L'Alto Adige scoppia di soldi ma dice "nein" ai tagli

Crisi? Quale crisi? In Alto Adige, dove solo la Provincia di Bolzano gestisce 5 miliardi l'anno, di tagli non ne vogliono sapere. Anche se pure gli imprenditori locali parlano di autonomia «dopata grazie ai soldi di Stato». Per tagliare bisognerebbe avere anche l'accordo di Vienna. Che però non c...

Bolzano E Dintorni
7 Maggio Mag 2012 0722 07 maggio 2012 7 Maggio 2012 - 07:22
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BOLZANO - C’è la crisi, si taglia. Ma non in Alto Adige. Lo statuto speciale difende la Provincia autonoma di Bolzano anche dalle ristrettezze economiche che attanagliano l’Italia e l’Europa. A conquistare per il Sudtirolo condizioni economiche assolutamente privilegiate è stato proprio l’attuale presidente Luis Durnwalder. Al potere dai primi anni Settanta, il Landeshauptmann è stato il padre degli accordi siglati con lo Stato che oggi garantiscono alla Provincia la gestione di un bilancio annuale di circa 5 miliardi di euro, costituiti per la maggior parte dal gettito delle imposte versate dagli altoatesini, in forma analoga a quanto accade per le autonomie di Friuli-Venezia Giulia e Sicilia. Nel corso degli anni Durnwalder è riuscito tuttavia a ottenere ben di più per la sua terra. Per gestire servizi e settori che non rientrano nella diretta competenza della Provincia si calcola che l’Italia spenda una somma consistente, che a seconda della fonte varia fra il miliardo e 140 milioni, e i 600 milioni l’anno.

Il quadro economico ha spinto il Wirtschaftszeitung, il giornale degli imprenditori sudtirolesi, a parlare di autonomia «dopata grazie ai soldi di Stato» in un articolo pubblicato nel dicembre 2007. L’economista altoatesino Thomas Benedikter aveva definito così il tessuto economico-sociale altoatesino, sottolineando come il Sudtirolo riceva dal resto d’Italia molto più di quanto paga in tasse, e questo nella misura del 120%. «Quella che ha stabilito queste condizioni economiche è una legge che ha sovrafinanziato la nostra provincia». Lo afferma perfino il giornale degli imprenditori, certamente non antiautonomista, sottolineando come proprio quella legge abbia consentito il miracolo di mantenere da un lato molto alta la spesa pubblica - spingendo forte l'attività economica - e dall'altra parte di mantenere relativamente bassa la pressione fiscale. «Chi ha dato un così importante contributo al benessere di queste parti sono quelle quattro o cinque regioni "pagatrici nette" del Nord Italia che stanno a noi vicine e non a caso ci guardano in cagnesco» aveva sottolineato solo pochi mesi dopo la pubblicazione dell’articolo il Verde Riccardo Dello Sbarba in una interrogazione in Consiglio provinciale.

Eppure neanche la crisi economica sembra aver smosso i politici locali, che rimangono determinati a non farsi sottrarre un euro, ricordando in ogni occasione a chi l’avesse dimenticato ­- soprattutto a Roma - che a tutelare lo status economico delle vallate fra Salorno e il Brennero vige anche un accordo internazionale italo-austriaco (siglato nel 1992 con il rilascio da Oltralpe della cosiddetta «quietanza liberatoria»). Una riforma dell’aspetto finanziario dell’autonomia dovrebbe quindi passare non solo da una riforma costituzionale, ma anche da un placet di Vienna (che però all’autonomia altoatesina non contribuisce con mezzo centesimo). Come a dire: praticamente impossibile. Al punto che il quotidiano altoatesino di lingua tedesca Tageszeitung non più tardi dello scorso 26 aprile intervistando proprio il Presidente della Provincia Durnwalder (stipendio mensile di 26.500 euro) ha titolato: «Roma non può toglierci un euro». Chiaro, inequivocabile. Niente da fare quindi per il progetto del governo Monti, che aveva prospettato per Bolzano proprio il taglio del gettito delle imposte dal 90 al 60%, attestandolo così su un valore analogo a quello in vigore nella maggior parte delle regioni del Nord Italia.

