a Bergamo, che aiuterà qualche imprenditore a resistere: il fondo sarà di un milione di euro, e darà speranza agli altri che non avranno per ora la possibilità di usufruire dei credito».

Una piccola linea contro il credit crunch che, affiancata alla rete di psicologi che si è creata, può aiutare a non mollare l’esile filo dell'esistenza. Secondo Matteo Villa, imprenditore padovano, che è rimasto a galla puntando sulle microtecnologie, bisogna guardare bene la mappa dei suicidi padovani: «Si tratta di un’area che è stata molto povera e che nel giro di 15 anni ha conosciuto la ricchezza e la crisi. Il riscatto e il declino. Non hanno fatto in tempo ad attrezzarsi culturalmente per affrontare la recessione, il portafoglio degli ordini, per chi ce li ha, non supera i trenta i giorni, e lì, a differenza dal resto del Veneto, non hanno alle spalle generazioni di imprenditori».

Guardando la mappa dal Nord, da Camposampiero fino a Vigonza, ci sono solo 21 chilometri. Eppure qui, più che altrove, la cultura d’impresa veneta, in cui il progetto esistenziale coincide con l’impresa familiare senza la quale non vale la pena di immaginare un futuro, è maggiormente radicata. E su 33 suicidi in Veneto, l'ultimo è stato di una donna, il 10 aprile, qui ce ne sono stati 13. Quando nel 2009 gli imprenditori cominciarono ad alzare bandiera bianca, se ne parlava, sussurrando. Con sconcerto e vergogna nella regione che si considerava la locomotiva trainante dell'economia italiana.

Allora lo scrittore-manager Massimo Lolli, che aveva dedicato un romanzo alla crisi economica nel Nordest, “Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio” spiegava così il fenomeno dei suicidi economici: «Il disagio non è provocato solo dalla passione per il lavoro, ma dall’impossibilità di non mantenere un tenore di vita da ostentare davanti alla propria comunità. L’idea del fallimento non viene presa in considerazione, semplicemente non può né deve realizzarsi. Hanno costruito il riscatto sociale per figli e nipoti, e infatti tutti temono, più dell’inferno, l’abisso di una vita terrena condizionata dal fallimento, dalla perdita della terra promessa».

Ora invece nessuno si affanna più a dare spiegazioni. Succede perché c’è la recessione, perché la questione settentrionale ha un lato oscuro, perché esiste un mal d’impresa che rende gli imprenditori più fragili. E i veneti, orgogliosi e testardi, non protestano neanche più oppponendo ai fallimenti le tante eccellenze imprenditoriali diffuse nel Nordest, alle quali però verrà dedicato il festival “Città Impresa”, ai primi di maggio, che si intitolerà: “Le fabbriche delle idee”, per cercare di dimostrare il contrario. Tanti, interpellati da Linkiesta, si sono rifiutati di prendere in considerazione questa piccola mappa, visto che la rassegnazione si sta diffondendo anche nel resto d’Italia. E preferiscono pensare che il disagio dell’alta padovana sia solo una tragica coincidenza. 

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