Ecco il dossier di Monti per il salvataggio dell’Italia

Continua la tensione sull’Italia, e i rendimenti dei titoli di stato volano, mentre lo spread resta altissimo. Eppure, al ministero del Tesoro, ipotesi di questi tipo circolano. Si parla di “tre diversi scenari, fra cui quello di un riscadenziamento del debito”: per essere “pronti a qualunque ipo...

Mariomonti 2
14 Giugno Giu 2012 1136 14 giugno 2012 14 Giugno 2012 - 11:36
Messe Frankfurt

Dopo la Spagna, l’Italia. È questa l’idea dei mercati finanziari, ma non solo. «Abbiamo calcolato tre diversi scenari, fra cui quello di un eventuale riscadenzamento del debito pubblico circolante», ha rivelato a Linkiesta un funzionario del Tesoro italiano. L’obiettivo è quello di «essere pronti a tutto, anche al peggiore caso possibile». Anche quindi all’arrivo della troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Commissione Ue), sia sotto forma di controllo sui conti pubblici sia sotto il profilo finanziario. «Non ci sono ancora cifre precise, ma sicuramente più di quanto speso per Grecia, Irlanda e Portogallo messi insieme», afferma con sicurezza il funzionario del ministero dell’Economia. In altre parole, più di 350 miliardi di euro.

«L’Italia non ha chiesto aiuto. Ma nel caso lo facesse, l’Europa sarebbe pronta». Le parole di Maria Fekter, ministro austriaco delle Finanze, ha riaperto la querelle sulla prossima vittima della crisi europea. La risposta italiana non si è fatta attendere. Il presidente del Consiglio Mario Monti ha definito «inappropriato» il commento del politico austriaco, spiegando che dichiarazioni come queste non fanno altro che minare alla stabilità europea. A poco sono serviti i commenti di Ed Parker, managing director dell’agenzia di rating Fitch, che ha evidenziato come l’Italia sia ben differente dalla penisola iberica sotto il profilo dei rischi finanziari. «Non crediamo che possa esserci bisogno di un bailout», ha detto Parker.

L’escalation della situazione spagnola era prevedibile. Un settore immobiliare espanso troppo velocemente ha drogato il sistema bancario, che a forza di crediti inesigibili è arrivato vicino al collasso. I circa 100 miliardi di euro stimati per il sostegno internazionale della Spagna non sono nemmeno stati approvati che già si fanno i calcoli su a chi spetta l’onere di essere il prossimo. E tutte le strade portano a Roma.

A sorprendere, questa volta in positivo, sono le azioni congiunte di governo, Tesoro e Banca d’Italia. Durante l’ultima missione condotta dal Fondo monetario internazionale in Italia, finita circa un mese fa, i dialoghi fra i funzionari dell’istituzione di Christine Lagarde e l’Italia ha posto i paletti di quelli che è stato definito “scenario avanzato”. Questo altro non è che l’intervento di monitoraggio, vigilanza e controllo delle finanze pubbliche da parte del Fmi. «Abbiamo discusso anche di questo, ma solo in via del tutto precauzionale», ha detto a Linkiesta un funzionario del Tesoro. Proprio come fu per il G20 di Cannes, il team di economisti di Pennsylvania Avenue ha voluto avere un dibattito «su qualsiasi tema, compreso quello di un intervento».

Proprio in quest’ottica l’Italia si è mossa. Sono tre gli scenari che il Tesoro ha ipotizzato, come spiega il funzionario dietro anonimato. Il primo, il più ottimistico, lascia intravedere un barlume di speranza per l’Italia. Unione bancaria europea, fondo comunitario di garanzia sui depositi bancari, eurobond e, solo in via successiva, piena unione fiscale: sono questi i punti che potrebbero tranquillizzare la situazione dell’eurozona. Se tutto andasse secondo questo percorso, l’Italia potrebbe salvarsi. O meglio, questo ipotizza il Tesoro. Certo, gli ostacoli sono molti. L’eventuale uscita della Grecia dall’eurozona, un avvitamento della crisi iberica, un ulteriore downgrade del rating italiano non sono contemplati in questa visione, che viene cristallizzata come se tutto dovesse essere come a fine aprile. Quando cioè i rendimenti dei titoli di Stato italiani con scadenza a dieci anni erano intorno a quota 5,5 per cento.

Il più interessante scenario è il secondo. «Nel caso a fine settembre il rendimento dei titoli di Stato italiani a dieci anni fosse ancora a ridosso del 6% o superiore, le già serie difficoltà nel rifinanziamento italiano potrebbero diventare insormontabili», spiega il funzionario del Tesoro a Linkiesta. In quel caso, «è possibile che si avvii un programma di monitoraggio da parte di entità esterne, con un eventuale supporto finanziario per reggere l’urto del fly-to-quality e dei downgrade del rating sovrano». In altre parole, la troika verrebbe a far visita all’Italia come tuttora fa visita a Grecia, Irlanda e Portogallo. Insieme, sarebbero erogati fondi per sostenere le esigenze italiane, che avrebbe un ridotto (se non del tutto assente) accesso ai mercati obbligazionari. Questo vuol dire che, come quadro di base, dovrebbero essere disponibili all’Italia circa 770 miliardi di euro, ovvero l’ammontare delle esigenze di finanziamento italiane fra 2013 e 2016. L’azione, si spiega nello scenario, sarebbe di «puro controllo fiscale» e non sarebbe altro che «un’implementazione della normale dialettica fra il Fmi e l’Italia». Tuttavia, un dubbio rimane. L’Italia ha bisogno di una ristrutturazione del proprio debito, che è quasi a ridosso dei 2.000 miliardi di euro?

