Già 140 anni fa era così: “La società civile non c’è”

Francesco De Sanctis, tra gli autori della riforma scolastica che contribuì a sconfiggere l'analfabetismo in Italia, già 140 anni fa aveva chiari i limiti della cosiddetta "società civile". «Vero è che in mezzo a questo pubblico indifferente, il cui desiderio modesto è di esser lasciato vivere e ...

Francesco De Sanctis
10 Giugno Giu 2012 0800 10 giugno 2012 10 Giugno 2012 - 08:00
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La società civile, si lamenta, chiede molto, ma alla resa dei conti, quando si tratta di metterci qualcosa oltre la protesta si defila e in pochi rimangono a misurarsi con la pesantezza della cosa pubblica.

In molti pensano che il caso Parma ovvero la solitudine del neo sindaco Federico Pizzarotti dipenda dall’invadenza di Beppe Grillo, dalla sfiducia nella politica, dal disinteresse. Non credo. Indubbiamente ci sono questi elementi, magari ognuno con un peso specifico diverso. Ma la sostanza del ragionamento è che cosa si cerca nella politica e se si abbia un’idea dell’impegno in politica oltre la dimensione del tifo. E, infine, se per davvero, il rinnovamento della politica possa venire da una presenza massiccia della società civile. Francesco De Sanctis uno che era un tecnico e che da tecnico, ma con un forte spirito pubblico non si tirò indietro quando si trattò di pensare la riforma scolastica impegnandosi, in un’Italia che rasentava l’80 % di analfabetismo, a porre il problema dell’obbligatorietà della scuola elementare (si era nel 1874) e dunque ad essere uno dei protagonisti di quella riforma scolastica che avrebbe avuto una suo primo concreto avvio nel 1877.

E tuttavia, già allora De Sanctis non si faceva illusioni, anche quando la sua parte politica vinse e improvvisamente si trovò ad essere una delle voci autorevoli del parlamento italiano. Era il 1877. Quel rimprovero alla irresponsabilità della società civile che oggi è sulle prime pagine dei giornali era già lì, tutto intero nelle sue parole di tecnico con il senso della politica. Anche questo c’era già 140 anni fa.

Francesco De Sanctis, "La società civile non c’è. Pensa solo ai fatti suoi", da, L’educazione politica, in “Il Diritto”, 11 giugno 1877.

Leggo nel Diritto, un articolo sulla vita politica che mi pare come un riscontro con certe idee che da un pezzo mi frullavano nel cervello e volevano uscire. Sicuro, il Parlamento rimane come estraneo al paese, e il paese, galvanizzato a quando a quando dal rumore dei giornali e dal chiasso di certe questioni, si riaddormenta. Uno stato di atonia politica, che è peggior del malcontento, o che è per dir meglio lo stesso malcontento scompagnato da ogni speranza di rimedio.

“Dove sono andati gli entusiasmi?” sento gridare. È inutile andarli a cercare. Tant’è a voler cercare il 1848 e il 1860.
Avemmo giorni di entusiasmo, e ciò che è anche più bello, giorni di santa indignazione, la prima virtù che attesti la vitalità di un popolo. Allora c’era un obbiettivo chiaro e semplice. Quando si gridava: - Viva la libertà! - tutti si capiva che volevamo uno Statuto. E quando si gridava: - Viva l’Italia! - fino i nostri lazzaroni mostrarono di aver capito, alzando il dito indice, e gridando: - Una ha da essere, una! - Il cittadino allora si chiamava un patriota, non si chiamava ancora un uomo politico.

Lo stato d’oggi è così diverso, che quella ci pare già una storia antichissima. Quando, unificata l’Italia e avuta la libertà, abbiamo acquistata la facoltà di moverci e di camminare, ci siamo fermati a un tratto, e non sappiamo più dove andare e cosa fare. Siamo come impantanati. E passiamo l’ozio nelle maledicenze e nelle caricature come le comari. Tutta la nostra storia è travestita. Martire vuol dire oggi un furbo che si è fatto pagare il martirio a peso d’oro! Patriota vuol dire un usuraio che ha saputo far fruttare quel titolo del cento per cento. La deputazione è un affare. La medaglia d’oro è una mezzana. La maggioranza è il popolo ebreo che aspetta dal cielo la manna, una manna almeno di croci e di commende. Se dici sì, sei una pecora, se dici no, sei un volgare ambizioso. C’è in aria un prestito, una convenzione ferroviaria? E tutti ci veggono il carrozzino, almeno un milione, perché la fantasia popolare, dopo il famoso milioncino, riduce tutte le corruttele a cifra rotonda, il milione.

