La Polonia costretta a ospitare gli Europei per tornare grande

Il paese che ora ospita, insieme all’Ucraina, gli Europei di calcio 2012 al via oggi, una volta era una grande potenza. La Polonia era uno degli stati più ampi, più potenti e più temuti d’Europa: in un milione di chilometri quadrati, che comprendevano territori che oggi sono Stati indipendenti. P...

Polonia
8 Giugno Giu 2012 1505 08 giugno 2012 8 Giugno 2012 - 15:05
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Uno degli Stati più potenti, vasti e temuti d’Europa: fu questo la Polonia, tra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo. Secondo quanto riportato dallo storico inglese Norman Davies, autore del monumentale “God’s Playground: A History of Poland” (Oxford University Press), nel 1634, sotto Ladislao IV, il regno si estendeva per quasi un milione di chilometri quadrati: dal porto di Danzica alla città russa di Smolensk, dalla Curlandia (nell’odierna Lettonia) all’Ucraina meridionale. Entro i suoi confini si trovavano città come Varsavia, Kiev, Vilnius e Minsk, oggi capitali di nazioni indipendenti e diversissime tra loro.

Si trattava di un territorio immenso, un vero Leviatano geopolitico. Grazie ai suoi quasi 11 milioni di abitanti, vantava una delle popolazioni più cospicue d’Europa: solo la Francia e lo zarato di Russia annoveravano più sudditi.

Dai polacchi questo super-Stato era chiamato, sbrigativamente, la Repubblica (in polacco Rzeczpospolita: e ancor oggi il nome della Repubblica di Polonia è proprio Rzeczpospolita Polska, mentre la Repubblica italiana o quella francese sono denominate, rispettivamente, Republika Włoska e Republika Francuska).

Tuttavia sarebbe sbagliato attribuire al super-Stato un carattere solo polacco. Esso era nato nel 1569, dall’unione tra il Regno di Polonia e il Granducato di Lituania. Non a caso gli storici parlano di Confederazione polacco-lituana. Le radici della Confederazione affondavano però nel basso medioevo: per la precisione nel 1386, quando Jogaila, signore dell’ultimo Stato pagano d’Europa, cioè il Granducato di Lituania, era stato incoronato re di Polonia, inaugurando la dinastia degli Jagelloni, che avrebbe governato il Regno di Polonia e il Granducato di Lituania fino al 1572.

Sia chiaro: al contrario della moderna Lituania, il Granducato di Lituania non era uno staterello baltico, ma un vasto territorio, di cui facevano parte pure la Bielorussia, e larghe fette di Ucraina. La genesi del Granducato risaliva al vuoto di potere creato in Europa orientale dai mongoli, che nel 1241 si erano spinti sino a Cracovia, radendola al suolo; in poco tempo l’aristocrazia guerriera lituana, adoratrice del dio del tuono Perkunas, aveva assoggettato terre poco popolate e potenzialmente molto ricche, ma che non sapeva amministrare, se non con la frusta.

«Per i lituani la Polonia era un Paese di grande attrattiva, perché in Polonia si rispettava la legge. Dai tempi di Casimiro III il Grande, che regnò tra il 1333 e il 1370, c’era un sistema giuridico ben definito – spiega a Linkiesta Jan Wladyslaw Wos. Eminente storico, docente universitario per molti anni (prima a Pisa e poi a Trento), Wos è autore di svariati testi, incluso “Sussidi per la storia della Polonia”, da cui sono tratti i due brani storici riportati nell’articolo.