La risposta viene fornita dallo scenario più estremo, il terzo, che prevede fra le altre cose un’uscita della Grecia dalla zona euro, capace potenzialmente di spingere i tassi d’interesse dei Btp decennali a livelli superiori all’11/12 per cento. Una ristrutturazione del debito italiano è possibile. Ma in questo caso non si è valutata un’azione così invasiva e disordinata come quella condotta dalla Grecia fra marzo e fine aprile. No. «Questa soluzione sarebbe impossibile da attuare all’Italia, si perderebbe l’accesso ai mercati per molti anni», spiega il funzionario del Tesoro. Meglio un allungamento delle scadenze dei bond esistenti sui mercati emessi sotto la legislazione italiana, circa il 94% del totale, o 1.600 miliardi di euro. Anche il funzionario del Tesoro fa notare a Linkiesta che il meccanismo d’azione in questo caso è semplice. Merito del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di debito pubblico (decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 2003, n. 398). Come già scritto da Linkiesta, all’articolo 3 del dpr in questione si enuncia che «nel limite annualmente stabilito dalla legge di approvazione del bilancio di previsione dello Stato, il Ministro è autorizzato, in ogni anno finanziario, ad emanare decreti cornice che consentano al Tesoro (…) di procedere, ai fini della ristrutturazione del debito pubblico interno ed estero, al rimborso anticipato dei titoli, a trasformazioni di scadenze, ad operazioni di scambio nonché a sostituzione tra diverse tipologie di titoli o altri strumenti previsti dalla prassi dei mercati finanziari internazionali». Il ministro dell’Economia ha quindi il potere di fare ciò che ha fatto la Grecia in marzo. «È solo un primissimo studio, ma non si poteva tralasciarlo», sottolinea la fonte.

Come nel caso della Spagna, nessuno vuole che si parli di soluzione greca. Tuttavia, fatte le dovute proporzioni, è proprio di questo di cui si sta parlando. Nei loro incontri con Reza Moghadam, direttore del dipartimento europeo del Fmi, l’Italia ha discusso soprattutto di conti pubblici, di sostenibilità del rifinanziamento italiano sui mercati obbligazionari e sulla road map di riforme che l’esecutivo di Monti ha promesso alla comunità internazionale. Il viceministro all’Economia Vittorio Grilli e il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via hanno avuto intensi dialoghi con i funzionari del Fmi, proprio come è sempre stato. Le telefonate fra Washington e Roma si sono fatte più fitte dopo la capitolazione di Madrid, anche in vista del G20 che si terrà in Messico fra pochi giorni.

L’iter operativo, per ora, non prevede alcuna richiesta di sostegno. «Sarebbe la morte, in questo momento. I vertici europei di fine giugno saranno una data importante per capire dove va l’Europa», afferma il funzionario italiano. E, come prevedibile, non ci sono cifre precise sull’entità di un possibile intervento. Quello che è certo è che, nel caso dovesse arrivare un sostegno finanziario, questo arriverebbe da almeno quattro parti. «L’Italia è troppo grande per essere salvata e troppo grande per fallire, questo lo sanno tutti. Ma si sa anche che tutti gli sforzi possibili devono essere fatti per evitare il peggio», ha detto a Linkiesta un analista della divisione Fixed Income del Credit Suisse.

I mezzi per contingentare la possibile emorragia italiana sono per metà europei e per metà internazionali. Da un lato troviamo il fondo salva-Stati temporaneo European financial stability facility (Efsf), quello temporaneo European stability mechanism (Esm) e lo European financial stabilisation mechanism (Efsm). Nel complesso sono 1.000 miliardi di euro di dotazione nominale, ma devono essere tolti dal conteggio i quasi 200 miliardi destinati dall’Efsf verso Atene, Dublino e Lisbona. Ma non solo. Indipendentemente dalle modalità di salvataggio di Madrid, Efsf o Esm, bisogna ridurre ancora la cifra disponibile di circa 100 miliardi. Ne rimangono quindi 700. Dall’altro lato c’è il Fmi, che durante l’ultimo meeting di primavera si è detto pronto all’incremento del fondo stesso per circa 335 miliardi di euro, da destinare alla crisi europea. Si arriva quindi a circa 1.000 miliardi di euro. E questi potrebbero essere destinati all’Italia attraverso le Flexibile credit line (Fcl) o, meno probabile, gli High-access precautionary arrangements (Hapa), che sono delle linee di credito destinate a «garantire la concessione di prestiti di entità elevata anche in assenza di una crisi effettiva». In mezzo c’è la Bce, che tramite il Securities markets programme (Smp) può acquistare titoli di Stato dei Paesi sotto pressione sui mercati obbligazionari. Ma può anche foraggiarli con l’Emergency liquidity assistance (Ela), la speciale deroga all’erogazione di liquidità che può essere data in alcuni casi straordinari.

Il supporto finanziario all’Italia potrebbe essere quindi multilaterale e strutturato su più livelli. Molto dipenderà dalle azioni che l’Europa riuscirà a mettere in campo nelle prossime tre settimane. Politicamente ed economicamente potrebbe essere un colpo da ko per gli investitori finanziari, i cui effetti collaterali sono ignoti. Ma come fa notare il funzionario del Tesoro «se si continua in questo modo non è questione di se l’Italia sarà salvata, ma di quando».

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

(prima pubblicazione: 12 giugno 2012)

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