Quando c’era Paolo Rossi a farne tre al Brasile

Estate dell’82, compiti per le vacanze di un bambino di prima elementare: raccontare la storia di un “eroe” della sua famiglia. Quel tema, trent’anni dopo, racconta le avventure del nonno partigiano e del papà in Unione Sovietica. Ma anche del bel gioco di Paolo Rossi, e dei suoi tre goal rifilat...

Paolo Rossi
2 Giugno Giu 2012 1950 02 giugno 2012 2 Giugno 2012 - 19:50

L’avevo atteso, quell’incontro col Brasile, diciassette ore, elettrico, snervato dalla tensione più che dagli arpeggi e dalle cartoline dell’Intervallo Rai prima della ripresa delle trasmissioni, più che il suono del liuto che faceva da sigla a “L’Almanacco del giorno dopo” e alla rubrica “Domani Avvenne”.
Ma non era ancora domani, era oggi, e oggi si doveva vincere. Tutti lo sapevano. Lo sapeva anche Nando Martellini, che bucò lo sfondo blu e stellato della sigla dell’eurovisione con la sua voce che ci chiamava a raccolta come la bacchetta del direttore d’orchestra.

Sì signor direttore, c’eravamo, io e la nonna almeno, truppe scalcagnate di fronte agli dei del calcio. Lei con le gambe accavallate, agitando senza posa un piede che a guardarlo con la coda dell’occhio faceva venire il mal di mare; io col braccio fasciato dalla ferita, neanche avessi combattuto a Maracaibo insieme a Morgan. Il direttore mise le carte in tavola fin dall’inizio: “Chi vince passa il turno, il pareggio è per i brasiliani”. La nonna, più scaramantica, mi suggerì d’incrociare le dita.

Per affrontare l’ora X Bearzot schierava Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. In panchina, insieme alla sua con la sua pipa, più da masticare che da fumare, il Vecio, s’era portato Bordon, Bergomi, Marini, Causio e Altobelli. Gli dei del calcio rispondevano con Valdir Perez, Leandro, Oscar, Luisinho, Falcao, Junior, Cerezo, Socrates, Serginho, Zico, Eder. Eppure, a vederli schierati in mezzo al campo a cantare l’inno, mi pareva non avessero molto di divino: certo non quelle pezze di sudore al centro della maglia giallo oro.

Minuto 3.
Neppure il tempo di studiarsi che Tardelli scodellò nel mezzo dell’area brasiliana un pallone che Rossi ciccò ignominiosamente. «Buric, d’un bucin, d’un asu!», sbottò la nonna, sgranando quello che non pareva propriamente un rosario.

Minuto 5.
Come un orafo alla lente, Ser Brunetto Conti lavorò a lungo il pallone sulla destra. Due veroniche, il minimo per uno come lui, la prima mandando a vuoto Toninho Cerezo, la seconda Eder, che tanto in marcatura non ne pigliava una. Quindi, con un esterno sinistro secco come una bocciata, cambiò fascia, servendo Cabrini. Il Bell’Antonio toccò tre volte di sinistro, rapido, consequenziale: la prima per controllare, la seconda per aggiustarsi il pallone, la terza tagliare l’area con un cross sul secondo palo, all’altezza dell’area piccola. Fino ad allora non pervenuto – come la minima di Campobasso ai tempi del colonnello Bernacca – Paolo Rossi, di professione centravanti, si materializzò alle spalle di Luisinho e toccando di testa in diagonale mise alle spalle di Valdir Perez: 1-0.

Minuto 8.
Passarono pochi minuti e fu subito Brasile, con il fenicottero Serginho inspiegabilmente lasciato solo davanti a Zoff: ne venne fuori un tiro appassito quanto uno yogurt rancido, che sobbalzando uscì sul fondo.

