“Pago tra un anno”: così lo Stato soffoca le imprese

La situazione drammatica delle imprese italiane è determinata, tra le altre cause, dai ritardi dello Stato, e anche delle imprese stesse, nel pagare i propri debiti. Impietoso il confronto con gli altri Stati europei, e le proposte di legge in materia per ora sono rimaste lettera morta.

Pallacorda
26 Aprile Apr 2012 0627 26 aprile 2012 26 Aprile 2012 - 06:27
Messe Frankfurt

Una tragedia silenziosa e quotidiana, provocata dalla crisi dei consumi, dall’oppressione burocratica e fiscale, dalla cronica mancanza di infrastrutture degne di un paese civile. Questi i contorni e le ragioni del dramma che dal 2007 colpisce le piccole e medie aziende, determinando la chiusura di una miriade di realtà produttive e portando decine di imprenditori al gesto estremo di rinunciare alla vita di fronte al crollo delle proprie aspirazioni e alla necessità di dovere licenziare dipendenti e collaboratori.

L’universo che sta prendendo corpo rovesciando modelli sociologici consolidati non potrebbe essere compreso pienamente se non venisse illuminata una delle sue cause: la montagna di pagamenti arretrati dovuti alle imprese dallo Stato e delle pubbliche amministrazioni nonché dai grandi gruppi industriali in cambio della fornitura di beni e servizi. Un fiume di denaro che ha raggiunto la cifra record di 100 miliardi di euro, accompagnato da ritardi nella restituzione dei debiti che oscillano fra 90 e 180 giorni, altro primato indiscusso nel Vecchio Continente.

A certificare la condizione di sofferenza e umiliazione in cui è costretto a vivere un ceto economico e sociale sempre più simile a un nuovo Terzo Stato, è la Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani e imprenditori veneti da anni in prima linea nel difendere le istanze del Nord-Est operoso e dinamico. Ricordando come i crediti vantati dalle aziende verso la pubblica amministrazione ammontino a 80 miliardi di euro, di cui solo 33 nel comparto della sanità, e che i debiti dei gruppi privati siano pari a 20 miliardi, la Cgia focalizza la sua denuncia sui tempi di liquidazione delle pendenze.

Tra il 2009 e il 2011 i lavori effettuati per le istituzioni nazionali e locali vengono pagati solo dopo sei mesi, con un ritardo medio di 90 giorni rispetto ai termini contrattuali. Ed è impietoso il confronto con i 64 giorni della Francia, i 47 del Regno Unito e i 35 della Germania. Il quadro non è più roseo analizzando i rapporti commerciali fra aziende e clienti privati, per i quali in Italia si arriva a 80 giorni. Quasi il doppio dei 44 registrati in Gran Bretagna e dei 41 censiti Oltralpe, per non parlare dei 24 individuati al di là del Brennero.

Ma i numeri più inquietanti e che riflettono in forma paradigmatica la natura del nostro capitalismo riguardano le transazioni tra le aziende. Se nel nostro paese i tempi di pagamento hanno toccato la soglia dei 103 giorni, a Parigi si attestano sui due mesi, a Londra arrivano a 46 giorni mentre a Berlino oltrepassano di poco il mese fissandosi a 37 giorni. Per esortare il governo Monti ad assumere iniziative incisive contro un fenomeno di simile portata, il leader degli artigiani di Mestre, Giuseppe Bortolussi si era appellato alle istituzioni europee e aveva invocato l’attuazione immediata della direttiva comunitaria che impone il limite vincolante di 60 giorni per completare i pagamenti tra privati e di un mese per saldare i rapporti economici tra Stato e aziende fornitrici.

Richiamo identico a quello che aveva ispirato la proposta di legge presentata dal parlamentare radicale Marco Beltrandi e dal deputato e tesoriere del Pd Antonio Misiani nel luglio 2010. Rimasta lettera morta. A illustrare la storia breve e sfortunata di un’iniziativa che per la prima volta aveva sollevato il tema in Parlamento ottenendo l’adesione di ottanta firmatari di tutti i gruppi politici tranne quello della Lega Nord, è lo stesso Beltrandi. Il quale imputa al governo guidato da Silvio Berlusconi la colpa di “non avere mosso un dito per affrontare la questione” e accusa il Carroccio, “responsabile di avere lasciato arenare il provvedimento per due anni nella Commissione attività produttive presieduta da Manuela Dal Lago”.

Attualmente però a Palazzo Chigi vi è una personalità che aveva indicato nel riscatto del mondo produttivo una stella polare della sua azione di governo, e che dovrebbe possedere una naturale vocazione a promuovere e difendere la libertà dell’impresa. Mario Monti ha più volte reso pubblica l’impossibilità di eliminare in tempi brevi un macigno che contribuisce a soffocare le aziende piccole e medie, e lo ha fatto in nome dei vincoli di bilancio e di un Patto di stabilità che non lasciano grandi margini alla politica fiscale e finanziaria nazionale. Ma un risanamento dei conti realizzato senza abbattere drasticamente la spesa pubblica, compiere vaste privatizzazioni e rompere monopoli cristallizzati a ogni livello rischia di ferire gravemente la capacità produttiva e le prospettive di ripresa, la vitalità delle imprese schiacciate da un intollerabile peso tributario e dalla beffa dei pagamenti pendenti.

Il governo ora sembra avere assunto piena consapevolezza dell’emergenza. Nei giorni scorsi il responsabile delle attività produttive Corrado Passera ha annunciato la disponibilità delle banche italiane ad anticipare 30 miliardi di euro affinché le pubbliche amministrazioni restituiscano parte significativa del proprio debito alle aziende creditrici. Un gesto che viene giudicato positivamente ma con prudenza da Beltrandi: “Aspetto che la promessa si traduca oggi in un accordo ufficiale e scritto. Il fattore tempo è imprescindibile poiché giorno dopo giorno le aziende chiudono, e non possiamo più permetterci rinvii”. Se l’auspicio non trovasse sbocco, il parlamentare è pronto “a intraprendere un’azione non violenta di digiuno per aggregare e mobilitare energie e attenzione sul problema”. Tutte le iniziative parlamentari sono state concepite: progetti di legge, interrogazioni, emendamenti alle manovre di bilancio.

Ora siamo al passaggio decisivo: anche nel mondo imprenditoriale, come dimostrano le cifre sui debiti contratti dai gruppi privati verso le altre imprese. Fenomeno di malcostume economico che rivela ancora una volta le peculiarità del capitalismo italiano. Una realtà in cui “i grandi soggetti industriali utilizzano le pmi come banche de facto, una comoda leva finanziaria su cui trasferire a costo zero il rischio di impresa provocato dalla carenza di liquidità”. La denuncia di Beltrandi non risparmia Confindustria, “costituita al 97 per cento di piccole e medie aziende ma attenta agli interessi dei soci di maggiore peso politico, e per questo silente sullo scandalo dei debiti arretrati tra imprese”.

Si tratta di compiere una scelta di campo, tra le grandi aziende che godono di oltre 20 miliardi all’anno di trasferimenti pubblici, e le realtà davvero deboli che vogliono scommettere sulle proprie forze e concorrere in un mercato aperto. Senza essere calpestate dal 55 per cento di prelievo fiscale ed essere soffocate da 100 miliardi che mancano tuttora nei loro bilanci. “Affermare il rispetto dei contratti, conclude il parlamentare, significa dare corpo alla certezza del diritto in Italia: senza la quale è illusorio immaginare l’arrivo di investimenti stranieri e invertire la marcia verso il declino”.

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