Quando i banchieri a Siena erano i più bravi al mondo

A Siena, la storia delle banche è secolare. Tutto comincia con Orlando Bonsignori, che non viene dalla grande aristocrazia ma deve tutta la sua fortuna alla tenacia e al lavoro svolto. Lui e la sua famiglia non sono gli unici banchieri di Siena, ma sono i migliori. Tanto da arrivare ad amministra...

Monte Paschi
13 Maggio Mag 2012 0710 13 maggio 2012 13 Maggio 2012 - 07:10

Qualche storico, secoli dopo ovviamente, li ha ribattezzati «i Rotschild del Duecento». E non c’è dubbio che i senesi Bonsignori (o Bonsignore) siano stati i banchieri più importanti del loro secolo. Proprio come i Rotschild, non vengono dalla grande aristocrazia terriera, ma devono la loro fortuna alle tenacia e al lavoro svolto. Non sono gli unici banchieri senesi: ci sono anche i Tolomei («Ricorditi di me che son la Pia», scriverà Dante), i Piccolomini (uno di loro, Enea Silvio, diventerà papa Pio II), ma sono i più grandi di tutti. Investono nel credito gli introiti della dogana del sale di Siena Grosseto che Bonsignori di Bernardo aveva in appalto (a ulteriore testimonianza di quanto contasse il sale).

Suo figlio Orlando fonda la Gran Tavola, presta denaro ai sovrani di mezza Europa, ma soprattutto, al Papa. Questo gli serve per un duplice scopo: evitare di essere considerato usuraio (il Papa per definizione non poteva servirsi di un usuraio, quindi chi presta al Papa non lo è), e soprattutto diventare i monopolisti delle finanze vaticane. Avere in mano i cordoni della borsa papale è piuttosto importante ancor oggi (lo Ior insegna), ma al tempo significava gestire la più importante massa di denaro esistente al mondo.

La Gran Tavola di Orlando Bonsignori comincia a operare immediatamente dopo la metà del XIII secolo e, contrariamente agli altri mercanti-banchieri senesi, si occupa soltanto di credito. La banca apre filiali a Genova, Parigi, Londra, Bologna e Pisa, ma soprattutto monopolizza i cambi delle fiere dello Champagne (ce n’erano quattro all’anno ed erano le più importanti del Medioevo) tanto da influenzare il sistema del cambio fino all’età napoleonica.

I Bonsignori diventano autentiche celebrità, tanto che Cecco Angiolieri scrive nelle Rime su Neri tornato dalla Francia: «Era sì caldo de’ molti fiorini/ che li uomin li parean topolini/ e di ciascun si facea beff’e ciancia». Il poeta Folgóre da San Gimignano li definisce: «Gente costumata a la francesca/ cantar, danzar a la provenzalesca/ con istrumenti novi de la Magna». E potrebbe essere un Bonsigori il capo della brigata spendereccia che Dante ricorda nel canto XXIX dell’Inferno: «Che la costuma ricca/ del garofano prima discoperse/ nell’orto dove tal seme s’appicca».

La Gran Tavola arriva in buona salute alla scomparsa di Orlando, il fondatore, nel 1273. Gli eredi però dimostrano molto meno buonsenso e la nuova società “dei figli di Bonsignori”, stabilita nel 1289, è quasi subito devastata dalla discordia. Ma non bastano i soli dissidi tra eredi per spiegare la crisi che attanaglia il banco. Quel che pesa di più è la mancanza di liquidità, dovuta a una politica finanziaria piuttosto rischiosa: tutto quanto aveva ricevuto in deposito l’aveva senz’altro investito in affari. E per di più i crediti che la Gran Tavola vanta sono sparsi nell’intera Europa, con una clientela straniera troppo spesso favorita da autorità e legislazioni locali.

Tira aria cattiva, insomma, e lo scricchiolio della banca dev’essere ben udibile se i soci che non fanno parte della famiglia Bonsignori chiedono che il Comune di Siena intervenga con provvedimenti in grado di rimediare alla difficile situazione. È il 9 agosto 1298. Il governo locale favorisce un accordo fra soci: di fatto si tratta di una procedura di liquidazione, ma l’agonia della Gran Tavola proseguirà ancora per un po’ di tempo. Poco più di tre anni dopo, ovvero nel dicembre 1301, alcuni dei creditori più importanti chiedono ai Consoli della Mercanzia di Siena il sequestro dei beni della banca. La situazione però si aggrava ancora e adesso a farne le spese non sono solo i Bonsignori e i loro soci, bensì tutti i mercanti senesi che vengono ovunque in Italia fatti oggetto di rappresaglie e ai quali si impedisce di far entrare e uscire merci dalle città.

A questo punto – siamo nella primavera del 1302 – la faccenda non riguarda più solo l’illustre famiglia di banchieri, ma la città intera. Il Consiglio Generale su richiesta dei Consoli della Mercanzia, ordina il sequestro di tutti i beni dei Bonsignori e apre così la procedura fallimentare. È finita: i Bonsignori sono costretti a lasciare Siena e a liquidare la banca ci pensano i Consoli della Mercanzia (una sorta di ministero dell’Economia e delle Finanze, potremmo direù9. La famiglia tuttavia ci tiene al proprio buon nome e sappiamo che in qualche anno, e prima del 1307, i Bonsignori sistemano i creditori e rientrano a Siena.

Tutto bene dunque? Macché. Ora è Filippo il Bello a farsi sotto e con il re francese c’è poco da scherzare. In una generale panoramica di sovrani affamati di denaro, lui è senz’altro il più vorace e il più privo di scrupoli, visto che non esita ad arrostire vivi i Templari, pur di incamerarne i beni.

Nel 1307 mette gli occhi su Siena e ingiunge al Comune di rientrare subito di una grossa somma che i Bonsignori gli dovevano. Il governo senese nicchia e re Filippo non ci pensa un momento: esercita rappresaglie contro i mercanti della città senese che si trovano in Francia. I metodi del re sono convincenti e i mercanti pagano di tasca loro il debito dei Bonsignori per poi chiedere al Comune di rimborsarli. In qualche modo i senesi ne escono fuori, ma un colpo ben più tremendo sarà quello in arrivo da Avignone, inferto da Clemente VI.

I papi, alle armi degli altri principi, sommano le armi della fede e sono in grado di esercitare una moral suasion senza pari. Quindi papa Clemente ritrova un vecchio credito mai rimborsato dei tempi di Niccolò IV (il primo francescano eletto papa), ovvero una cinquantina d’anni prima e fulmina l’interdetto (la scomunica degli stati) contro Siena. Il fatto che Bonifacio VIII, a inizio Trecento, avesse espressamente vietato scomunica e interdetto come arma per il recupero dei crediti, non lo smuove di un millimetro.

D’altra parte deve avere la scomunica facile, visto che la fulmina pure contro l’imperatore Ludovico il Bavaro. Tutto questo accade in un anno topico, il 1345, ovvero quando la vicina Firenze è travolta e sconvolta dai fallimenti a catena. Siena però ne esce meglio e gli altri banchieri non vengono trascinati nel baratro dai fallimenti più grandi. Le banche dei Tolomei, dei Piccolomini, degli Squarcialupi, dei Salimbeni, dei Forteguerri, riescono ad andare avanti fino alle soglie del XVII secolo. Un’altra banca senese, come il Monte dei Paschi, in qualche modo arriva fino ai giorni nostri. 

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