Spagna, boom di sfratti. E allora le famiglie “okkupano”

Sfrattati da casa per non essere riusciti a riscattare le ipoteche: in Spagna è capitato ad almeno un milione di persone dal 2007. Un fenomeno che è diventato una piaga e che ha portato a rimedi inediti: l’occupazione abusiva di stabilimenti abbandonati. Palazzine e capannoni diventano le nuove a...

Okupa Y Resiste
21 Aprile Apr 2012 1542 21 aprile 2012 21 Aprile 2012 - 15:42
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Una palazzina a quattro piani, sperduta nella periferia di Barcellona. Vista dall’esterno sembra il classico centro sociale: murales coloratissimi, bandiere anarchiche e una scritta sulla facciata, Okupa y Resiste, lo slogan degli squatter. L’hanno chiamata 15-0, in ricordo dello scorso 15 ottobre, giorno in cui durante una manifestazione venne presa d’assalto preso da una piccola folla di studenti. A qualche mese di distanza, chi vive là dentro? Una decina di famiglie in difficoltà, che collaborano in tutto. Fanno la spesa, mantengono l’edificio in buone condizioni e organizzano laboratori, come la riparazione di biciclette. Partecipano anche a tutti i collettivi, quando lo spazio comune viene utilizzato per fare riunione e assemblee.

Finire in mezzo a una strada da un giorno all’altro in Spagna capita sempre più spesso: da cinque anni a questa parte gli sfratti sono diventati una vera e propria piaga sociale. Con un tasso di disoccupazione del 23,6%, il più alto dell’Eurozona, i pignoramenti sono all’ordine del giorno. Il motivo? Senza dubbio le ipoteche, gonfiate dalla speculazione edilizia, e soprattutto una legislazione che prevede – in caso di mancato pagamento – che la banca possa chiedere un ordine di sfratto. A quel punto viene convocata un’asta, e l’istituto di credito può aggiudicarsi l’immobile al 50% del suo valore. Al creditore, senza più una casa, spetta anche l’obbligo di pagare il restante 50%, assieme alle spese giudiziarie. Un vero e proprio cappio al collo, che ha coinvolto dal 2007 ad oggi oltre un milione di persone. 

E se la politica non risponde, tocca ingegnarsi. Dal 2009 esiste un’organizzazion: si chiama PAH (piattaforma delle vittime dei mutui) ed è stata avviata ad opera di un piccolo gruppo di barcellonesi, che per far fronte all’emergenza hanno iniziato a coinvolgere i cittadini con decine e decine di occupazioni pacifiche. L’obiettivo a lungo termine è quello di modificare l’attuale legge sui mutui, proponendo la cosiddetta “daciòn en pago” (vale a dire obbligando le banche ad accettare l’appartamento, come estinzione totale del debito).

La campagna “stop agli sfratti” ha guadagnato consensi sempre maggiori, anche grazie alla spinta propulsiva del Movimento 15 Maggio (15M). Oggi esistono sezioni disseminate in oltre 40 città spagnole, e centinaia di indignados hanno deciso di passare all’azione. Si è creata così una sinergia inaspettata tra varie realtà del mondo alternativo spagnolo e quel ceto medio-basso che si è trovato improvvisamente impoverito. I primi si appropriano di edifici, e brandendo l’articolo 47 della Costituzione spagnola («Tutti hanno diritto a una casa degna») li consegnano a chi una casa non ce l’ha. Soprattutto a chi l’ha persa in seguito dell’insolvenza delle rate del mutuo. 

Victor, 28 anni e una giornata spesa tra l’Università e le riunioni politiche, racconta di un fervore giovanile, trasversale, in cui è molto difficile tracciare dei confini netti: «Esiste un movimento Okupa, già dagli anni Settanta, che principalmente si appropriava di spazi per compiere atti di militanza. A questo col tempo si sono affiancati diversi collettivi: quello femminista contro la transfobia, quello anarchista, i comunisti libertari, gli ecologisti... Si gestisce tutto assieme, tramite assemblee di quartiere. Ad esempio io non sono nel gruppo degli Okupa, ho partecipato, ma non è la mia forma di lotta preferenziale». 

L’età? È assolutamente variabile: dagli studenti (spesso giovanissimi) che si riuniscono in assemblea, al vecchio clochard, passando dalle famiglie che magari dormono al piano di sopra. «Chi utilizza il termine “Okupa” in genere lo fa con connotazione degradante: una persona anti-sistema, violenta, criminale, tendenzialmente vestita di nero. Magari un po’ sporca. A me, che sto facendo un dottorato in ingegneria, è capitato di essere definito così». 

Nonostante questo, sono in molti a bussare alla porta delle case occupate: «L’altro giorno è venuta una signora di settant’anni, che è stata sfrattata perché la sua padrona di casa voleva affittare a un prezzo più alto. Poi c’è stato un trentenne, che abbiamo aiutato a evitare lo sgombero di un locale. Un caso che stiamo ancora trattando riguarda quattro famiglie immigrati, con figli piccoli, di cui uno particolarmente problematico a livello di salute. Abitavano in una casa di lusso in un quartiere storico. Peccato che l’impresa costruttrice, non trovando compratore, abbia venduto l’intero edificio alla banca. Un bello sgombero alle cinque del mattino. Stiamo cercando una soluzione». 

In genere le occupazioni si fanno di notte, meglio se dopo una manifestazione: le urla della gente coprono il suono delle seghe circolari che aprono le porte. Se la polizia trova un testimone (in genere un vicino) può compiere uno sgombero immediato, senza passare dal giudice. «Sono i giorni più tesi, perché la polizia non vede certo di buon occhio le azioni politiche di sinistra, qualsiasi sinistra». Se però lo sgombero non avviene, si compie una semplice identificazione e si avvia un processo, che segue il suo corso. «Il reato può essere considerato penale o amministrativo. Se cade in prescrizione, si compiono identificazioni sempre nuove, fino a che non decade la denuncia». 

Il tipo di edificio? «In genere si tratta di casermoni industriali. Dipende. Molti luoghi occupati sono simbolici: a Gracia, nel mio quartiere, è stata occupata una vecchia sede di una banca, la Caixa Tarragona». Tra chi occupa per protesta politica e chi per necessità si crea così uno strano sodalizio: «Li aiutiamo ad attaccarsi alla rete elettrica comune, senza passare da nessun contatore. Ci si attacca al sistema idrico, se possibile, se no si usano le fontane o i contenitori d’acqua». 

Gli abitanti del quartiere superano in fretta il timore iniziale, e spesso e volentieri contribuiscono alla causa regalando qualche mobile. Anche perché le fasce disagiate sono quelle più colpite. «È banale a dirsi, forse, ma vedere i bambini andare via in pigiama, per strada, ti tocca dentro. Non mi aspetto la rivoluzione, per carità, né che le coscienze di tutti si risveglino. Non siamo certo eroi: cerchiamo solo di capire il presente. E di agire, nel nostro piccolo. C’è tanta rabbia».  

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