Minuto 12.
Servito alla tre quarti, Zico si liberò di Gentile con un colpo di tacco, indovinando un corridoio per Socrates: il capitano entrò in area e con precisione da chirurgo – era davvero laureato in medicina, il maledetto – scagliò un diagonale che sollevando uno sbaffo di gesso si infilò tra Zoff ed il palo di sinistra: 1-1.
«Uffa, uffa e uffa», a quella comunicazione m’imbizzarii in una tale quantità di “uffa” che la nonna si sentì in dovere di minacciarmi tremendamente: se non avessi smesso subito, se non fossi stato attento, da grande le persone mi avrebbero chiamato 'il Signor uffa'. E come avrei fatto allora?

Minuto 13.
Per l’ennesima volta, troppe dopo appena un quarto d’ora, Gentile arrotò Zico. Inflessibile, l’arbitro israeliano Klein gli sventolò il giallo che significava eventuale squalifica.

Minuto 25.
Punizione per noi, tiro teso di Antognoni che prese in pieno la barriera, impennandosi e planando docile tra le braccia di Valdir Perez. Con la sua aria azzimata da amministratore condominiale, il numero 1 servì Luisinho, e questi Cerezo, che allungò a Junior. Il tutto in orizzontale, sulla propria tre quarti, come qualsiasi principiante sapeva che era pericolosissimo fare. Lo sapeva anche Paolo Rossi, che con un guizzo anticipò Junior, si presentò al limite dell’area e fiocinò il grigio e stempiato Valdir Perez, che riuscì solo a toccare ma non a trattenere la sfera: 2-1.
S’infortunò Collovati e Bearzot dovette inserire lo zio Bergomi. Nel frattempo l’artiglieria brasiliana prese a cannoneggiare, ma senza azzeccare l’alzo del tiro: sempre troppo corto – sulla barriera – o troppo lungo, in curva. Dopo aver pensato di passeggiare faticavano i carioca, sudavano sette camicie. Per aiutarlo a cambiarne una, Gentile strappò la maglia a Zico, rischiando pesantemente l’espulsione.

Minuto 45.
L’intervallo non chetò gli animi, né quello della nonna né il mio. Lei col piede dondolante e io con le dita incrociate, approfittammo di quel quarto d’ora per una dettagliata analisi del primo tempo, ipotizzando sostituzioni per il secondo.
Telefonò papà, evaso anzitempo dall’ufficio per guardarsi la partita, e comunicò che a Torino le persone improvvisavano spogliarelli condominiali sui balconi: al primo gol di Rossi, il nostro dirimpettaio era uscito senza camicia, al secondo in mutande e sperava che non ce ne fosse un terzo.

 

 

Minuto 46.
Rientrarono in campo e non c’erano sostituzioni.
Fisso il copione: Brasile all’attacco, azzurri di contropiede.

Minuto 48.
Una pedata di Falcao dalla distanza, e forse a Zoff battuto, fece la barba al palo.

Minuto 51.
Conti controllò al volo un pallone con dribbling a smarcarsi, una roba mai vista, ma poi tirò una mezza cacca di gallina che deluse tutti.

Minuto 53.
Rossi entrò in area. Luisinho entrò su Rossi, abbattendolo con una spallata. Klein non diede rigore. «A l’e borgnu!», chiosò la nonna.

Minuto 55.
Punizione di Zico: alta.

Minuto 56.
Lancio verso Cerezo a tagliar fuori la difesa: fortuna nostra che – con un atteggiamento vagamente alla Pietro Micca – Zoff zompò fuori di porta e lo anticipò a rompicollo.

Minuto 59.
Punizione di Eder, un missile su cui Zoff s’accartocciò, svilendolo di forza. Sembrava in trincea, quel friulano granitico, e non cedeva un palmo.