Questa è l’atonia politica, impotente a fare, attivissima a demolire. In mezzo all’ozio fermenta la corruttela. E il paese spettatore, ingigantendo, fantasticando, generalizzando, assiste allo spettacolo, e ne fa il suo passa ozio. È una malattia che colpisce tutte le classi, le infime in una forma grossolana, e quasi cinica le altre, sotto un’apparenza ipocrita che mal dissimula il vuoto.

La moltitudine, e intendo con questo nome le classi meno intelligenti, non avendo più idea che le venga dall’alto, se ne fabbrica una lei, e la più vicina al suo sentire e al suo soffrire. La politica non è per lei altro che il macinato, le imposte; il suo uomo è colui che le prometta minor lavoro e più guadagno; il Parlamento è una fabbrica di nuove imposte. In verità, bella opera fanno quei partiti politici, che si fondano sopra quest’istinti grossolani, o gli aizzano e gl’irritano. E mi duole che certa stampa moderata sia entrata in questa via anche lei, e dimenticando ogni idea di Governo e le sue buone tradizioni, aiuti a rincrudire certe piaghe, non medicabili subito.

Quanto alle classi che si dicono intelligenti, si dice così per dire. Tra noi generalmente è una mezza coltura peggiore della ignoranza; un impasto di molte idee vecchie e di qualche idea nuova; si legge poco e si studia meno. Viviamo di reminiscenze e almeno ci è questo di bene che ne abbiamo acquistata coscienza. Aspiriamo al nuovo, e non abbiamo la forza d’impossessarcene, e restiamo alla superficie celando il vuoto sotto frasi sonore. La nostra fede in queste superficialità e in queste reminiscenze è così piccola, che spesso vediamo un uomo mutare le sue idee e dire l’opposto da un dì all’altro, e non se ne vergogna lui e nessuno se ne vergogna per lui.

La fiacchezza di carattere, la codardia morale, la sfrontata menzogna, la dissimulazione dei proprii fini, costituiscono un’atmosfera equivoca da demi-monde, nella quale si putrefà questa mezza coltura. Partiti politici non possono esistere, dove si tiene in saccoccia due o tre bandiere, pronti a mostrar questa o quella secondo il bisogno. Sento già dire conservatori progressisti o progressisti conservatori, e anche moderati progressisti. Sono vergogne, quando non siano ingenuità dell’ignoranza. La confusione dei vocaboli attesta la confusione delle coscienze, via aperta alla corruttela politica. In luogo di alzare la moltitudine a noi, scendiamo noi a quella, e le rubiamo la sua politica di campanile e facciamo politica regionale, provinciale e comunale. I bassi fondi salgono su, e comunicano la loro aria da trivio alle più alte regioni. I più arditi prendono aria di bravi; i più accorti scambiano l’arte di Stato con la furberia e l’intrigo.

Se ne son viste tante, che oggi anche i più mediocri dondolano il capo, come volessero dire: - E anche noi siamo qua - . Cosa è la politica? Politica è farsi gli amici e gli alleati, vantare protezioni e relazioni, parlare a mezza bocca, congiungere l’intimidazione con la ciarlataneria. Politica istintiva della mediocrità e dell’ignoranza, che si pratica benissimo fino ne’ più umili villaggi, da chi vuol essere sindaco o almeno consigliere comunale. In mezzo a queste piccolezze, il paese lavora e produce e progredisce, e alza le spalle e non vuol saperne di politica, e pronto a fare il suo dovere, lascia soli gli attori assistendo al più a quegli spettacoli che abbiano luce di curiosità o di novità.

Questo è quel male che si chiama atonia o indifferenza politica. Vero è che in mezzo a questo pubblico indifferente, il cui desiderio modesto è di esser lasciato vivere e fare in pace i suoi affari, si agitano associazioni costituzionali e progressiste, circoli repubblicani e internazionali e società cattoliche; ma l’alimento manca e la loro azione rimane circoscritta in piccoli gruppi di aspiranti o d’irrequieti. Son lasciati soli, perché rimangono partigiani, e non viene da essi nessun progresso della coltura e delle idee morali, la grande base sulla quale si formano o si rigenerano le nazioni.

Forse il mio quadro è un po’ fosco, e certo non corrisponde così appuntino a tutta l’Italia. Forse il male è men grave che a me non pare. Ma, piccolo o grande, il male c’è, e il primo metodo di cura è riconoscerlo francamente.

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