La Germania dovrebbe aiutarci ma è il nostro principale concorrente

Il nostro rapporto economico con la Germania è complesso. Da un lato, nonostante la crisi in Italia il volume dell’export italiano verso Berlino, dopo la battuta d’arresto del 2009 (-21,6%), è tornato a crescere in modo significativo: nel 2010 del 18,8% e nel 2011 del 11,7%. Dall'altro, come sott...

Bmw
14 Giugno Giu 2012 0630 14 giugno 2012 14 Giugno 2012 - 06:30
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BERLINO - Eppure, qualcosa si muove anche a Berlino. Laddove non potevano le visite di corte dalla regina Angela, da parte dei vari Barroso e Hollande, a supplicare un minimo di tolleranza fiscale, forse riusciranno i dati sull’export tedesco. Gli ultimi numeri sono roba da far impallidire la sovrana: la produzione automobilistica tedesca nello scorso maggio è scesa del 17% rispetto allo stesso periodo del 2011, con le esportazioni calate del 13%. Insomma, parafrasando John Donne, se “no man is an island”, tantomeno la Germania può pensare di comportarsi da isola. L’epidemia di vacche magre sembra avere iniziato timidamente a valicare i confini, occupando le campagne dell’industria tedesca, dalla Baviera al Baden-Wurttemberg.

Si comprendeva bene la strategia tedesca finora: temporeggiare in ottica elettorale per gestire il problema europeo, e nel frattempo tenersi a galla (e anche un bel po’ più in su) con l’aggancio all’Asia. La strategia si è rivelata mendace quando la Cina ha iniziato a zoppicare. La Germania, forte dell’esperienza troppo stretta con la Russia Sovietica, sa bene che i regimi in tema di dati economici hanno la tendenza al ballismo. L’ex-Ddr Angela Merkel ha fatto finta di credere alle informazioni da “business as usual” comunicate dagli uffici statistici di Pechino, finché i fatti – e gli ordini in calo – non hanno iniziato a dimostrare una realtà un po’ diversa.

Così, interpretiamo le nuove aperture in termini di euro-bond per i progetti infrastrutturali. La Germania sta mettendo sul tavolo il prezzo della leadership. È pronta a sobbarcarsi un parziale “pooling” del debito europeo, se in cambio può dettare il ritmo delle riforme in stile tedesco. Non si arriverà a un euro “A” e un euro “B”, ma a un “post-euro”, depurato degli irrecuperabili PSG – che non è la squadra di calcio di Parigi, ma il gruppo dei PIGS qui privato speranzosamente dell’Italia. In fondo, Angela proviene da una famiglia protestante (il padre era pastore protestante), e secondo il cliché crede poco nella redenzione.

La nuova moneta consentirà finalmente una politica fiscale unica. Il grande cambiamento politico tedesco sarà quello di considerare i mercati esteri europei come parte costituente della domanda interna tedesca. Un “sacrificio” per tenere in piedi un euro depurato costerà qualche punto in più in termini di tassi d’interesse, ma del resto è qualcosa di sopportabile: oggi Berlino riesce a indebitarsi a costi inferiori rispetto a Stati Uniti e Giappone, e un aumento dei tassi sul debito sarebbe sopportabile.

Si spera poi che abbia fine l’infatuazione esclusiva nei confronti della Cina. Come due amanti adolescenti, Pechino e Berlino hanno sviluppato una relazione così esclusiva, da dimenticare gli amici. Quando la relazione inizia a traballare, i due giovani iniziano a sentirsi da soli, e magari riscoprono la vita sociale. È una speranza per tutta l’Europa. La Germania è per l’Italia il partner numero uno nel commercio estero, mentre per la Germania il nostro paese si posiziona al quinto posto (lo comunicava alcuni giorni fa uno studio sulle “Aziende italiane nel mercato tedesco”, presentato dalla Camera di Commercio Italo Tedesca di Milano).

Per l’Italia, la salute economica tedesca rimane fondamentale. Lo scambio con la Germania costituisce il 13,1 per cento del commercio complessivo del nostro paese con l’estero: esportiamo in Germania, anche perché la Germania possa esportare a sua volta. Nonostante la crisi in Italia, la bassa produttività e i consumi interni in caduta libera, il volume dell’export italiano verso i teutoni, dopo la battuta d’arresto del 2009 (-21,6%), è tornato a crescere in modo significativo: nel 2010 del 18,8% e nel 2011 del 11,7%, per un valore complessivo di 49.348 milioni di euro. Questo dato supera perfino il massimo storico di 47.254 milioni di euro raggiunto nel 2007. Disaggregando questo numero in settori merceologici si trovano al primo posto i metalli e i prodotti in metallo (17%), seguiti da macchine e apparecchiature meccaniche (14%), mezzi di trasporto (12%), prodotti di altre attività manifatturiere (12%): non solo moda, ma chiavi inglesi e meccanica mandano in visibilio i biondi cugini.

