“Io, clandestino, ho denunciato i miei sfruttatori”

Mohammad, matematico pakistano, è fuggito dal Pakistan per evitare un matrimonio combinato

Immigrato Indiano
30 Maggio Mag 2012 1100 30 maggio 2012 30 Maggio 2012 - 11:00
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«Quel che accade attorno all’immigrazione, in Italia, è tutto un grande giro illegale di affari. Sono a disposizione della legge italiana per raccontare quello che ho vissuto: un sistema criminale che rovina la vita di migliaia di persone».

Quello di Muhammad Farooq, 28 anni, matematico pachistano, clandestino nel nostro paese, è un urlo disperato, ma fiero. Nonostante le minacce che pendono sulla sua incolumità e su quella della sua famiglia, è determinato a raccontare quello che gli è accaduto: «La mia vita, così com’è oggi, non va in nessuna direzione. Non ho paura né dei trafficanti né della polizia. Comunque, non potrebbe andare peggio di così. Denuncio questa situazione soprattutto per evitare che tante altre persone commettano gli errori che ho commesso io».

Quando Muhammad comincia a raccontare le sua storia, sembra di vivere un déjà vu. Le sue parole descrivono situazioni simili, anche nei dettagli apparentemente più insignificanti, a quelle di migliaia di altri migranti come lui. Se non si scappa da una guerra, si scappa dalla povertà. Quasi sempre, più che all’inseguimento di un sogno, alla ricerca di un benessere tanto evocato, quanto sconosciuto.

Muhammad ci tiene a raccontare il suo viaggio verso l’Italia, perché quel viaggio ha cambiato per sempre la sua vita. Partire da Gujranwala – nella provincia del Punjab – per attraversare l’Iran, la Grecia e il Mar Adriatico gli è costato 11 mila euro. Il prezzo di una vacanza di lusso in crociera. Lui ha viaggiato su mezzi fatiscenti, percorrendo rotte pericolose e sopportando condizioni durissime. Costantemente sotto il ricatto dei trafficanti.

Muhammad è partito nel 2009 per fuggire da un matrimonio combinato dalla sua famiglia al quale non si era mai rassegnato. Per sostenere il viaggio fino ad Atene ha dovuto privarsi di tutti i suoi risparmi; poi, trascorsi sette giorni in un Cie greco e qualche mese alla ricerca di una vita nuova, ha deciso di venire in Italia. È arrivato di notte, non sa dire dove; comunque al Nord. Ci è arrivato dopo due giorni trascorsi in compagnia di un afghano, chiusi in un camion, con a disposizione uno spazio simile ad una bara e una bottiglia d’acqua. E dopo un primo periodo passato in Lombardia, Muhammad vive a Lecce.

Durante il suo racconto, specifica più volte l’entità del debito contratto con i trafficanti e il valore che quei soldi assumono in un paese povero come il Pakistan; rivendica la sua scelta senza pentimento, come a voler sottolineare l’importanza di quel salto nel vuoto che lo ha portato fin qui. Dai paesi asiatici, intanto, qualcuno continua a vendere l’Italia come un sogno, come un trampolino per la ricchezza, il paese delle meraviglie.

Muhammad, da tre anni a questa parte, è senza un’occupazione, una stabilità, se non lavori fugaci che bastano solo a sopravvivere. Un mese da lavapiatti, poi in strada a vendere bigiotteria cinese, un lavoretto in campagna. L’alternarsi casuale di queste attività – di certo faticose, ma poco remunerative – gli ha logorato il fisico, la mente e la speranza. E si mangia quel che si può, con soli 60 euro al mese da spendere per il cibo.

«Credi che se decidessi di tornare in Pakistan – racconta Muhammad – avrei possibilità di trovare un lavoro? No, te lo dico io: non posso trovare nulla. Una volta lì, le prime persone ad accogliermi sarebbero sicuramente i miei creditori. Il Paese dove si vive, per me, è come una mamma; è una figura familiare perché ti dà una casa, ti dà un lavoro, ti dà da mangiare. In questo momento, però, mi sento come un orfano. Mi sento straniero ovunque; anche in Pakistan».

Muhammad è un professionista che vive in balìa degli eventi e si sente prigioniero di una scelta passata. Se potesse tornare indietro sotterrerebbe l’idea di un viaggio in Europa sotto le pietre aride della sua terra.
 

