“Basta finanza, è l'ora dell'artigianato sovversivo”

Negli Usa il movimento dei maker rimette al centro l'attività pratica. In Italia gli investimenti stranieri «parlano la lingua della manifattura di qualità. Per esempio Louis Vuitton ha fatto un grande investimento nella Riviera del Brenta» spiega Stefano Micelli, docente di economia all’Universi...

Mani Che Lavorano
26 Maggio Mag 2012 0800 26 maggio 2012 26 Maggio 2012 - 08:00
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Messe Frankfurt

TRENTO – La Terza Rivoluzione industriale è iniziata. Grazie alle stampanti 3D, sempre più diffuse ed economiche, si avvicina il giorno in cui ciascuno di noi potrà “stamparsi” a casa i listelli di una tapparella, i giocattoli per il figlio o perfino una protesi artificiale. Gli atomi, è lo slogan, sono i nuovi bit.

Negli Stati Uniti, intanto, prende forza il movimento dei Makers, cioè di coloro che si fanno da soli le cose. E in Italia si riscopre l’importanza del manifatturiero, uno dei pochi settori della nostra economia che non solo resiste alla crisi, ma fa gola agli investitori stranieri: ne è una prova l’acquisto di Ducati da parte di Audi-Volkswagen, per 860 milioni di euro.

Mens et manus, è il motto del MIT. E mens et manus potrebbe essere anche il motto della tradizione artigiana italiana. Che ha il potenziale per diventare uno straordinario fattore di crescita economica. Purché si apra alla globalizzazione, e alle nuove tecnologie. Di tutto questo hanno discusso, il caporedattore de Linkiesta Jacopo Barigazzi e l’economista Stefano Micelli, docente presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia nonché autore del saggio “Futuro artigiano” (Marsilio). Ecco una sintesi:

Partiamo da quanto sta accadendo negli Usa, dove sono in molti a rivalutare la valenza della produzione, e dell’autoproduzione. In merito c’è anche un libro-simbolo, “Shop Class as Soulcraft”, di Matthew Crawford, che ha smesso di fare l’analista ed è andato a riparare motociclette… Ma cosa rappresenta questo ritorno al fare da sé?
Negli ultimi vent’anni siamo stati abituati a ragionare sulla cosiddetta “economia della conoscenza” facendo riferimento all’economia dell’immateriale. Ci siamo abituati a questo binomio conoscenza-immateriale. Anzi, direi quasi che ci siamo assuefatti a esso. Dagli Stati Uniti giunge ora un segnale diverso. Nuovo. Chi invoca un ritorno al fare le cose, non lo fa per nostalgia. Fare le cose è un modo per pensare. Fare le cose aiuta a innovare e immaginare il futuro.
Sulla sua esperienza di meccanico Crawford ha scritto un libro eversivo. Soprattutto per i più giovani. A suo dire se c’è stato un momento in cui ha provato l’afflizione della catena di montaggio, è stato quando lavorava per la Ziff Corporation, scrivendo tutti i giorni venti, trenta abstract di articoli scientifici che poi l’azienda impacchettava e vendeva in formato digitale. Da quando invece ripara motociclette, Crawford è costretto a pensare, perché le moto hanno una loro intelligenza, una loro forza. Quando ci mette le mani sopra deve dialogare con quello che altri hanno realizzato, diventando così protagonista di una scoperta, che poi è il lavoro della conoscenza.
Matthew Crawford non è un caso individuale. Dietro figure come lui c’è un movimento economico e sociale con tante anime. Prima di tutto il fenomeno dei Makers, che hanno le loro fiere (le Maker Faire), le loro riviste, e i loro leader di riferimento, primo fra tutti Chris Anderson, il direttore di Wired. E ci sono anche dei protagonisti italiani, come Massimo Banzi, inventore della piattaforma Arduino, ossia l’open source applicato al mondo dell’hardware.
I Makers che realizzano gioielli tagliati con il laser o droni con tanto di tecnologia Arduino sono la stessa cosa dei nostri artigiani ? Beh, tutti conoscono il detto “traduttore traditore”. Quando dico che la parola Maker deve essere tradotta con la parola Artigiano, so di compiere un’operazione che non è solo linguistica, ma culturale, e se vogliamo economica. Oggi si tende a considerare l’artigiano come un relitto del passato. E invece dobbiamo svecchiare questa parola. Perché essa cela una realtà del fare straordinaria, che spesso sottovalutiamo. Ormai gli artigiani italiani padroneggiano le nuove tecnologie come i Makers americani, ma devono imparare a operare in un contesto più internazionale. Il mondo è diventato grande rapidamente, mentre noi italiani siamo rimasti congelati in un assetto transatlantico, tra Germania e Stati Uniti. 

