Clandestini e riciclatori: ecco la Tirana del Trota

La procura di Tirana ha messo in campo una task force su crimini economici per indagare sulla laurea del Trota. L’ipotesi è riciclaggio di denaro, reato che le procure italiane hanno già ipotizzato per Belsito. Intanto l’ambasciata italiana non smentisce un fatto: «I documenti della laurea di Bos...

Trota Belsito Rosi
5 Maggio Mag 2012 1445 05 maggio 2012 5 Maggio 2012 - 14:45
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Non solo la clandestinità e una laurea fasulla, ma pure l’ombra del riciclaggio di denaro sporco. Ci sarebbe anche quest'ultima ipotesi di reato dietro la laurea triennale in economia gestionale presa da Renzo Bossi in Albania nel settembre del 2010. La procura di Tirana, che ha aperto ieri un fascicolo sulla vicenda, ha infatti messo in campo «la sua task force sui crimini economici» – come viene definita dal quotidiano on line Shqiptari – e non esclude di collaborare con le altre procure italiane. Napoli, Milano e Reggio Calabria, che hanno messo sotto indagine Francesco Belsito più di un mese fa, vogliono fare luce sui flussi di denaro che sono passati nelle casse della Lega Nord. Anche per questo motivo hanno aperto la cassetta dell’ex tesoriere dove hanno trovato la cartella The Family.

I pm, quindi, indagano oltre che sulla validità della laurea – ovvero se il «Trofta» (così suona in albanese) aveva tutti i requisiti per ottenerla, tra cui la sua effettiva presenza sul suolo albanese – anche sul modo in cui è stata pagata (e quanto) all’Università Kristal. «Si tratta pur sempre di esportazione di capitali all’estero», spiega una fonte ben informata sui rapporti tra Roma e Tirana. E sull’ipotesi del «lavaggio di soldi», attraverso le casse della Lega Nord, vuole vederci chiaro soprattutto la procura di Reggio Calabria.

Dal 2009, i pm reggini indagano su Belsito e i suoi soci – secondo l’accusa – vicini alle cosche calabresi della ’ndrangheta, note anche in Albania per traffico d’armi e appunto riciclaggio di denaro sporco. In più, agli atti dei magistrati, ci sarebbe pure quell’intercettazione tra Rosi Mauro e Silvio Berlusconi del 9 gennaio scorso, (legale perché a quanto pare su cellulari di terzi, ndr), serata in cui in Bellerio, sede del Carroccio, si definì la linea da tenere sull’arresto di Nicola Cosentino alla Camera: anche Pier Mosca il bodyguard dell’ex senatrice leghista avrebbe conseguito una laurea alla Kristal.

C’è comunque una fitta nebbia che avvolge tutta quanta la vicenda, sia sul fronte «clandestinità» sia su quello «economico». In mano alle procure italiane, al momento, c’è l’interrogatorio di Nadia Dagrada ai pm meneghini del 6 aprile scorso, quando la segretaria di Bossi spiegò quanto segue. «Renzo Bossi dal 2010 sta “prendendo” una laurea ad un’università privata di Londra e so che ogni tanto ci va a frequentare. Chiaramente le spese sono tutte a carico della Lega, ed anche qui credo che il costo sia sui 130.000 euro». La Dagrada non sapeve della laurea in Albania? O ce ne sono altre di lauree?

Non è facile capire quanto costi realmente l’Università Kristal di Tirana. Arben Dybeli, il responsabile di Medicalbania a Bergamo, referente per l’ateneo albanese in Italia, non lo scrive e non lo dice sulle sue numerose pagine internet. Il cellulare è spento. Secondo alcuni quotidiani albanesi sarebbe costata circa 6 mila euro l’anno. Calcolando che Bossi, come dicono dall’Università, si sarebbe iscritto nel 2007, la laurea del Trota sarebbe costata quindi 18 mila euro. Possibile? O forse sono di più i soldi? 