«Se Casimiro è l’unico re polacco a essere soprannominato il Grande, un motivo c’è: fu lui a portare avanti la codificazione del diritto – dice Wos – Egli stesso non aveva un potere assoluto, ma era sottoposto al primato della legge. E per i lituani tutto ciò aveva una grande attrattività, perché diminuiva il potere dei principi locali»

Polacchi e lituani avevano poi un temibile nemico comune: l’Ordine dei cavalieri teutonici, Stato di monaci-guerrieri che aveva la sua roccaforte a Marienburg, sul delta della Vistola. Nato ai tempi delle Crociate, l’Ordine aveva la missione di convertire al cattolicesimo gli slavi infedeli, anche a costo di sterminarli (e fu questa la sorte delle tribù prussiane, che subirono una germanizzazione forzata e brutale). La conversione di Jogaila al cattolicesimo, nel 1386, non fu sufficiente a riportare la pace tra Marienburg e Vilnius; ora però i lituani potevano contare sulle forze polacche. Nel 1410, tra Gruenfelde e Tannenberg, le truppe polacco-lituane sconfissero in una battaglia leggendaria i Cavalieri, uccidendo il loro Gran Maestro, e dando inizio al lento declino dell’Ordine.

Quei drammatici momenti sono stati raccontati con efficacia dallo storico (polacco) Jan Długosz, nato nel 1415 e morto nel 1480: «I Crociati incalzavano, cercavano di trascinare la vittoria dalla loro parte e nel furore della mischia finì a terra persino il grande stendardo del re di Polonia Ladislao con l’insegna dell’aquila bianca […] Volendo lavare questa vergogna, la cavalleria polacca attaccò quindi con grande slancio il nemico, sbaragliandolo, e disperse e annientò tutti i nemici che avevano iniziato la battaglia contro di loro».

Sia il Regno di Polonia sia il Granducato di Lituania avevano ogni convenienza a rimanere uniti. Ecco perché nel 1569, tre anni prima che l’ultimo sovrano Jagellone morisse senza eredi, le élite di entrambi i Paesi accettarono di trasformare l’unione dinastica in una sola confederazione, con un solo re, una sola valuta e un solo parlamento, il Sejm. Fu l’unione di Lublino, suggellata il 1° luglio 1569.

A differenza delle assemblee di origine medievale che punteggiavano l’Europa occidentale, il Sejm giocava un ruolo cruciale: per esempio era suo compito eleggere il sovrano. Più che una monarchia, la Confederazione era una dunque repubblica (Rzeczpospolita) nobiliare con un re. E infatti agli stranieri essa era nota anche come Serenissima Repubblica di Polonia. Spiega Wos: «Molti polacchi erano orgogliosi del loro regime politico, e lo paragonavano a quello della Serenissima Repubblica di Venezia.» Forse anche troppo orgogliosi: nel 1728 l’inglese Daniel Defoe, autore del famoso romanzo “Robinson Crusoe” e acuto osservatore dei suoi tempi, definiva Venezia e la Polonia-Lituania «due Paesi dove le nozioni di nobiltà di sangue sono portate agli estremi più ridicoli».

La nobiltà polacca era vasta, polverizzata ed eterogenea, ma unita nel tutelare le prerogative del suo stato attraverso il controllo del Sejm. Mentre nel resto d’Europa si affermavano le monarchie assolute, la Confederazione diventava famosa per la sua “aurea libertà”, di cui tanto i nobili senza un soldo quanto le ricche famiglie magnatizie si ergevano a custodi. Per esempio sin dalla prima metà del Quindicesimo secolo era in vigore il principio Nemimen captivabimus nisi iure victum, in forza del quale nessun nobile poteva essere privato della libertà e del patrimonio senza processo. Una specie di Habeas Corpus, ma solo per chi aveva il sangue blu.

Non bisogna idealizzare troppo la Confederazione: come ricorda Davies nel suo già citato saggio, la Confederazione era forse “il paradiso della nobiltà”, ma era un purgatorio per la borghesia, e un inferno per i contadini. «In Polonia a essere libero era circa il 10% della popolazione: la szlachta, ossia la nobiltà – sottolinea Wos – Non era certo un gruppo omogeneo, ma godeva di grande libertà. Il comune contadino, invece, valeva meno di una mucca: era l’orrenda servitù della gleba».