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Come tanti altri migranti, è arrivato nel nostro Paese attirato dalla sanatoria del 2009: un decreto legge che permetteva ai datori di lavoro di regolarizzare la posizione contributiva degli immigrati clandestini alle loro dipendenze – come colf e badanti – agevolando l’acquisizione di permessi di soggiorno validi. In realtà, l’operazione si è rivelata, per molti sedicenti faccendieri, un pretesto per truffare gli immigrati, vendendo loro contratti di lavoro a prezzi altissimi: da 2000 fino a 5000 euro.

Questo, grosso modo, è ciò che succede in maniera più frequente anche con il decreto flussi, la legge che definisce annualmente le quote massime di stranieri che possono entrare e soggiornare in Italia, sia per motivi di lavoro subordinato che per lavoro autonomo. La norma italiana, a maglie strettissime, che consente l’entrata regolare nel nostro Paese è, a dir poco, macchinosa.

Per un extracomunitario che voglia lavorare come dipendente, le tappe da seguire, in successione cronologica, sono un percorso che si stringe a tal punto da congestionare l’accesso:
– è necessario aspettare che il Presidente del Consiglio pubblichi il decreto sui flussi e sperare che sia riservata una quota di ingressi a cittadini del suo Paese;
– deve sperare che in Italia ci sia qualcuno disposto a fare la chiamata nominativa impegnandosi ad assumerlo alle proprie dipendenze ed a fornirgli alloggio;
– deve sperare ed aspettare che questo qualcuno sia abbastanza veloce da effettuare la prenotazione prima della saturazione delle quote disponibili;
– deve sperare e aspettare che la Questura, dopo le opportune verifiche sulla affidabilità del datore di lavoro e sulle sue risorse economiche, conceda il nulla osta all’ingresso;
– deve sperare e aspettare che la DPL (Direzione Provinciale del Lavoro) dopo le opportune verifiche, accerti che nessun residente italiano voglia o possa ricoprire il posto di lavoro destinato allo straniero;
– deve sperare e aspettare che lo Sportello Unico sull’Immigrazione autorizzi l’ingresso e trasmetta l’autorizzazione alla competente autorità diplomatica o consolare;
– a questo punto, deve recarsi presso la predetta autorità diplomatica o consolare e richiedere il ritiro dell’autorizzazione ed il rilascio del visto di ingresso;
– sottoporsi ai controlli di frontiera per ottenere il timbro di ingresso; precipitarsi con il suo datore di lavoro presso lo Sportello Unico per la sottoscrizione del contratto di soggiorno e lavoro; richiedere entro 8 giorni il permesso di soggiorno.
Nella migliore delle ipotesi, per il completamento di tutta la procedura occorrono 18 mesi, ma si può arrivare anche a 24 mesi ed oltre.

Per quanto riguarda il lavoro autonomo, invece, il passaggio è completamente inaccessibile: l’ultimo decreto che prendeva in considerazione i lavoratori con partita iva – tra l’altro, solo ultra qualificati – risale al 2005. Questo rappresenta per migliaia di persone il decreto flussi: un muro pressocché invalicabile. Loro, che cercano una qualsiasi chance di riscatto sociale, sono disposti a tutto pur di entrare in Italia. Ed è proprio su questo presupposto che nasce e si sostiene l’illegalità.

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A Muhammad, durante il suo primo periodo al Nord, e precisamene a Milano, avevano chiesto 4000 euro per essere contrattualizzato e poter rimanere legalmente in Italia. Senza poter lavorare, però.

A dirla con lui, «l lavoro vero e proprio, in tutto questo giro di soldi, non c’è mai. Esiste solo una compravendita di contratti e documenti. E, spesso, truffano anche su quelli. Io ho perso tutto». Il problema è proprio questo: un volume d’affari enorme che vive della disperazione dei migranti. «Noi extracomunitari – racconta Muhammad – arriviamo in Italia attirati da nostri connazionali, che fungono da mediatori e ci promettono lavori ben pagati e una vita dignitosa. Questa gente, di norma, risiede in Italia da più di 10 anni e ha contatti consolidati con la piccola imprenditoria locale. Anche loro sono, solitamente, proprietari di attività commerciali: spesso hanno dei negozi di bigiotteria o dei doner kebabs, locali che vendono specialità alimentari arabe. Chiedono da 4000 a 9000 euro, a volte anche di più, per un contratto che permetta l’entrata nel vostro Paese. I datori di lavoro, che normalmente ricevono la metà del compenso, spesso sono commercianti o ristoratori e, insieme ai “mediatori”, ricattano e sfruttano le vittime di tratta».

