Co-housing, ecovillagi, nel mondo la voglia di comunità

Vita all’aperto, ritorno alla natura, co-housing e quartieri nei boschi. C’è voluta la crisi economica a far tornare di moda uno stile di vivere (e di pensare) più legato alla natura. Sono nate così, dall'Italia alla Nuova Zelanda, le comunità per chi vuole allontanarsi dalla pazza vita di città,...

Ecovillaggio
9 Giugno Giu 2012 1845 09 giugno 2012 9 Giugno 2012 - 18:45
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«Sono andato a vivere nei boschi perché volevo vivere liberamente, confrontarmi solo con i fatti essenziali, vedere se potevo imparare quello che la vita aveva da insegnarmi, per non scoprire, in punto di morte, che non avevo vissuto». Ci ha pensato la crisi economica all’alba del terzo millennio a convincere anche i consumatori più caparbi dell’attualità delle idee di Henry David Thoreau, pensatore statunitense vissuto nell’Ottocento. Chi consapevolmente, chi inconsciamente, sono sempre più ampie le fette di popolazione in tutto il pianeta a caccia di uno stile di vita alternativo e si moltiplicano le realizzazioni concrete di questa ispirazione idealista.

In principio, fin dagli anni Settanta, furono le co-housing del Nord Europa: abitazioni condivise con il duplice scopo di risparmiare denaro e creare un più coeso tessuto sociale. L’ultima frontiera sono gli ormai innumerevoli esperimenti di autarchia, portati avanti da singoli o da aggregazioni di più nuclei familiari, basati sulla coltivazione della terra e declinati in svariate accezioni, da quella naturista a quella solidaristica, fino ai collettivi artistici e spirituali.

Negli ultimi quarant’anni si è assistito a una proliferazione di quelli che oggi vengono universalmente chiamati ecovillaggi: realtà di convivenza finalizzate al risparmio energetico, all’ottimizzazione delle risorse, al rispetto per la natura e alla valorizzazione dei rapporti e del potenziale umani. In Italia gli ecovillaggi fanno capo alla RIVE, Rete Italiana degli Ecovillaggi, che si autodefinisce un raccoglitore di «fertili laboratori di sperimentazione sociale ed economica, dove è possibile vivere l’utopia di piccole società basate sulla solidarietà, sulla cooperazione e sull’ecologia».

Della Rete fanno parte esperienze differenti, accomunate dalla ricerca di una maggiore naturalità e dell’abbandono della frenetica vita moderna. Ogni comunità offre servizi e organizza le iniziative più svariate: dai corsi di orto biodinamico a quelli di bioedilizia, dai laboratori per bambini alle vacanze ecosostenibili e di volontariato ambientale, fungendo in alcuni casi anche da bed & breakfast per viaggiatori occasionali o addirittura come meta per seminaristi organizzati.

Fra le strutture italiane più radicate c’è il Villaggio del Sole, che si estende su 3,5 ettari nel Monferrato astigiano. Qui si segue la linea naturista, incoraggiando – nelle stagioni in cui il clima lo consente – la permanenza all’aperto in completa nudità. Il villaggio si sostiene grazie alla vendita dei propri prodotti naturali (la Nudella, una crema di nocciole e cioccolato, ortaggi di stagione eccedenti i consumi degli abitanti della comunità) e al servizio di centro benessere, dove ci si può sottoporre a un massaggio yingyang o a un trattamento di bellezza.

Di tendenza eco-sociale è invece la siciliana Eco-house di Contrada Cugni in provincia di Noto, ubicata su un altopiano dei monti Iblei: l’associazione raduna adepti della cultura vegetariana e vegana e raccoglie fondi destinati alla Street Childern Onlus che si occupa dei bambini di strada indiani. Nel Trevigiano l’ecovillaggio è invece una declinazione ecologica del co-housing. Alla cascina Rio Selva a Preganziol vivono tre nuclei familiari per un totale di nove persone, che all’attività di fattoria didattica abbinano l’agricoltura biologica, il Gruppo d’acquisto solidale e i centri estivi per bambini.