DurnwalderIl presidente della provincia di Bolzano Luis Durnwalder

Non se ne parla, è stato il coro unanime e neanche tanto diplomatico degli esponenti della Südtiroler Volkspartei. «Il governo Monti vuole il senso unico: solo lo Stato ha i vantaggi e noi siamo i cretini» ha commentato un mese fa il deputato Svp Karl Zeller a proposito della manovra. Che ai sudtirolesi far parte dell’Italia piaccia poco non è una novità. Ma di rappresentare il fortino da espugnare per racimolare risorse e salvare l’Italia poi, proprio non se ne parla. Al punto che l’assessore provinciale al Commercio Thomas Widmann era arrivato a prospettare di “comprarsi” la sovranità economica. Cash. Con 15 miliardi di euro, somma che scaturisce dal conteggio sul numero degli abitanti confrontato con il debito nazionale.

«Roma sta attaccando l’autonomia, l’economia e quindi la pace sociale del Sudtirolo. Noi potremmo decidere di comprarci la libertà definitiva da questo Stato che ora vuole opprimerci. Lo si potrebbe fare riscattando le restanti competenze» era stata la proposta di Widmann affidata in gennaio alle colonne del Dolomiten, il più diffuso quotidiano sudtirolese di lingua tedesca. «Saremmo indebitati ma potremmo offrire una prospettiva alle future generazioni. L’Alto Adige potrebbe avere la stessa crescita economica di Germania e Austria, ma solo se si gestisse da solo. Quindi: non c'è alternativa alla piena autonomia» aveva spiegato Widmann. A stroncare sul nascere i sogni dell’esponente della giunta era intervenuto però il Landeshauptmann, che aveva bollato il progetto come irrealizzabile. Peggio. L’idea non era piaciuta neppure alla pasionaria della Südtiroler Freiheit Eva Klotz, che continua a vedere nell’autodeterminazione («Los von Rom», «via da Roma») l’unico futuro possibile per il popolo sudtirolese.

Alto Adige del tutto impermeabile alle manovre del governo nazionale quindi? Parrebbe di sì. Perché neppure sul fronte del commercio la situazione sembra cambiata. Nel resto dell’Italia il decreto di Monti sulle liberalizzazioni ha portato i negozi a tenere aperto la domenica ovunque e non più solo in zone a “elevata vocazione turistica”. Ovunque, tranne in Alto Adige, ovviamente.

La Provincia di Bolzano rivendica infatti la superiorità normativa in materia di commercio delle norme di attuazione (che vengono emanate dopo l’entrata in vigore di ogni legge nazionale, per stabilirne le modalità di applicazione sul territorio in ossequio allo Statuto di autonomia). Tutti d’accordo, naturalmente, soprattutto all’interno della Südtiroler Volkspartei, dove l’ala economica ha una importanza fondamentale e di fatto detta legge in materia, stabilendo come, dove e quando si fanno affari in Sudtirolo. Unica voce fuori dal coro è stata quella di Oviesse/Upim/Coin. Il gruppo veneto ha infatti osato, in virtù del proprio status “straniero”, fare ricorso al Tar per ottenere la possibilità di tenere aperto anche la domenica. I legali del colosso dell’abbigliamento hanno sostenuto davanti ai giudici amministrativi che il decreto del governo nazionale tratta non di «commercio» bensì di «concorrenza e libertà delle iniziative economiche», materia quest’ultima di esclusiva competenza dello Stato.

Il Tar non ha concesso la sospensiva, rinviando tutto alla discussione di merito fissata alla fine di luglio. Ma scalfire l’autonomia altoatesina sul versante economico pare altrettanto difficile che attaccarla sul fronte finanziario. I sudtirolesi d’altronde hanno lavorato finora a costruire un territorio dal mercato controllato e controllabile, dove esiste un solo grosso centro commerciale (al Brennero), dove l’unica catena di librerie diffusa è quella dell’Athesia (di proprietà del presidente della Camera di Commercio e editore del quotidiano Dolomiten Michl Ebner), e dove si trovano pochissimi supermercati che non siano Despar (in mano al gruppo austriaco Aspiag). Difficile prevedere grossi cambiamenti, con buona pace di liberisti e simpatizzanti.
 

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