Nel suo approccio non c'è nulla di decrescista. Non vede nell’artigianato un ritorno a un passato più o meno idilliaco. Parla invece di una figura che può avere successo nell’economia globalizzata, e che non ha alcuna relazione con facili idealismi.
Il nuovo artigiano deve sapersi proiettare nel futuro. Bisogna avere immaginazione. Dobbiamo pensare a un mondo che cambia e in fretta. Per spiegarmi meglio vorrei ripercorrere, con alcuni aneddoti personali, una parabola produttiva italiana i cui insegnamenti potrebbero essere trasferiti in altri campi. Sono nato a Udine, in una famiglia di produttori di vino. Quando ero ragazzino non ho mai preso in considerazione la possibilità di continuare su questa strada. Negli anni Ottanta la famiglia Nonino rilanciava l’immagine della grappa a livello nazionale e internazionale grazie a un premio letterario, il premio Nonino appunto, che ha attirato e attira a Udine grandi intellettuali. Qualcosa stava cambiando, anche se non avevamo ancora capito. Negli anni Novanta, in pieno boom del web 1.0, lavoravo nel settore della New Economy, e un giorno un mio amico di Treviso mi informa che avrebbe lasciato il settore per investire tutto in un vigneto di prosecco. Io, a quella notizia, sono rimasto un po’ stupito.
L’anno scorso una famiglia di noti produttori di Amarone mi ha chiesto una consulenza per presentare il loro prodotto in Cina. Così ho scoperto che gli importatori internazionali vogliono che alle degustazioni sia presente chi il vino lo fa. E l’agenda dei produttori di grido assomiglia a quella di una star di Hollywood: un giorno vai a Singapore, l’altro a Hong Kong, e poi Tokyo, Los Angeles, New York. Morale: in trent’anni quello che era un lavoro che io non prendevo nemmeno in considerazione oggi è una professione per chi la globalizzazione la capisce davvero.
In Italia la rivoluzione del vino si è compiuta senza che ce ne accorgessimo. Se trent’anni fa mi avessero detto che stava nascendo una new economy del vino, basata sull’innovazione, sul marketing e sull’internazionalizzazione, io non ci avrei creduto. Oggi chi ha investito nel vino è più ricco, famoso e globale di uno come me, che svolge la professione tipica dell’economia della conoscenza. I produttori di vino italiani sono diventati globali, ibridando un vecchio saper fare con tecniche nuove. Hanno conservato una tradizione globalizzandola. Questo potrebbe accadere ai nostri artigiani. Dobbiamo capirlo in fretta. E, se possibile, accelerare il passo.

Nel suo libro si illustra come la delocalizzazione può benissimo colpire anche mestieri ad alto contenuto di formazione (ad esempio un esame di radiologia fatto in Italia potrebbe anche essere analizzato da un radiologo indiano, come già accade in Israele), mentre non si può delocalizzare tanto facilmente l’attività artigiana perché in questo caso sarebbe determinante la relazione fra artigiano e committenza, relazione che non si riesce a delocalizzare.
Le tesi sui rischi della delocalizzazione delle professioni ad alto tasso di formazione è una tesi ormai acquisita. Purtroppo noi l’abbiamo capito tardi. Veniamo da una tradizione culturale, sociale, politica che ha scommesso sull’idea che la creazione di capitale umano attraverso scuola e università avrebbe salvato le nuove generazioni dalla disoccupazione. Oggi ci rendiamo conto che il problema è più complesso. Non è con la somma dei dottorati che oggi portiamo a casa un futuro sicuro per chi si affaccia sul mercato del lavoro.
Quali sono le competenze che oggi si radicano in un territorio, rendendolo eccellente? Per capirlo basta guardare agli investimenti che i grandi gruppi internazionali si ostinano a fare nel nostro Paese. Questi investimenti parlano la lingua della manifattura di qualità. Per esempio Louis Vuitton ha fatto un grande investimento nella Riviera del Brenta, per produrre scarpe; Ikea continua a investire in Italia per la produzione di mobili; i cinesi di China Garments hanno deciso di produrre il loro marchio più importante, Sorgere, in Italia. Oggi stiamo dunque conoscendo una delocalizzazione al contrario: temevamo di essere invasi da merci cinesi a basso costo, e invece anche la Cina diventa un’opportunità, perché i cinesi ci chiedono di produrre per loro. È un riconoscimento internazionale a un nostro saper fare, che non può essere in alcun modo abbandonato a un destino inerziale.
Con questo non voglio dire che tutti dobbiamo fare gli artigiani, beninteso. Di certo però dobbiamo imparare a riconoscere un tesoro che abbiamo in casa e che non riusciamo a valorizzare abbastanza.

