Spending review: il governo salva la lobby dei camionisti

Nelle linee guida della spending review c'è una lobby che ne esce premiata: quella dei camionisti. Il governo, forse scottato dalle proteste seguite al tentativo di liberalizzazione, ha infatti rinunciato alla sua linea europeista e confermato le tariffe minime per l'autotrasporto (che Catricalà,...

Tir
7 Maggio Mag 2012 1007 07 maggio 2012 7 Maggio 2012 - 10:07
Messe Frankfurt

“Revisione”, “snellimento”, “riorganizzazione”, “razionalizzazione”, “riequilibrio”, “ristrutturazione”, “riduzione”: il documento contenente le linee guida della spending review è un campionario lessicale notevole, che dimostra quante siano le sfumature che la lingua italiana consente a chi si accinga, come il governo, a tagliare 4,2 miliardi di spesa pubblica nei prossimi sette mesi, dovendo però indorare l’amara pillola.

L’unica vistosa eccezione è nella sezione dedicata ai trasporti. Dopo lo “snellimento della struttura centrale (del Ministero dei trasporti)”, la “ristrutturazione della struttura territoriale (del Ministero)”, le “riforme di motorizzazione civile e trasporto pubblico locale”, si parla infatti di “nuove forme di sostegno all’autotrasporto”, unica lobby, parrebbe, a vedersi quindi ‘premiata’ dalla spending review.

Nella bozza del “provvedimento contenente norme per la razionalizzazione della spesa pubblica per acquisti di beni e servizi” non vi sono chiarimenti della suddetta previsione, ma una decina di giorni fa il governo, che già a gennaio, all’epoca del prolungato fermo della categoria, aveva promesso ai camionisti cospicui aiuti pubblici, ha dato un assaggio delle sue intenzioni (rifinanziamento dell’ecobonus per il trasporto strada-mare, modifiche del Codice della Strada, etc.) nell’elenco degli interventi già messi in atto inviato alle associazioni dell’autotrasporto.

Fra i quali, pur meritando una menzione (per la delicatezza del tema dei sussidi alle imprese) il rimborso dei pedaggi autostradali (che il Ministro dello sviluppo economico Corrado Passera a gennaio aveva quantificato in 170 milioni di euro), quello che spicca maggiormente è la «conferma dell’operatività e dell’impianto della norma sui costi minimi di autotrasporto», una legge istituita nel 2008 (n.133), che, secondo l’Antitrust è «un’artificiosa fissazione di prezzi minimi per le attività dell’autotrasporto», naturalmente «in contrasto con i principi e le disposizioni di tutela della concorrenza, a livello nazionale e comunitario». Curioso è che l’indirizzo assunto al riguardo dall’Agcm, pronunciatasi più volte in questi anni, sempre stigmatizzando il provvedimento (si vedano le segnalazioni AS723 del 15 luglio 2010, AS885 del 29 novembre 2011 e AS901 del 05 gennaio 2012) fosse stato impostato sotto la presidenza di Antonio Catricalà, oggi sottosegretario del governo, che pure nell'elenco citato poco fa ha ribadito espressamente l’intenzione di non considerare i pareri dell’Authority.

D’altro canto, anche considerata l’anomala scelta di inserire i nuovi sostegni all’autotrasporto fra i provvedimenti di taglio adottati con la spending review, il governo dei tecnici e degli aspiranti liberalizzatori, scottatosi pesantemente tre mesi fa con il fermo della categoria, sembra pronto a metter da parte i tecnicismi e, con decisioni totalmente “politiche”, a sgonfiare i muscoli del rigore solamente davanti a quelli, ben oliati e pronti all’uso, dei camionisti. Ottenendo peraltro l’obiettivo: scongiurare ulteriori scioperi (solo la sigla Trasportounito ha mantenuto in programma un fermo a fine maggio).

Del resto è in ogni ambito del settore dei trasporti che questo governo sembra più che altrove indulgere, a dispetto dei proclami di liberalizzazione, a scelte politiche, a partire dalla decisione di rimandare sine die la separazione fra Trenitalia e Rfi (il gestore della rete ferroviaria italiana), considerata unanimemente propedeutica ad una piena apertura del mercato ferroviario.

Tornando alla sezione trasporti della spending review, detto dei compiti generici affidati a Enrico Bondi, l’ultimo è invece espresso in maniera chiara: la «riduzione del numero e la riqualificazione delle autorità portuali». Una formulazione che non lascia spazio a interpretazioni, con buona pace di quella corrente del cluster marittimo-portuale, Assoporti in testa, che negli ultimi anni si era caparbiamente opposta alla soppressione delle autorità portuali considerate ‘minori’. Invocata, in vero, nel nome di una razionalizzazione delle politiche di finanziamento alla portualità – leggi concentrazione della spesa pubblica in materia su pochi e ben individuati porti – che avrebbe dovuto preludere all’agognata autonomia finanziaria degli enti e che, però, l’attuale documentazione sulla spending review non sembra affatto considerare. Anche se, va detto, la previsione di accorpamenti fra autorità portuali sembrerebbe preconizzare, con l’attribuzione alle autorità portuali ‘superstiti’ di una competenza territoriale più ampia, uno scenario in cui tali enti godranno di una certa maggiore autonomia in fatto di decisioni sulla modalità di spesa delle risorse pubbliche destinate ai porti.

Difficile per il momento fare previsioni, anche se sembra scontato che Autorità portuali come quelle di Manfredonia (peraltro commissariata da anni) o Marina di Carrara siano destinate a sparire, mentre gli accorpamenti potrebbero riguardare Liguria (Savona, Genova, La Spezia), Toscana (Piombino, Livorno), Puglia (Bari, Brindisi, Taranto).

Potrebbe interessarti anche