Due fattori concorsero a peggiorare la situazione dei contadini: l’inflazione, che indusse molti proprietari terrieri a preferire le corvée al pagamento in moneta, e la forte crescita del commercio estero. La Confederazione polacco-lituana aveva un’economia prevalentemente rurale, dove giocava un ruolo decisivo l’export di cereali. Strategico era il porto baltico di Danzica, città prussiana che si trovava più a suo agio con il blando centralismo polacco che con l’austerità proto-statalista dei Cavalieri teutonici. Il grano mietuto nel vasto entroterra della Confederazione era trasportato attraverso la Vistola sino a Danzica, e partiva poi per il resto d’Europa, spesso su navi olandesi (e in effetti fu anche grazie al commercio-madre con il Baltico che i Paesi Bassi sconfissero la Spagna nella Guerra degli ottant’anni).

Il traffico di cereali toccò il picco nel 1618, con quasi trecentomila tonnellate vendute. Danzica, dove transitava sino a tre quarti dell’export polacco, divenne la città più ricca e popolosa della Confederazione (agli inizi del Diciassettesimo secolo aveva cinquantamila abitanti, cinque volte quelli della capitale Varsavia).

Non bisogna però pensare che nella Confederazione fosse in atto quel processo di ascesa dei ceti produttivi che avrebbe cambiato per sempre il volto di Paesi come l’Inghilterra o i Paesi Bassi. Come sarebbe successo in molti Paesi petroliferi qualche secolo dopo, l’export di cereali generò un benessere poco duraturo, che non modernizzò più di tanto l’economia, ma nel lungo termine contribuì anzi alla sua stagnazione.

«Non c’era una borghesia polacca, spiega Wos. La borghesia era germanica, ebraica o persino italiana. A Cracovia, per esempio, tanto patriziato era di origine italiana. Il motivo di ciò erano le leggi polacche, che proibivano al nobile di occuparsi della mercatura, definita un’arte vile. Il mercato si trovava nelle mani di tedeschi ed ebrei, e questi ultimi godevano di leggi speciali, poste a loro protezione. Nel 1264 uno dei principi della famiglia Piasti rilasciò infatti il Privilegio di Kalisz: una magna charta degli ebrei polacchi, in forza del quale l’ebreo divenne proprietà dello Stato, e un danno arrecato a un ebreo divenne un danno allo Stato. Casimiro III, re dal 1333, estese poi questo privilegio al territorio dell’intera Polonia».

Non era solo la borghesia a essere multietnica e multiconfessionale, nella Confederazione. Ai polacchi, ai lituani, agli ebrei e ai tedeschi si affiancavano i lettoni, gli estoni, i russi, i cechi, gli ucraini e tanti altri popoli, delle fedi più disparate. Molti magnati, per esempio, aderirono con entusiasmo al calvinismo, religione “repubblicana” per eccellenza (si pensi alla repubblica teocratica di Ginevra instaurata da Calvino). La maggioranza relativa della popolazione era cattolica, ma c’erano cospicue minoranze uniati, protestanti, ebraiche e ortodosse.

«Era un Paese tollerante, per tutte le confessioni – dice Wos – Il 28 gennaio 1573 fu accettata dalla nobiltà un documento chiamato Atto della Confederazione di Varsavia. Poiché il re Sigismondo II Augusto, ultimo re Jagellone, era morto, si temeva che fosse eletto re Enrico di Valois, noto bigotto: suo fratello aveva organizzato la Notte di San Bartolomeo [n.d.r. quando, nel 1572, furono massacrati i capi protestanti francesi]; i nobili stilarono allora l’Atto della Confederazione di Varsavia, in cui si diceva che nessuno nello Stato polacco-lituano poteva essere perseguitato a causa della sua fede, e che tutti gli uffici statali potevano essere ricoperti a prescindere dalla confessione. E garante di quest’atto doveva essere il re, che prima dell’unzione doveva giurare di conservare la pace religiosa: in caso contrario i sudditi sarebbero stati liberati dal giuramento di fedeltà alla corona».