In Italia mancano panettieri, falegnami, e tante altre figure artigianali. Questo stride con le notizie sulla disoccupazione. E intanto molti dei posti di lavoro creati in questi anni di crisi sono andati, nella maggior parte dei casi, a lavoratori immigrati, perché gli italiani quei posti di lavoro non li vogliono. Gli immigrati, ha scritto Luca Ricolfi, hanno la voglia di lavorare che avevamo noi negli anni'50. Noi figli della civilità dell'abbondanza ci siamo seduti sull’ozio di qualche laurea… e intanto ragazzi tedeschi, francesi e inglesi vengono qui in Italia e imparano i dialetti per poter andare a bottega dai nostri artigiani.
Da noi lo spazio di apprendimento nelle scuole professionali prefigura una carriera di serie b rispetto a chi non ha frequentato il liceo classico. Si tratta di un percorso quasi privo di legittimità. Come modificare tutto questo? Non credo che si possano riqualificare in tempi brevi le scuole professionali. Penso che valga la pena scommettere su vere e proprie università d’eccellenza dal punto di vista pratico (ne abbiamo già alcune). L’idea è investire su una schiera di scuole più internazionali, più aperte al confronto con l’industria, dove formare una nuova generazione di artigiani del contemporaneo. Gli stranieri d’altra parte non vengono qui per studiare la finanza, ma per studiare la moda e il design.

Si dice sempre che il problema italiano sia quello del nanismo delle aziende, della loro microdimensione. E questo inciderebbe pure sulla formazione universitaria, perché come dimostrano i dati, gli universitari fanno molto fatica a trovare lavoro, dato che le pmi non sono, in genere, interessate ad assumere un laureato; preferiscono prendere un ragazzo a bottega.
Secondo me la questione dell’assunzione dei nuovi laureati da parte delle pmi prescinde dalla dimensione delle aziende stesse, e ha invece molto a che fare con la formazione del nostro studente. Una formazione troppo teorica costringe le imprese a un investimento sui giovani che le imprese più piccole trovano troppo oneroso e soprattutto rischioso. C’è poi un tema di reciproca diffidenza. I giovani neolaureati non guardano con particolare favore al lavoro nelle piccole imprese. Bisogna volgere al positivo il pregiudizio sfavorevole che molti giovani nutrono verso l’artigianato.
In questi ultimi due anni ho fatto un esperimento: ho preso cinquanta studenti, gli ho fatto un ciclo di lezioni sul tema della competitività nei settori di nicchia, quindi li ho mandati a lavorare in sette aziende con prodotti altamente specializzati (biciclette su misura, biscotti proteinici ecc…), con due mesi di tempo per elaborare un business plan per mettere in moto una crescita dell’impresa a livello internazionale. I miei studenti sono entrati in queste aziende con uno spirito diverso, vedendole non come realtà renitenti alla modernità industriale, colpevoli di non essersi modernizzate, ma come un tesoro, anche esperienziale, da valorizzare. E in pochi mesi sono riusciti a mobilitare una straordinaria tensione verso la crescita.
Di esempi che mettono insieme vecchio e nuovo in modo originale ce ne sono molti. C’è un sito, a mio parere molto riuscito, dove si può vedere le potenzialità del nostro patrimonio artigiano: è italiaveloce.it dove è possibile comprare biciclette su misura. Nel sito c’è un configuratore, con cui il cliente può assemblare la sua bici a scatto fisso in tutte le varianti possibili, e poi ordinarla. È anche possibile vedere il video della realizzazione della bici, e si può persino andare a Parma a recuperarla. Questo mix di marketing online, video virali e artigianalità spinta mi sembra davvero un modello interessante. E infatti al Salone del Mobile le bici di Italia Veloce erano esposte in bella mostra.