Se il capitolo economico appare quindi alquanto ingarbugliato, ancora più complesso è quello che riguarda la presenza di Bossi Jr in Albania. La polizia di Frontiera nel Tims (il sistema che memorizza arrivi e partenze da porti e aeroporti) citata dal Corriere della Sera di oggi, spiega appunto che «non ci sarebbe nessun documento riconducibile a Renzo Bossi». L’Ambasciata Italiana, contattata da Linkiesta, spiega che «tutte le carte sono ora in mano alla magistratura di Tirana. Preferiamo non fare commenti». Ma alla domanda se fosse in corso in questi giorni la procedura di validazione della laurea del Trota, i dirigenti confermano l’indiscrezione che circola in queste ore: i documenti erano al vaglio degli uffici consolari italiani.

Il dirigente spiega poi di non aver mai detto a nessuno («Neppure al Corriere» insiste) che «Renzo Bossi non è mai stato in Albania». Misteri. Anche perché la domanda è questa. Che ruolo ha avuto e ha l’ambasciata italiana in tutta questa vicenda? Qualcuno ha coperto le visite di un figlio di un ministro della Repubblica italiana all’estero? E poi, essendo «il Bossino» consigliere regionale e politico, perché come da prassi non sono stati comunicati i suoi spostamenti?

Del resto, affinché la laurea del Trota avesse un valore nel nostro Paese, sarebbero stati necessari dei passaggi formali e sostanziali previsti da una legge dello Stato nazionale. L’equipollenza (vale a dire l’equivalenza dal punto di vista giuridico) è infatti una forma rigida di riconoscimento accademico che si basa sulla valutazione analitica di un titolo di istruzione superiore straniero con lo scopo di verificare se esso corrisponde in modo dettagliato per livello e contenuti a un analogo titolo universitario italiano tanto da poterlo definire equivalente. Le università italiane, nella loro autonomia, valutano i titoli accademici stranieri, applicando gli Artt. 2 e 3, della Legge 148/02 (e quindi la Convenzione di Lisbona), allo scopo di rilasciare gli analoghi titoli italiani: la decisione viene presa caso per caso.

Per ottenere il riconoscimento dell’equipollenza dei titoli esteri, occorre un passaggio fondamentale. Si deve presentare domanda al rettore di un ateneo che preveda un corso di studi simile a quello sostenuto all’estero. Alla domanda indirizzata al magnifico rettore è necessario allegare: un originale del titolo della scuola secondaria superiore frequentata (a proposito: esiste il diploma del Trota? Anche su questo tema aleggia il mistero). Quindi una traduzione ufficiale (cioè realizzata da un ente preposto) del suddetto certificato. Poi una dichiarazione di valore riferita al medesimo titolo, rilasciata «dalla Rappresentanza diplomatica e consolare Italiana» del Paese in cui si è conseguito il diploma stesso: ecco riemergere i dubbi sulla condotta tenuta dalla diplomazia italiana a Tirana.

E ancora: un originale del titolo accademico ottenuto, con allegata traduzione italiana ufficiale e dichiarazione di valore, compreso un certificato originale con l’elenco dei corsi accademici frequentati per il conseguimento della laurea. Si parla di corsi frequentati – appare dunque poco plausibile che Renzo fosse studente in Albania ma presente in Padania – e rispettiva traduzione in italiano confermata dall’Ambasciata. Non solo: pure un programma di studio stampato su carta intestata o recante timbro validante dell’università straniera frequentata, con relativa traduzione e dichiarazione di valore. 

In sostanza, una trafila lunghissima di passaggi formali e burocratici che hanno fatto indispettire più che mai gli studenti albanesi che ieri sono andati in piazza a protestare. Per i giovani residenti a Tirana, che hanno visto l'Italia sempre come l'America, come nel film di Gianni Amelio, è molto difficile ottenere i cosiddetti «lasciapassare» per studiare nel nostro Paese. Prove di italiano, corsi e test possono durate anche più di un anno. Il tempo in cui il Trota sarebbe riuscito a laurearsi. Davvero troppo, soprattutto se si tratta del figlio di Umberto Bossi, uno che per vent'anni ha proposto restrizioni sull'immigrazione firmando una legge, la Bossi-Fini che – secondo il centrosinistra – grida ancora vendetta.  

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