Nella Confederazione la libertà di culto era così forte da essere definita “asilo degli eretici”, dato che nessuno poteva essere perseguitato per motivi religiosi. È vero che il cattolicesimo ha svolto un ruolo cruciale in Polonia sin dal 966, quando il principe Mieszko si convertì al credo di Roma. Tuttavia è pure vero che per molti secoli la Polonia fu un crogiolo di fedi, lingue ed etnie, un melting pot in salsa centro-europea.

D’altra parte impedire che i dissidi religiosi minacciassero la pace interna era cruciale, se si voleva permettere alla Confederazione di sopravvivere in un’area affollata di potenze: lo zarato di Russia, che ambiva a Smolensk e all’Ucraina; l’Impero ottomano, che grazie al suo controllo sulla Crimea tatara poteva scatenare tremende scorrerie; l’Austria, sempre più forte e ricca; l’aggressiva Svezia, che sognava di conquistare tutta la costa baltica, e ottenere il dominium maris baltici; e infine il Brandeburgo-Prussia, Stato-militare che con la forza delle sue armi avrebbe stravolto, nel Diciottesimo secolo, la geopolitica europea.

Era uno Stato di frontiera, la Confederazione. Il “baluardo della Cristianità”, secondo i suoi apologeti. A ovest come a est, a sud come a nord, doveva fare i conti con vicini pericolosi. Per sua fortuna potè contare, nel corso degli anni, su validi generali: ad esempio il principe transilvano Stefan Batory. Eletto re nel 1576, Batory condusse una serie di guerre vittoriose contro i russi, che gli valsero la riconquista della Livonia e di Polotsk. Merito anche del suo hetman (comandante generale) Jan Zamoyski, un ricchissimo e astuto magnate appassionato di storia romana e poesia.

Sotto il re Sigismondo III Vasa la Confederazione occupò per un breve tempo il Cremlino, e tenne poi testa allo zar Michele Romanov, fondatore dell’omonima dinastia. Nel 1634, al termine di una dura guerra, Mosca stipulò con Varsavia un’effimera ma clamorosa “pace perpetua”, riconoscendo alla Confederazione il possesso di Smolensk.

Il più grande soldato polacco comparve però molti anni dopo, quando la Confederazione era già in una fase di inesorabile declino. Si chiamava Jan Sobieski. Ambizioso e spavaldo, ma sprovvisto di fiuto politico, da sovrano della Confederazione confermò le doti militari di cui aveva già dato prova come hetman. La sua vittoria più grande giunse il 12 settembre 1683, a Vienna, sconfiggendo i turchi che assediavano la città.

Ecco cosa scrisse dopo la storica battaglia Sobieski, “il leone di Polonia”, a papa Innocenzo XI: «[La informo] della segnalatissima vittoria concessa hieri dalla Maestà Divina alla Christianità tutta sotto Vienna, essendomi riuscito in pochi momenti di distrugger la maggior parte dell’esercito Ottomano numeroso di 180mila combattenti, rendermi Padrone di tutte le più principali bandiere del gran visir, di tutto il canone, di suoi proprii cavalli, armi, adobbi e padiglioni, et in somma doppo una sanguinosa e fierissima battaglia di otto hore con la fuga del medesimo visire e del resto de suoi, rimase in poter mio tutto il suo campo, che si estende a più d’una lega dalla città».

Ironia (crudele) della storia, nel giro di un secolo dall’assedio di Vienna la Confederazione scomparve delle mappe. Spartita tre volte: nel 1772, nel 1793 e nel 1795. Ci vollero ben 123 anni perché la Polonia risorgesse dalle sue ceneri. Occorsero, soprattutto, gli sconvolgimenti della Prima Guerra Mondiale, e il crollo dei tre imperi che si erano divisi la Confederazione: l’Austria-Ungheria, la Russia zarista e la Germania (erede della Prussia).

