L’Irlanda al voto per tornare sui mercati con le spalle coperte

È ufficiale, i cittadini irlandesi hanno approvato con il 60,3% dei voti il referendum che assegnerà al Governo i poteri di modificare la Costituzione per introdurre il Fiscal Compact, conditio sine qua non per ricevere gli eventuali aiuti del meccanismo salva-Stati Esm. Soltanto 5 collegi su 43 ...

Endakenny
31 Maggio Mag 2012 0703 31 maggio 2012 31 Maggio 2012 - 07:03
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Tocca ancora all’Irlanda. Proprio come nel 2008, quando al primo turno del referendum sull’adozione del Trattato di Lisbona la maggioranza disse no – all’epoca il presidente dell’Ue, José Manuel Barroso, pronunciò la celeberrima frase «si vada avanti lo stesso» – l’esito delle urne darà un’indicazione chiara sul “sentiment” dei cittadini riguardo al Fiscal compact approvato dagli euroleader a fine gennaio. Più precisamente, gli irlandesi sono chiamati a decidere sulla facoltà, da parte del Governo, di attuare le modifiche costituzionali necessarie all’introduzione del Fiscal compact nel proprio ordinamento.

Stando a quanto trapela dai sondaggi, l’elettorato dell’isola è piuttosto spaccato. Secondo quanto rivelava ieri l’Irish Times, quotidiano che oggi si è espresso con chiarezza a favore del sì, con un editoriale dal titolo “Un trattato necessario”, la classe media supporterebbe il patto fiscale, mentre la working class no. Le ragioni, spiega il quotidiano irlandese, sono più profonde del mero utilitarismo della fetta benestante della popolazione, che non vuole andare a ritroso e perdere i privilegi acquisiti. Al contrario, come peraltro certificato a fine marzo da un sondaggio condotto dall’Eurobarometro, quindi prima che la politica irlandese sganciasse l’artiglieria pesante per spostare le preferenze nella propria direzione, alla domanda se i Paesi in difficoltà andassero aiutati secondo i principi del nuovo patto fiscale, il 61% dei cittadini si è espresso favorevolmente, sebbene con un 26% di astenuti e il 13% dei contrari. Sul quesito riguardante il sostegno ai meccanismi sanzionatori automatici per gli Stati che non rispettano i limiti di debito e deficit imposti dal Fiscal compact, la percentuale dei favorevoli scende al 50%, con i contrari al 24% e gli astenuti al 26 per cento. Dati che portano il quotidiano alla seguente conclusione: la politica del Paese ha sottostimato il senso di solidarietà sviluppato tra gli Stati nell’eurocrisi. 

C’è anche un motivo meno romantico ma decisamente più pragmatico dietro alla probabile vittoria dei sì, sulla quale sono concordi anche i bookmakers, su tutti Paddy Power, il principale operatore del Paese. Si tratta del “trappolone tedesco”, come si legge nel testo del Fiscal compact: «La concessione di assistenza nel quadro dei nuovi programmi sotto il Meccanismo di stabilità europeo sarà condizionata alla ratifica, entro il primo marzo 2013, di questo trattato da parte del paese firmatario interessato». Significa che se vincono gli scettici non ci sarà alcun salvagente comunitario in caso di avaria della nave irlandese. 

Nonostante le carte parlino chiaro, c’è chi contesta questo meccanismo. Pearse Doherty, portavoce con delega alla finanza del Sinn Féin, partito d’opposizione storicamente legato ai paramilitari dell’Ira che sostiene il “no”, ha spiegato al quotidiano The Journal: «A dispetto di quanto sostiene il Governo, i fondi d’emergenza dell’Unione europea saranno disponibili dal 2014, se l’esecutivo li richiederà. I soldi arriveranno dall’Esm (il meccanismo salva-Stati Efsf sarà sostituito dall’Esm nel 2014, ndr). Gli articoli 3 e 12 dell’Esm dicono chiaramente che i fondi saranno erogati se indispensabili alla salvaguardia della stabilità finanziaria dell’intera Europa. Nonostante l’Esm contenga una clausola che lega l’accesso ai fondi alla ratifica del trattato di austerità, il Governo irlandese, se lo volesse, avrebbe il potere di eliminarla. E ha deciso di non farlo perché vuole spaventare gli elettori e spingerli a votare per il sì». 

Di segno opposto, ovviamente, le considerazioni di Simon Coveney, chiamato al ministero dell’Agricoltura dal Fine Gael del premier Enda Kenny: «L’Efsf è un fondo temporaneo che sarà rimpiazzato dall’Esm, e l’unico modo per accedere alle sue risorse è ratificare il trattato, come c’è scritto chiaramente e come è stato chiarito in più di un’occasione dalla commissione referendaria indipendente». 