La maggior parte degli ecovillaggi recepisce in misura diversa i principi della bioedilizia, che è invece la linea ispiratrice della San Rocco Community dell’Alto Vicentino. Una quindicina fra appartamenti e case ecologiche costruite esclusivamente in fieno (altamente isolante) e legno sorgeranno a Schio sotto la supervisione dell’architetto svizzero Werner Schmidt, esperto di bioarchitettura. Il RIVE italiano aderisce a sua volta al network mondiale degli ecovillaggi, il GEN (Global Ecovillage Network), nel quale sono riunite decine di esperienze sparse in giro per il mondo.

Le comunità più numerose continuano a incontrarsi nei Paesi scandinavi, con eco-villaggi in Danimarca e Svezia che sfiorano il centinaio di abitanti. Il network Ecovillages.eu raccoglie la gran parte di quelli presenti sul pianeta. Il sito si pone peraltro come piattaforma per l’incontro di domanda e offerta finalizzato alla creazione di nuove comunità.

Fra le più datate e abitate c’è il collettivo danese Svanholm, dove convivono 85 persone dalle professioni più diverse (dal regista all’agopuntore, passando per psicomotricisti e impiegati contabili). Nato nel 1978, il collettivo è tuttora aperto alle new entries e da qualche anno è sbarcato anche su Facebook, sebbene diario e sito internet siano tuttora redatti esclusivamente in lingua danese. Il terreno si estende su 130 ettari tra le foreste di Julianehøj e Forest Park e fra le attività del collettivo c’è anche l’allevamento di pecore e capre.

L’idea originale della comune, rinnovata dall’ispirazione “green”, si ritrova anche nell’israeliano Kibbutz Lotan, creato nel 1983 nel deserto di Arava, regione di Eilat, nel Sud del Paese, che oggi conta 55 adulti e 60 bambini. L’economia del kibbutz è basata sull’agricoltura biologica e sull’attività di turismo eco-consapevole, anche in questo caso promossa tramite internet e Facebook.

L’Australia e la Nuova Zelanda ospitano pure numerose esperienze di tipo eco-compatibile, fra le quali la più famosa è sicuramente quella dell’Aldinga Arts Ecovillage, situata a 40 minuti di auto a sud della città di Adelaide. Dei 33 ettari di terreno di pertinenza della comunità 17 sono destinati alle abitazioni per un totale di circa 150 alloggi, mentre il resto viene gestito dai residenti. Il sistema di coltivazione prevede il recupero dell’acqua di scarto delle abitazioni per l’irrigazione delle piante e l’utilizzo di bacini artificiali per la raccolta della pioggia. All’interno della comunità si svolgono anche seminari sulla permacoltura, modello di agricoltura sostenibile che prevede la progettazione di insediamenti umani imitanti gli ecosistemi naturali, nata proprio in Australia alla fine degli anni Settanta. Dal Green Valley Eco Village in Malesia al One Village Foundation in Kenya, dall’Eco Village Mont Radar nel Canada francese all’Ecovillage at Ithaca nello statunitense stato di New York, le esperienze di questo tipo sono radicate ormai ovunque.

Di pari passo con le forme organizzate stanno tuttavia prendendo piede anche le modalità autogestite. Fra queste una delle più note nel mondo germanofono è l’Experiment Selbstversorgung (Esperimento Autarchia) messo in piedi alla fine del 2009 dai giovani Lisa e Michael alle porte di Vienna. Solo su Facebook il gruppo conta quasi 4.500 “like”, appassionati e simpatizzanti che condividono i consigli della coppia: come coltivare l’orto senza farsi venire mal di schiena, quali erbe di campo raccogliere per preparare saporite insalate o come cuocere una succulenta marmellata di fiori di dente di leone. Potenzialità e limiti dell’autarchia non affascinano solo le nuove generazioni, e così anche Karl Löffler, ormai ben oltre i 50 anni, a Dresda ha creato serre per la coltivazione di piante e realizzato la propria abitazione secondo i principi del risparmio energetico. «La crisi, certo è un grosso problema. Ma se non la aspettiamo con le mani in mano abbiamo più probabilità di superarla al meglio», è la filosofia di Karl. 

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