Il collasso della Confederazione fu meno spettacolare e assai più graduale. Le cause furono, secondo gli storici, esterne ed interne. I problemi veri iniziarono già nel 1648. Mentre in Europa occidentale si celebrava la pace di Westfalia e la fine della Guerra dei Trent’anni, in Ucraina (“le Indie della Polonia”) scoppiava la rivolta dei cosacchi. Seguì l’invasione russa e soprattutto quella svedese, culminata nella temporanea occupazione di Varsavia. La contro-rivolta dei polacchi, e l’eroica resistenza presso il monastero mariano di Jasna Góra a Czstochowa, mutarono le sorti del conflitto. Nel 1660 fu firmata a Oliva, in Prussia, la pace con la Svezia. Ci vollero però altri sette anni perché si giungesse a una tregua (a caro prezzo: in primis la rinuncia a Kiev) con la Russia.

Il “diluvio” delle invasioni, e la perdita delle fertili terre ucraine, furono colpi durissimi per la Confederazione. Seguirono altre guerre (anche civili), pestilenze, carestie, nonché la travolgente ascesa della Russia imperiale sotto lo zar Pietro il Grande. Tali shock esterni furono accompagnati, e in parte causati, da una crescente ingovernabilità. Il Sejm, nato per tutelare la famosa “aurea libertà” dei nobili polacchi, divenne un’arena caotica in preda a rivalità, corruzione e demagogia. Nella seconda metà del Diciassettesimo secolo si affermò una pratica parlamentare che Wos non esita a definire «una maledizione per lo Stato polacco»: il liberum veto, in forza del quale un solo membro del Sejm, con il suo veto, poteva bloccare una sessione parlamentare. Il risultato fu la paralisi politica della Confederazione.

Secondo gli storici Jerzy Lukowski e Hubert Zawadzki, autori di “Polonia, il Paese che rinasce” (Beit), dei trentasette Sejm che si riunirono tra il 1697 e il 1762, appena una dozzina approvò qualche legge. La Confederazione aveva urgente bisogno di riforme vaste e incisive, ma lo stallo politico impediva qualsiasi seria modernizzazione.

Naturalmente le potenze straniere, che da tempo sognavano di spartirsi la Confederazione, avevano ogni interesse ad avere un Sejm zoppo. Per questo erano pronte a foraggiare anche l’ultimo dei parlamentari, purché fosse disponibile a gridare, al momento giusto, la terribile frase «Nie pozwalam!» (Non lo permetto!). Lo stesso può dirsi per i magnati, che volevano uno Stato debole, al loro esclusivo servizio: il primo a ricorrere al liberum veto fu infatti, nel 1652, un certo Siciński, deputato lituano che agiva per conto del potente magnate Janusz Radziwiłł.

Più volte fu proposta l’abolizione del liberum veto, ma invano: i nobili temevano di fornire alla monarchia un’arma per l’accentramento assolutistico. Meglio l’anarchia, celebrata dal vecchio e diffuso motto «È con il non-governo che si regge la Polonia».

Quando, nel 1766, Stanisław Augusto Poniatowski, re-fantoccio della Confederazione per conto dei russi, cercò di abolire il liberum veto, Mosca minacciò di radere al suolo Varsavia. Sei anni dopo la Confederazione, ormai l’ombra di se stessa, subì la prima spartizione. L’aristocrazia polacco-lituana, ossessionata dalla difesa dei suoi privilegi e terrorizzata da ogni tipo di riforma, aveva spianato la strada alla cancellazione di uno degli Stati più antichi d’Europa, e la fine di ogni libertà. Nel 1795 la Confederazione cessò per sempre di esistere. La Polonia non sarebbe più stata una potenza. 

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