Nel 2014, quando entrerà in vigore l’Esm, l’Irlanda dovrà reperire 18 miliardi di euro per pagare gli interessi delle emissioni obbligazionarie in scadenza, e ripagare parzialmente gli oneri del bailout di Anglo Irish Bank. Per raggiungere questo obiettivo, è il coro all’unisono degli operatori finanziari, c’è bisogno di un periodo di stabilità politica. Meglio quindi un sì poco convinto che metta in sicurezza le casse del Paese, rispetto ad un no dagli esiti imprevedibili. 

In Eurozona la visibilità degli investitori continua a ridursi di giorno in giorno. Ieri è stata ancora la Spagna ad appesantire le borse europee. Il ministro dell’Economia, Louis De Guindos, ha detto che Bankia, bisognosa di 19 miliardi di euro, sarà aiutata utilizzando il Frob, il fondo da 90 miliardi che sarebbe troppo esiguo, secondo Morgan Stanley, rispetto ai 250 miliardi necessari agli istituti del Paese e dai calcoli di JP Morgan, secondo cui Madrid ha bisogno di 350 miliardi di euro. La mala gestione del salvataggio di Bankia è sotto gli occhi di tutti: annunciato dal Governo prima di aver elaborato un piano di ristrutturazione, è in contrasto con la Banca centrale, che ha assunto Oliver Wyman e Roland Berger come consulenti per verificare la valutazione di Bankia fornita dall’esecutivo guidato da Rayoj. Intanto il governatore Miguel Angel Fernandez Ordonez si è dimesso ieri urlando al complotto.

Risultato? Il differenziale di rendimento dei bonos decennali rispetto ai bund tedeschi è salito a quota 520 punti base, equivalenti a un rendimento del 6,4 per cento. E ha impattato sull’asta del Tesoro italiano, che ieri ha collocato Btp con scadenza al 2017 per 5,7 miliardi di euro con un rendimento del 5,6%, ai massimi da dicembre scorso, con un tasso di copertura “solo” dell’1,3, e 2,3 miliardi di Btp con scadenza al 2022, con un rendimento del 6,03% rispetto al 5,8% di fine aprile. Inevitabile la salita dello spread a 467 punti base

C’è infine un primato di cui Dublino va particolarmente fiera: in terra gaelica c’è una fiorente industria, quella degli hedge fund. Secondo i dati diffusi tre giorni fa dalla Irish funds industry association (Ifia), la potente lobby del settore – che alle domande de Linkiesta sull’impatto dell’eventuale vittoria dei “no” al referendum ha preferito un “no comment” – gli attivi gestiti dai fondi hedge domiciliati nel Paese hanno raggiunto il record storico di 2.024 miliardi di euro (marzo 2012), rispetto ai 1.882 dello scorso dicembre. Il superamento del traguardo dei 2mila miliardi di euro in gestione è stato salutato con grande entusiasmo dal premier Enda Kenny, il quale non ha mancato l’occasione per ricordare il lancio, da parte dell’esecutivo da lui guidato, della «Strategia per i servizi finanziari internazionali, che si pone l’obiettivo di creare 10mila nuovi posti di lavoro entro il 2016», e per osservare: «Il costante successo dell’industria irlandese dei fondi d’investimento ci ricorda quanto sia importante la stabilità economica nell’attrarre nuovi investimenti e posti di lavoro». 

HedgefundsirlandaAndamento dell’industria degli hedge fund in Irlanda (Fonte: Ifia)

Dai dati macroeconomici evidenziati dal Paese nella prima parte del 2012, sembra che il destino di Dublino abbia preso una direzione diversa rispetto a Grecia e Portogallo, gli altri due Stati che hanno ricevuto aiuti europei. Nonostante il rendimento dei titoli di Stato si sia recentemente impennato sulle scadenze fino a cinque anni per via delle tensioni legate al salvataggio di Bankia, il tasso di disoccupazione, per quanto a quota 14,3%, è stabile, mentre il tasso d’inflazione è all’1,9%, sotto della media europea (2,5%), mentre il debito pubblico si assestava al 108,2% del Pil, pari a 129,6 miliardi di euro. Continuano a preoccupare, invece, gli effetti dello scoppio della bolla immobiliare: i prezzi delle case sono scesi del 16,4% in un anno, dimezzandosi rispetto al picco nel 2007, rispetto all’Inghilterra dove sono rimasti pressoché invariati. Insomma, luci e ombre.

L’ultima volta che l’Irlanda ha deciso di rivolgersi al mercato per rifinanziarsi risale al 2010, e pare che la National treasury management agency, l’ente governativo che si occupa della gestione del debito pubblico, abbia programmato una nuova asta per la prossima estate. Un appuntamento al quale è bene arrivare con le spalle coperte da Bruxelles.
 

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