Addio a Fischer-Dieskau, la sua voce era il ’900

Secondo Svjatoslav Richter era «il più grande cantante del XX secolo», e naturalmente se ne può discutere. Però certamente Dietrich Fischer-Dieskau, il celebre baritono morto a Berg, in Baviera, il 18 maggio, è stato uno dei pochi cantanti capaci di valicare i confini della vita musicale imponend...

Dietrich Fischer Dieskau
20 Maggio Mag 2012 0900 20 maggio 2012 20 Maggio 2012 - 09:00

Fischer-Dieskau è stato il cantante più registrato della storia, almeno finché la proliferazione delle nuove tecnologie non ha reso impossibile tenere il conto, ed ha lavorato con direttori d’orchestra e pianisti tra i massimi della nostra civiltà musicale. Generalmente identificato soprattutto come cantante di Lieder, ha spaziato tra tutti i generi: «il repertorio è così immenso – disse al Guardian qualche anno fa – per molti anni ho letteralmente imparato un pezzo nuovo ogni giorno». 

Il Lied, certo, resta fondamentale: perché ha accompagnato tutta la sua vita d’interprete, da quando diciassettenne cantò Winterreise a Berlino sotto le bombe alleate agli ultimi recital nel ’92, e perché non è più stato lo stesso dopo di lui. Il livello di analisi, introspezione, cura del fraseggio raggiunto da Fischer-Dieskau ha contribuito in misura determinante alla comprensione e diffusione di un corpus sterminato di opere di Schubert, Schumann, Wolf. E Mahler: nel 1966 Leonard Bernstein gli chiese di registrare il Lied von der Erde sostenendo le parti originariamente scritte per mezzosoprano, ottenendo una registrazione leggendaria. Infine il Lied è stato la sua scuola nel resto del repertorio: analisi del testo, perfetta dizione in qualsiasi lingua, sensibilità cameristica nel dialogo con gli strumenti non sarebbero stati gli stessi senza questa fequentazione quotidiana.

Poi c’è l’opera, in cui Fischer-Dieskau poteva mettere in campo anche una notevole statura fisica e qualche buona dote d’attore: il debutto avviene nel ’48 come Rodrigo di Posa nel Don Carlo di Verdi, ovviamente in tedesco. Dirige Ferenc Fricsay, la sede è la Städtische – poi Komische Oper di Berlino Est – che resterà il teatro di riferimento di Fischer-Dieskau anche quando si moltiplicheranno gli impegni a Monaco, Vienna, Bayreuth e Salisburgo. Anche sulla scena il repertorio è di una vastità che oggi si scosiglierebbe a un giovane artista: al ritratto straziato di Kurwenal nel Tristan, documentato nel disco diretto da Furtwängler nel 1952, si aggiungono con esiti altissimi tutti i principali ruoli wagneriani. Storici i passaggi mozartiani, da Don Giovanni al Conte nelle Nozze di Figaro, e indimenticabili Barak nella Frau ohne Schatten e Mandrika in Arabella di Strauss. Più sfumato il discorso sulle interpretazioni verdiane, in cui l’intelligenza musicale e l’adesione al personaggio non sempre compensano i limiti di una voce chiara e poco incline all’ abbandono nei passaggi più baldanzosi. Restano Posa e il Rigoletto diretto da Kubelik, ma altri appuntamenti restano solo onorevoli tentativi.

Il Bach di Fischer-Dieskau è poco attuale, ma è meraviglioso lo stesso: le cantate dirette da Richter e le Passioni sgorgano da una temperie culturale in cui questo repertorio era familiare, quotidiano, identitario. Ma il radicamento nella tradizione non è mai stato un limite alla curiosità musicale: Fischer-Dieskau è stato protagonista di un buon numero di prime assolute, tra cui nel 1961 “Elegia per giovanni amanti” di Hans Werner Henze. Benjamin Britten scrisse per la sua voce la parte del baritono nel War Requiem e gli dedicò i “Songs and Proverbs of William Blake”.

Timido, colto, cortese, incerto di sè anche all’apice del successo, Fischer-Dieskau ha incarnato una figura nuova (e a dire il vero poco replicata) di cantante intellettuale perfezionista ed inquieto, capace di ispirare turbamento ed emozione senza mai incrinare un assoluto dominio formale. Nel suo straordinario Wozzeck, in Kurwenal, ma anche in Bach o Schubert la sua voce d’ambra perfettamente calibrata sembrava racchiudere un grido trattenuto, il dolore di un distacco irreparabile. Una voce nevrotica, elegante e disperata in cui confluisce e si specchia la cultura europea del Novecento. 

 

 

 

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