Ultrabody, superare il corpo attraverso le opere d’arte

Al corpo si allude, o lo si asseconda. Con l’arte si cerca di riprodurre non solo la sua eleganza spaziale, la sua elementarità naturale, con ironia e attenzione. Ma il corpo va capito, scoperto, seguito nei suoi segreti: va ascoltato e assecondato. Solo questo permette di superarlo: l’ultima sez...

Kiss
2 Giugno Giu 2012 1100 02 giugno 2012 2 Giugno 2012 - 11:00
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Da secoli i richiami al corpo fanno tutt’uno con le dissertazioni intorno ai margini di significazione e conseguenza antropologica. Vengono in mente per prime le teorie della fisiognomica lombrosiana che vincolano il crimine alle anatomie e si arricchiscono di rovinose dogmatiche persino sul legame tra i tatuaggi dei rei e la natura del misfatto.

Altrettanto pericolosi sono quei contenitori del pensiero in cui al corpo si associano definizioni di genere, produzioni narrative o filmiche, video-installazioni e palcoscenici televisivi che corroborano la rigidità con cui si guarda agli umori, organi, fibre e nervi in aperta diffidenza o pruderie. Serve piuttosto il confronto per ricerca compiuta o in fieri, e certo il design e le arti applicate aiutano ad allargare i cerchi dell’onda, a comprendere una dimensione sempre più liquida del corpo come cardine neo-rinascimentale.

Ultrabody, un progetto a cura di Beppe Finessi su iniziativa del Comune di Milano – Cultura, Moda, Design, si predispone in questo senso a un dialogo aperto e suddiviso in tre tappe che chiamano in causa premesse di natura formale e funzionale. Sono coinvolti più emisferi dell’arte, dall’ideazione su bozzetto alla sua applicazione in arredamento d’interni, dalla videoproiezione esplicativa di improbabili utilizzi all’affermazione di un corpo che ha sperimentato il proprio superamento. E nell’allestimento a cura di Peter Bottazzi, che sceglie di circoscrivere gran parte delle 208 opere presenti in alvei di colonne spezzate di tulle nero, sospese da terra o imponenti tra note ambient, si individua un percorso chiaro.

Con Alludere al corpo, il primo raggruppamento di opere, si varca la soglia di quelle proposte che più di altre hanno segnato il passo come metafora, facendo del corpo una connotazione soggettiva e spaziale, l’accostamento tra ricerca ed eco di ogni sua manifestazione tra architetture e utensili d’uso quotidiano. Emblematiche le Forchette parlanti (1958) di Bruno Munari accanto all’immagine di Leda (1935), la poltrona dorata di Salvador Dalì con uno schienale come braccio fluido su gambe terminanti con décolleté principesche. O, ancora, i cavatappi progettati da Alessandro Mendini per Alessi nello stesso segno di Firebird (1993), l’accendigas di Guido Venturini sempre per Alessi. Si tratta sia di interventi ironici, sia di prolungamenti di una riflessione che evoca il corpo non come semplice citazione, ma segnale permanente tra tappeti che riproducono il cervello e biciclette fatte di grovigli di articolazioni.

Il passo è breve alla seconda sezione, Assecondare il corpo, dove il principio è l’ascolto, il ripensamento delle funzioni e azioni fisiche secondo nuove esigenze di adattamento nello spazio in risposta alla cosiddetta civilizzazione. Si tratta forse della sezione più debole della mostra, dove sembra che sfugga in parte il fine teorico e pratico dell’inventiva a favore di costumi creativi poco consistenti in termini sia di semplice percezione da visitatori, sia di corpi chiamati a guardarsi allo specchio. Lo stesso si ricordano le scarpette Fivefingers di Robert Fliri (2005) modellate sulle cinque dita, la cintura-guanto (2011) di Denise Bonapace o Umbruffla (2005) della scuderia di Vito Acconci, che più di altri detta legge in termini di architetture nate e attraversate dal corpo facendo proprio quel criterio transdisciplinare che serve a innovare.

Resta un ultimo passo con Superare il corpo che dà titolo alla mostra e si infittisce di sfide in termini di corporeità da protesi non sostitutiva, ma di potenziamento. La ridefinizione del guscio o maschera che serve ad aggiungere, a stratificare gli atti attraverso guaine protettive e piercing che sperimentano l’oltre, l’ipercorpo atleta o vittima di record deformanti. Ne sono prova fondamentale certe applicazioni tecnologiche, ma anche tessuti che ricalcano la simbiosi con la pelle, gioielli fatti pendere dagli occhi e orecchie sporgenti da braccia. 

Sulla stessa corrente di rimescolamento delle fattezze, si collocano video delle ibridazioni su modelli di volti africani e precolombiani di Orlan, nota body artist che ha documentato operazioni chirurgiche. Ma è una volta di più Alessandro Mendini a chiudere o viceversa dischiudere - dopo gli equilibri del bacio affannosamente asettico di Didier Fiuza Faustino con Doppelgänger (2011), immagine manifesto di Ultrabody - il senso più decostruito dell’oltre corporeo. Con Io sono un drago (2006) l’artista ormai ottantenne realizza un ritratto di sé che ricalca con arguta scomposizione un’appartenenza non scientifica: testa da designer, mani da artigiano, corpo da architetto, petto da manager, pancia da prete, gambe da grafico, piedi da artista e coda da poeta. L’ultracorpo è allora quel linguaggio che si sgretola e si ricompone solo in una trasformazione perenne fatta di provocazione e incontro.

ULTRABODY. 208 opere tra Arte e Design
Milano, Castello Sforzesco - Sale Viscontee
Fino al 17 giugno 2012

Orari: dal martedì alla domenica, dalle 9.00 alle 17.30
Biglietti: intero 8 Euro; ridotto 6 Euro; gratuito fino ai 12 anni

Dal 30 maggio al 3 giugno, ingresso gratuito

Informazioni: tel. 02.43353522
Siti internet: www.ultrabody.it; www.milanocastello.it

Catalogo: Corraini editore 

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