Il sistema, ormai sedimentato su tutto il territorio nazionale, vedrebbe stranieri e italiani collaborare in un business proficuo che include, oltre ai contratti di lavoro, anche le dichiarazioni di ospitalità: documenti indispensabili agli stranieri che devono dichiarare la loro residenza in Italia. «Quasi sempre, i proprietari delle case affittate ad extracomunitari – aggiunge Muhammad – rilasciano la dichiarazione di ospitalità a cifre che vanno da 200 a 600 euro». Un affare da centinaia di migliaia di euro che si rinnova in maniera ciclica e che, spesso, si trasforma in crudele sfruttamento.

Esattamente ciò che è accaduto a S. J., indiano e, attualmente, clandestino in territorio italiano. S. J. ha voluto denunciare, proprio in questi giorni, la sua raccapricciante esperienza alla Procura della Repubblica di Lecce, nonostante le ripetute minacce dei suoi aguzzini.

Arrivato a Fiumicino nel 2009, con un contratto stagionale alle dipendenze di un pasticcere e dopo aver pagato 15 mila euro a tre fratelli della sua stessa nazionalità, si è ritrovato a lavorare in un’azienda agricola in provincia di Lecce. La sua è una storia di autentica schiavitù durata 14 mesi. La sua dimora è stata, per tutto quel tempo, una stalla, dove dormiva e mangiava tra maiali e galline. Lavorava dalle 4 di mattina alle 11 di sera, senza poter riposare, 365 giorni l’anno, con qualsiasi condizione climatica e in qualunque stato di salute. Il suo pranzo era un panino, col pane del giorno prima, e la sua cena un po’ di pasta.

Queste sono storie che, giura Muhammad, «succedono in tutta Italia. Solo nella città di Lecce conosco tanti mediatori asiatici, che si occupano di trovare contatti con i datori di lavoro italiani e sono tutti di nazionalità diverse: Pakistan, Bangladesh, India e Sri Lanka. Alcuni li conosco personalmente perché sono asiatico come loro, ma, in buona sostanza, ogni Paese ha i suoi rappresentanti; questo la dice lunga su quanto siano radicate e ben manovrate queste organizzazioni. Al Nord il sistema non cambia affatto: alcuni miei amici, che vivono in altre zone del Paese, hanno dovuto pagare cifre astronomiche per rimanere qui. Bologna, Pisa, Bergamo, Brescia, Lucca, Roma: sono tutte città in cui funziona così. Inoltre, contrariamente alla finalità della legge, gran parte delle persone che decidono di accettare questo abuso si trovano già, clandestinamente, sul territorio italiano. A voler dare una cifra approssimativa, su 100 extracomunitari che riescono ad avere il permesso di soggiorno grazie al decreto flussi, 95 sono costretti a pagare e a ingrossare questo apparato mafioso».

Insomma, secondo la denuncia di Muhammad, le norme che regolano l’ingresso dei cittadini extracomunitari nel nostro territorio si sarebbero rivelate un enorme “vaso di Pandora” a beneficio di cellule criminali. Gruppi di stranieri e italiani che, insieme, gestirebbero tutto il fenomeno dell’immigrazione: dal traffico illegale di esseri umani fino alla loro riduzione in schiavitù nel nostro Paese.

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Ora Muhammad attende di sapere qual è il suo destino: «Vorrei collaborare con le forze dell’ordine o con la magistratura per aiutarli a smantellare questo processo scellerato, ma, per farlo, ho bisogno di protezione. Ribellarsi a questo regime di illegalità vuol dire rischiare sulla propria pelle e mettere in pericolo anche i familiari. C’è tanta gente che non vuole e non merita di essere trattata come merce; quando si è in difficoltà, tutto sembra molto più grande di noi, ma bisogna avere il coraggio di reagire e assumersene le responsabilità. Sono convinto che, dopo questa mia denuncia, tanti altri extracomunitari mi seguiranno perché, in questo modo, non possiamo proprio andare avanti».

Per tutti gli stranieri che oggi, in Italia, si trovano a patire condizioni disagiate, di indigenza o, addirittura, disumane si aprono due possibili strade da percorrere: da una parte, si può continuare ad alimentare un meccanismo perverso fatto di abusi e ritorsioni e, dall’altra, c’è la via della legalità. Muhammad Farooq, clandestino con due euro al giorno per mangiare – sfidando la sorte e i luoghi comuni – la sua scelta l’ha già fatta.  

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