Minuto 68.
Salivano a folate, caricandoci al limite dell’area e anche dentro, con campate che penetravano nei sedici metri sollevando grappoli di uomini come uva a settembre. Il muro, fino ad allora, aveva tenuto, ma quella volta crollò: taglio di Junior per Falcao, limite dell’area, un passo verso il centro, un altro passo, nessuno che chiuda, sinistro malefico che Zoff non poté fermare: 2-2, eravamo fuori dalla semifinale. Misi il broncio, sporgendo il labbro inferiore fin quasi a toccare il mento, ma quel disfattismo non piacque alla nonna, che mi redarguì sonoramente: «Piantla lì che con s’lavrun a ta smii Lumumba».

Minuto 71.
Erano qualificati, ma buttarono dentro un’altra punta, Paulo Isidoro, e continuarono a venire avanti. Anzi, Scirea – solo contro due brasiliani – sbrogliò una situazione che l’avevamo già vista dentro.

Minuto 74.
Primo angolo della partita per noi. Cross di Conti, nel pieno della mischia toccò Luisinho, palla al limite, un sinistro sporco di Tardelli che già pareva preda di Valdir Perez, davanti al quale, però, proprio come in una puntata di Star Trek, si tele-trasportò il numero 20 di Rossi: tocco leggero e portiere carioca fuori tempo: 3-2. Saltammo come tappi di champagne.

Minuto 75.
Incominciò il più brutto quarto d’ora della storia del calcio. Ma tutte le cose hanno finalmente un termine: passano i dribbling di Zico, passano i lanci di Falcao, passano i missili di Eder, passano gli angoli carioca, e poi Socrates in fuorigioco, e poi Antognoni che non lo era, passano le punizioni, passa Oscar e ne incorna una, passa Zoff e Dio sa come la piglia, passano i minuti; quando piacque al cielo, passò anche il novantesimo che fu l’ultimo.

Dopo il nonno e Paolo Rossi, buon terzo e medaglia di bronzo ad entrare nel pantheon degli eroi fu la volta di papà, capitato a Camino durante il fine settimana.

Fu durante una passeggiata, lungo uno dei molti itinerari a disposizione. Il più semplice: un salto in bottega ogni volta che la nonna, nel mezzo del cucinare, s’accorgeva che le mancava un panetto di burro, o un etto di grissini, e chiedeva a me o a Elena, garretti veloci, una corsa al rattoppo del menu. La bottega!
Bastava scostare le tende e ficcare il viso dentro per decidere il piano d’azione.
Se c’era coda, scattava il piano A: puntare il prodotto, se visibile, prenderlo, e tenendolo alto in pugno recitare ad alta voce la formula: «Prendo questo, te lo paga poi la nonna». Funzionava così, e mentre l’Angela o la Paola prendevano mentalmente nota si guizzava fuori, lanciandosi come pesci siluri verso casa.
Se non c’era coda, scattava il piano B. Era uguale al piano A, salvo che si aspettava il proprio turno portafogli in mano, o anche senza portafogli – come il ministro Zamberletti – accanto al cassone-frizer dei gelati; sottoposto ai commenti di quanti non mi conoscevano e, dopo avermi sogguardato a dovere, domandavano al bancone: «Chi a l’è?». E alla risposta, quasi un riflesso condizionato – «l’è l’nvud del sindic» – chiosavano invariabilmente: «A l’è amnì grand».

Itinerari intermedi: Pontestura – dove s’andava in automobile con il nonno – per acquistare qualche sacco di crusca e mangime per polli, stivandolo nel bagagliaio argilloso della 127; Luparia o Castel San Pietro, salendo dalla cappella di San Gottardo verso il castello; oppure la fontana di Sussa, dalla parte di costa del Po.

Oppure itinerario lungo – più di quindici chilometri – fino al santuario di Crea. Partenza al mattino presto, con panini per il viaggio e insalata di riso, mozzarella in carrozza e albicocche per il pranzo. Discesa fino al Mulino della Speranza, che dietro alla polvere non aveva più un vetro intero; salita per Fabiano, rasentando il cascinot, l’antica casa dei bisnonni, o quel che ne rimaneva, invaso dal bosco e dalle ortiche; saliscendi tra le frazioni disseminate sulle colline – Solonghello, Forneglio – prima della ramponata finale, lungo la quale mia sorella non mancava mai di comunicare che aveva “le cosce che arrancavano”.

