La nomina di Amato è la conferma che Monti non si fida dei partiti

I partiti hanno promesso più trasparenza sui bilanci e meno finanziamenti pubblici. Si sono persino impegnati ad approvare le nuove norme in tempi rapidi. Eppure il presidente del Consiglio scavalca la maggioranza e nomina Amato suo consulente per la riforma dei partiti. Con tanti saluti a chi pe...

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1 Maggio Mag 2012 1455 01 maggio 2012 1 Maggio 2012 - 14:55
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I partiti si mettono d’accordo per introdurre maggiore trasparenza sui propri bilanci e tagliare i finanziamenti pubblici alla politica. Preparano una proposta di legge in tempi brevissimi, stilano un calendario parlamentare serrato, si impegnano ad approvare le nuove norme nel giro di poche settimane. A Palazzo Chigi, però, non ci crede nessuno. Nonostante i propositi e le buone intenzioni il presidente del Consiglio Mario Monti non si fida più. E così, con una decisione inattesa, il Professore nomina Giuliano Amato suo consulente personale per studiare il dossier dei finanziamenti ai partiti.

Una sfida alla sua maggioranza. Peggio, un commissariamento del Parlamento. Una pubblica smentita alle promesse di Pierluigi Bersani, Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini. E dire che su questo tema la strana maggioranza che sostiene il governo era persino riuscita a trovare una linea comune. Dopo gli scandali dei finanziamenti alla Margherita e le polemiche sui diamanti leghisti, Pd Pdl e Terzo polo avevano concordato una serie di interventi. Facendosi quasi concorrenza per proporre le norme più stringenti e rigorose. La scorsa settimana il segretario democrat aveva presentato in pompa magna un suo progetto di legge per dimezzare i rimborsi elettorali ai partiti. Per tutta risposta Alfano aveva lasciato intendere che il partito che nascerà dalle ceneri del Pdl sarà pronto a rinunciare a qualsiasi forma di finanziamento pubblico. Tutti, o quasi, disposti a restituire l’ultima tranche dei rimborsi in arrivo tra un paio di mesi. Una manovra a tenaglia per vincere il vento dell’antipolitica e strappare qualche consenso in vista delle amministrative di domenica prossima.

Pd, Pdl e Terzo polo pronti a sforbiciare i finanziamenti pubblici alla politica. Sulle prime la notizia ha suscitato tanta diffidenza e qualche sorriso. E così, per convincere anche i più scettici, i partiti della maggioranza hanno studiato una road map parlamentare particolarmente serrata. Giovedì scorso la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha approvato all’unanimità l’accorpamento delle norme su controlli e trasparenza nei bilanci dei partiti (già depositate) con le proposte di riduzione dei finanziamenti. Per non perdere tempo i due relatori in commissione Affari costituzionali - il pd Gianclaudio Bressa e il pdl Peppino Calderisi - si sono impegnati a lavorare durante il ponte del primo maggio per consegnare un nuovo articolato entro questa settimana. Il termine per la presentazione degli emendamenti è stato fissato per lunedì prossimo. Entro il 14 maggio, dopo i pareri delle altre commissioni, il provvedimento approderà in Aula. Con l’obiettivo di arrivare alla definitiva approvazione entro l’estate.

Monti ha sorriso, silenzioso. Ha apprezzato con educazione lo sforzo. Poi ha preferito scavalcare i partiti assumendosi la responsabilità della riforma. O comunque - fermo restando l’iter parlamentare delle proposte di legge - si è voluto ritagliare un ruolo particolarmente incisivo nella vicenda. Difficile leggere altrimenti la nomina di Giuliano Amato. Chiamato dal governo per «fornire al presidente del Consiglio - così la nota ufficiale di Palazzo Chigi - analisi e orientamenti sulla disciplina dei partiti per l’attuazione dei principi di cui all’articolo 49 della Costituzione e sul loro finanziamento». E il fatto che il dottor Sottile sarà chiamato a “consigliare” Monti anche in tema di finanziamenti ai sindacati non aiuta a stemperare la tensione.

Già, perché la decisione di Monti - chiara e beffarda - ha già mandato su tutte le furie diversi dirigenti politici. Preoccupati di essere stati bypassati dal governo anche in quella che, secondo il pensiero dominante, doveva essere una materia di propria competenza. Da modificare, semmai, attraverso un processo di autoregolamentazione. «Nessuno - ammoniva stamattina dalle colonne di Repubblica il vicepresidente di Montecitorio Maurizio Lupi - può commissariare il Parlamento. Amato può essere uno sprone, ma i protagonisti di questa riforma devono essere i partiti». Inutile dire che proprio la scelta dell’ex socialista è stata vissuta alla Camera come un ulteriore dileggio. «Amato ha assistito in passato al tramonto del sistema politico, tutto può fare tranne che dare consigli ai partiti politici» tuonava stamattina il presidente dei senatori berlusconiani Maurizio Gasparri. «L’incarico di Amato - la tesi del vicecapogruppo Pdl alla Camera Massimo Corsaro - non merita ulteriori commenti. È già la miglior barzelletta del pianeta, ne ridono dalla Bolivia al Burkina Faso».

Aria di resa conti tra la politica e Mario Monti? Probabilmente no. I toni, già alti in queste ore, sono destinati a salire da qui al fine settimana, quando andranno al voto più di dieci milioni di italiani. Da lunedì prossimo, a urne chiuse, difficilmente i partiti continueranno a cercare lo scontro con il governo tecnico. Il rischio che il presidente del Consiglio inizi davvero ad aggirare veti e paletti della sua maggioranza suggerisce cautela. 

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