Spagna, gli indignados ora sono cervelli in fuga

Il flusso di emigrazione della penisola iberica sta toccando picchi inauditi: nel primo trimestre, secondo dati ufficiali, gli addii sono più che raddoppiati (+120%). Un esodo di massa di persone in cerca di lavoro e di futuro. Sono soprattutto giovani, con alto tasso di istruzione e spesso con f...

Addio Spagna
24 Aprile Apr 2012 1700 24 aprile 2012 24 Aprile 2012 - 17:00
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MADRID - La Spagna si scopre nuovamente terra di emigranti e la tendenza sembra destinata a esplodere. Nel primo trimestre del 2012 il numero di cittadini di nazionalità spagnola che hanno cercato fortuna altrove è cresciuto del 120% rispetto allo stesso trimestre del 2011 (dati: Ine. Instituto nacional de estádisticas). Anche se la disoccupazione morde già dal 2009, questi dati certificano la perdita di fiducia in ogni possibilità di miglioramento a breve termine.

Dal 1988 al 2010 il saldo migratorio del paese iberico era stato sempre positivo, con l’abbondante arrivo di lavoratori da varie parti del mondo, attratti dalle performance straordinarie del paese europeo che più posti di lavoro creava. Grazie a questi movimenti nel 2010 la Spagna si trovava all’ottavo posto nel ranking dei paesi con il maggior numero di immigrati (fonte: Mpi. Migration policy institute). Fino a quando la crisi immobiliare ha rivelato i problemi di un’economia gonfiata e la disoccupazione è cresciuta in modo inedito per qualsiasi paese europeo. Così per la prima volta nel 2011 il bilancio tra chi arriva e chi parte ha invertito la tendenza e una volta rotta la soglia sembra che le partenze abbiano preso il sopravvento in modo schiacciante.

Nei primi tre mesi di quest’anno il saldo negativo si rafforza. Sono stati infatti in 132.000 ad andarsene poco più di 100.000 ad arrivare. La maggior parte delle uscite registrate si riferiscono a stranieri, ma la cifra che colpisce di più è quella dei cittadini di nazionalità spagnola: quasi 30.000, rispetto ai 14.000 del primo trimestre di un anno fa. E secondo l’editorialista del quotidiano El País, Concha Caballero, in realtà le cifre ufficiali sono ben più ridotte della realtà, perché chi parte per un paese europeo in molti casi non si iscrive ai consolati all’estero. Sbirciando tra le statistiche ufficiali scopriamo comunque che ad andarsene sono soprattutto persone con un alto titolo di studio, con un’età compresa tra i 28 e i 45 anni. Molti di essi partono con i figli al seguito, anche per dare loro maggiori opportunità di formazione, tanto che la novità delle statistiche sull’emigrazione è la crescita esponenziale dei bambini spagnoli tra i due e gli otto anni (+80%).

Il primo paese di destinazione è il Regno Unito, seguito da Francia, Stati Uniti e Germania. Ma le tendenze emergenti sembrano essere altre:, Ecuador (+36%), Perù (+16%), Colombia (+11%) e Cile (+10%). Un vero e proprio ritorno alle ex colonie, soprattutto nei settori edili e dell’estrazione mineraria, sostenuto da vari fattori. La crescita economica dei paesi sudamericani, con una forte componente legata alle materie prime e allo sviluppo di infrastrutture, attira infatti le imprese spagnole sopravvissute alla bolla immobiliare proprio grazie agli investimenti all’estero.

Su Facebook o Skype è possibile seguire le tracce di questi nuovi emigranti americani, come Fran, 29 anni, che ci risponde da Santiago del Cile, dove da tre mesi lavora come geologo per dei sondaggi minerari. La sua storia è quella di molti. Neolaureato, a soli 24 anni la sua carriera andava a gonfie vele, con un contratto per un’impresa legata allo sviluppo dell’alta velocità in Spagna. Poi la crisi, il sussidio di disoccupazione durato due anni e un lavoro come cameriere da McDonald che lo ha spinto definitivamente ad cercare un lavoro altrove. «Ormai sapevo che se mi fossi fermato avrei perso per sempre gli anni più importanti della mia formazione professionale. Se tutto va bene l’economia si riattiverà tra dieci anni, quando io ne avrò 40. Lavorando qui posso andare avanti, poi si vedrà». Da qui la partenza per Santiago e, tramite un amico degli anni d’oro dell’alta velocità, in sole due settimane un contratto da geologo e uno stipendio da 1.500 euro al mese, con un contratto d’affitto di 300. «A Madrid dovevo condividere casa, almeno qui posso vivere solo», ci racconta.

La lingua evidentemente aiuta, ma anche l’effetto chiamata, che si sta facendo sempre più forte. E se i dati di questo inizio 2012 si dovessero confermare, quel 60% di giovani disoccupati che pesa sulla Spagna potrebbe drasticamente ridursi. Ma a colpi di fughe. 

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