Toccò alla fontana di Sussa, che buttava un’acqua di cui la nonna magnificava le proprietà curative. Se la si voleva bere, bisognava essere almeno in due a vincere il tanfo d’uovo marcio da cui la fontana era avvolta, avvicinandosi uno alla leva che azionava il getto e l’altro al rubinetto per bere, per poi invertirsi di ruolo, cercando di non infradiciarsi i piedi nel mezzo stagno che si creava alla base, e di disturbare il meno possibile i girini che guazzavano nei torbidi lì intorno.
E bisognava anche salvaguardare il pezzo di cemento che le avevano spalmato intorno per sgorbiarlo coi pastelli, io con quello che avrebbe dovuto essere il viso di Napoleone, mia sorella con la sagoma d’un Triceratopo.

Mentre lasciavamo traccia visibile delle nostre conoscenze storico-faunistiche, papà ci tenne lezione di chimica, illustrando la differenza che correva tra acqua solforosa e acqua ferrosa, che lui aveva bevuto in Russia. L’acqua ferrosa, che sciocchezza. Dove mai l’acqua era ferrosa? Il ferro stava negli avambracci di Braccio di Ferro e negli spinaci, la verdura che più rifuggivo al mondo, non certo nell’acqua. E lui a dirci che in Russia, verso la fine degli anni Sessanta, l’acqua, per potersi dire minerale, lo doveva dimostrare. Poteva essere ferrosa, con un fondo di ruggine nella bottiglia: veniva a galla nel momento in cui la si versava, mettendosi a girovagare nel bicchiere; per berla, quindi, bisognava aspettare che si depositasse, ma tanto conservava lo stesso il sapore di chiodi arrugginiti. Oppure era solforosa, proprio come quella di Sussa, che sapeva di uovo malvissuto. O ancora, ricca di sali minerali, cioè salata al punto che subito dopo, per togliersi la sete, bisognava bere acqua del rubinetto.

Ci sono, nella vita, stagioni più fortunate di altre, ma – dopo il deserto iniziale – pareva proprio che in quei giorni d’estate gli avventurieri piovessero dal cielo.
Prima il nonno, con i suoi ricordi precisi quanto il dardo che al principio della Freccia nera centrava il petto di Sir Appleyard. Poi Paolo Rossi, che sfuggiva ai marcatori brasiliani come Pinocchio ai carabinieri. Ora papà, che spalancava un’intelligenza d’acque ferrose e solforose acquisita nella lontana Russia: come non immaginarselo nei panni d’un Phileas Fogg, a compiere Il giro del mondo in ottanta giorni traversandolo a botte di treni e piroscafi, slitte ed elefanti?
Incominciò un pressing, anzi, una petulante guerra di logoramento perché su quelle sue avventure parlasse più chiaro, senza dilazioni. Forse il suo carattere dirigenziale si sarebbe manifestato opponendosi alla richiesta. Eppure, dentro a quel carattere esistevano crepe che, lavorate a dovere, avrebbero trasformato un no iniziale in un sì finale. Non era uno dei miei trucchi migliori, di fronte a un immangiabile minestrone, piangere a comando attendendo tatticamente il suo rientro dal lavoro, fino a che – impietosito, e con grande imbufalimento della mamma – non m’avesse tolto la terrina?
Certo che lo era, ma quella volta non ci fu bisogno di bassezze, dal momento che il muro non vedeva l’ora di sfaldarsi da sé.
© 2012 Edizioni Polistampa

Alberto Guasco

La stilografica di piazza del cavallo

di Alberto Guasco

Mauro Pagliai editore

8 euro

L’autore: Alberto Guasco è nato a Casale Monferrato (Al) il 13 settembre 1975; vive a Milano e lavora per la Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII. Ha pubblicato La stilografica di piazza del cavallo nel marzo 2012.

 

 

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