Ma cosa diresti a un artigiano che volesse “micellizzarsi” ?
[Ride] Il mio consiglio agli artigiani è quello di comprare un biglietto aereo per visitare Shanghai o Hong Kong, scoprire che il pianeta è cambiato, e poi tornare in Italia, contattare un giovane designer o un ingegnere creativo, assumere un giovane stagista che si occupi di comunicazione e scommettere su se stessi. È mescolando le diverse competenze che si vince.
Faccio un altro esempio. La montatura degli occhiali che porto è in ebano macassar. Si tratta di un legno molto difficile da lavorare, con cui di solito non si fanno montature per occhiali. Li ha realizzati un artigiano di mezza età che faceva sedie, e appassionato di occhialeria. Ha contattato un bravissimo designer e una ragazza trentenne con la passione per l’artigianato e la comunicazione. Insieme hanno creato una nuova montatura di occhiali che oggi ha già un certo successo sul mercato. 

Si servono di macchine a controllo numerico per la produzione delle sedie, ma modificate, “taroccate”. E poiché l’ebano è un legno particolare, è richiesta una fase di lavorazione manuale: tra i venti e i trenta minuti per ogni paio. E’ la riscoperta di un mondo attraverso la combinazione di nuove tecnologie, design e marketing.
Il settore delle sedie è tra quelli che ha sofferto di più a causa della crisi, e vedere imprenditori delle sedie che si reinventano in questo modo è una testimonianza di quello che possiamo iniziare a fare subito.
 

Il titolo di un’intervista che lei aveva dato a Linkiesta qualche mese fa era “Il lavoro non si cerca, si crea”. Una frase che diceva spesso un mio vecchio capo alla Nbc, che durante i colloqui per aspiranti giornalisti era solito cacciare i candidati dopo pochissimi secondi. Una volta gli chiesi come facesse a selezionare i giornalisti così in fretta, e lui mi rispose: «La nostra è una testata economico-finanziaria; quando qualcuno mi dice di cercare lavoro significa che non ha capito niente e che le posso mandare subito via, perché il lavoro non si cerca, si crea». Ma cos'è il merito? Su questo punto nel suo libro si espone una tesi quasi eversiva....
Tutti noi, a parole, siamo convinti che ci sia un deficit di meritocrazia nel nostro Paese. Tuttavia il vero problema è: come misuriamo il merito? Oggi abbiamo un’idea d’intelligenza, peraltro scientificamente superata, che privilegia la capacità di manipolare i simboli. Persuasi del primato di questa intelligenza, abbiamo creato dei percorsi di carriera ad hoc, test, criteri di selezione.
In realtà la storia ci insegna che il boom economico italiano ha avuto ben poco a che fare con un’intelligenza di questo tipo. La meritocrazia di chi ha sudato negli anni Cinquanta e Sessanta era una meritocrazia che privilegiava una combinazione di almeno tre intelligenze: l’intelligenza creativa, quella pratica e quella logico-formale. E per combinare queste tre intelligenze occorreva tenacia, determinazione, perseveranza. Oggi invece, per molti motivi, non riusciamo a concepire una meritocrazia che includa diverse dimensioni dell’intelligenza. Crediamo che una volta superato un test con un dato punteggio, conseguita una certa laurea, qualcuno ci debba dare per forza un lavoro.
Bisogna ripensare la meritocrazia. Faccio un esempio: Chris Anderson, il direttore di Wired, ha lanciato una propria azienda di droni amatoriali; stufo dei soliti manager, ha scelto come CEO dell’azienda un ventenne messico-americano, Jordi Munoz, originario della Baja California. Che nell’immaginario americano è una terra di perdizione, da set del film “Dal tramonto all’alba”… Anderson ha raccontato di aver scelto Munoz non per il curriculum accademico, ma perché era uno dei membri più attivi, preparati ed entusiasti della comunità degli appassionati di droni amatoriali. Di Munoz ha apprezzato, più che l’intelligenza logico-formale, l’entusiasmo, la determinazione, la voglia di mettersi in gioco… Se Anderson avesse preso una scelta del genere in Italia sarebbe scoppiato un putiferio, e invece lui è fiero di questo CEO messico-americano. Perché ha capito la lezione dei Makers, ha capito che il nuovo management necessità di altre qualità, basate su una nuova idea di merito.
Si tratta davvero di un cambio di paradigma eversivo. Riconoscendo che esistono diversi tipi d’intelligenza, si abbandona finalmente l’idea di homo economicus e si comprende che il management è fatto da uomini: persone in carne e ossa, con ambizioni, passioni... Se vediamo la storia dell’economia italiana degli ultimi decenni nell’ottica di Anderson, allora vediamo molte storie di coraggio, meritocrazia, talento.  

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