Norvegia, altro che sovraffollamento: qui il carcere è di lusso

Nalla terra dove, quasi un anno fa, avvenne la tremenda strage di Utoya, una prigione a cinque stelle sta ridefinendo il concetto di detenzione: ipermoderna, ricca di spazi ludici e con tante attività per i carcerati. Viaggio a Halden, dove le finestre non hanno sbarre ed il muro di cinta è nasco...

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23 Maggio Mag 2012 1921 23 maggio 2012 23 Maggio 2012 - 19:21

Sovraffollamento, in norvegese, si dice overbefolkning. Ma non è una parola che si sente dire tanto spesso, dalle parti di Oslo. Ancora meno da due anni a questa parte, da quando cioè il Paese scandinavo ha dato il benvenuto ad Halden, la prigione supermoderna costata un miliardo e trecento milioni di corone norvegesi - circa 172 milioni di euro - che farebbe arrossire di vergogna qualsiasi istituto carcerario italiano.

Halden è, semplicemente, "il carcere più umano al mondo". E non per la tipologia di prigionieri: la struttura ospita infatti 245 tra rapinatori, assassini e pedofili. Che vivono reclusi, però, in una struttura accogliente, pulita, dotata di accessori e comfort che farebbero invidia ad un hotel. Nelle stanze - non si può parlare di celle, viste le dimensioni - i detenuti hanno a disposizione un televisore a schermo piatto, un ampio bagno dotato di porta (una rarità nelle prigioni italiane), una finestra senza sbarre affacciata su di una splendida foresta. Il muro di cinta c'è ed è impossibile da valicare, ma resta ben nascosto tra le betulle secolari.

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L'intera struttura fa di tutto per non sembrare una prigione. Somiglia, piuttosto, ad un campus universitario, dall'arredamento minimal e molto curato. «Non volevamo che sembrasse un carcere, volevamo ricreare un senso di normalità», ha spiegato il direttore Are Høidal al Guardian. «Secondo me, infatti, la reclusione deve assomigliare quanto più possibile alla libertà». A Halden ci si concentra sulla riabilitazione, più che sulla punizione. Un esempio? Tutti i prigionieri vengono "liberati" alle 7.30 del mattino e rientrano in cella soltanto alle otto di sera.

Durante la giornata, i detenuti vengono incoraggiati a partecipare alle attività proposte. Ognuno di loro riceve 53 corone, circa sette euro, qualora scelga di non restare in cella. «Se sono occupati in qualche attività, diventano più felici e meno aggressivi», spiega Høidal. In Norvegia, la massima pena carceraria prevista è di 21 anni. Di conseguenza, tutti i detenuti torneranno, prima o poi, in libertà. «Se ti rinchiudono in una scatola per diversi anni, quando ne uscirai non sarai di certo una brava persona», argomenta il direttore. «Noi non pensiamo che trattare male i detenuti li renda delle persone migliori, anzi».

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Secondo i critici, "l'eldorado delle carceri" utilizzerebbe metodi detentivi eccessivamente leggeri. Eppure, stando alle statistiche, la recidività tra i detenuti norvegesi è tra le più basse d'europa: solo il 20% si fa pizzicare nei primi due anni dalla scarcerazione (in Inghilterra va molto peggio: il 50%). Ma quali sono i segreti alla base del funzionamento di Halden? Innanzitutto, la Norvegia ha una proporzione tra carcerati e popolazione decisamente bassa, 74.8 detenuti ogni centomila abitanti - contro i quasi 120 registrati in Italia. Inoltre, lo stato scandinavo ha dalla sua una maggiore disponibilità economica, tale da permettere un maxi-investimento per la costruzione del carcere (172 milioni) ed un mantenimento annuale da centinaia di migliaia di euro.

In ogni caso Halden prosegue per la sua strada, continuando a proporre un modello di carcere innovativo. Høidal sta pensando alla costruzione di un percorso di jogging nel bosco, mentre quest'estate il giovane insegnante di ginnastica che lavora nella struttura, esperto in tecniche di recupero dalle tossicodipendenze, inizierà a dare lezioni di arrampicata ai detenuti. «Non c'è nessun problema di sicurezza: non gli insegnerò certo il modo di evadere», scherza. Intanto, però, nella palestra del carcere si può giocare a calcio, ma non hanno trovato spazio manubri e bilancieri: «Trovo negativa l'idea di focalizzarsi troppo sui muscoli, è una cosa troppo affine alla violenza», spiega il trainer. 

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