Eppure, troppe differenze economiche rimangono tra Italia e Germania. Una decina d’anni fa il paese tedesco era il grande malato d’Europa. Da una parte doveva assorbire il peso e l’onere economico della riunificazione, che portava in dote alla Repubblica Federale Tedesca 16 milioni di cittadini dell’Est e un tessuto economico obsoleto. Le imprese e la politica tedesche allora si rimboccarono le maniche, cominciarono a rivoltare ogni singolo mattone, per capire dove tagliare, come flessibilizzare il mercato del lavoro, dove innovare, per posizionarsi al meglio nella sfida globale.

Una della frasi preferite di Merkel, in tempi non sospetti (anno 2005, durante la prima corsa al Cancelleria federale) era «possiamo vincere solo se saremo qualitativamente migliori, e non attraverso la produzione di massa, perché non potremo mai più competere con i bassi costi di produzione dei paesi emergenti». Alla fine, le grandi imprese sono riuscite a riorganizzarsi, a creare valore aggiunto, arrivando alla crisi con una presenza più consistente nei mercati in sviluppo. Uno studio di IntesaSanpaolo (“Strutture e performance delle esportazioni: Italia e Germania al confronto”) sottolinea quanto per i tedeschi sia stato fondamentale nella crescita delle esportazioni, andare oltre il Vecchio Continente, in primo luogo in direzione Cina e Hong Kong, che oggi nella bilancia delle esportazioni tedesche rappresentano il 5,2%.

Eppure, gli italiani da quelle parti sono approdati ben prima dei tedeschi. Già a metà degli anni Novanta il volume di prodotti italiani venduti in Cina e Hong Kong rappresentava il 3% del totale. Poi è seguita una drastica diminuzione, per tornare a crescere lentamente e sfiorare nel 2009 il 3,4%. Altro fattore sottolineato da Intesa Sanpaolo, è che i flussi dell’export italiano testimoniano di una maggior diversificazione nelle destinazioni geografiche: si va dall’Asia al Nord Africa, dai Balcani al Mar Nero e un particolare focus su paesi come Turchia, Tunisia, Romania, Croazia, Slovenia. Nell’export italiano predominano i beni di consumo semidurevoli (moda) e non durevoli (alimentari), mentre in Germania trovano al primo posto quelli durevoli (a cominciare dal comparto auto). Nello studio di Intesa si legge anche che «la Germania rimane il nostro principale concorrente sui mercati internazionali, tenendo conto delle pressioni competitive esercitate sul fronte della qualità». L’export complessivo italiano resta tutt’ora caratterizzato da un peso elevato di prodotti di bassa qualità (nel 2001 rappresentava il 36,3 per cento; nel 2009 il 32,6%).

«È vero che in passato le quote del made in Italy, in particolare del tessile, abbigliamento e calzature, erano molto più elevate – nel 2001 rappresentavano il 6,2 per cento, nel 2011 il 3,2 per cento –» spiega il professor Marco Mutinelli dell’Università degli Studi di Brescia, autore dello studio per la Camera di Commercio tedesca. «E lo stesso vale per la quota metalli di base, soprattutto tondini». In compenso però è cresciuta la quota di prodotti farmaceutici (se nel 2001 rappresentavano il 2,8 %delle esportazioni verso la Germania, nel 2011 la quota era del 3,8%) e chimici (2001: 6,1%; 2011: 7,9%). Il che, sottolinea Mutinelli prova anche un maggior contenuto tecnologico. Così come ne è prova il fatto che siano aumentate dal 2006 al 2011 le esportazioni di componentistica dell’auto verso la Germania e il loro valore medio (euro per chilogrammo) sia salito da 5,06 a 5,57. «E se non fosse migliorato il livello qualitativo» fa notare Mutinelli «difficilmente colossi come Bmw, Mercedes, Audi e VW continuerebbero ad acquistare da noi. Anche se, certo, si potrebbe fare ben di più», soprattutto se si confronta il valore italiano con quello tedesco, passato nello stesso lasso temporale da 9,6 euro per kg a 10,12.

Insomma, sembra che i nostri prodotti piacciano ai tedeschi, ma che l’Italia sia diventata troppo dipendente da Berlino. Ormai non è più possibile recuperare il terreno perduto in Cina, viste le incertezze del colosso asiatico. L’Italia, da sola, non può uscire dalla crisi: serve una vera strategia continentale. Tutto dipende, ancora una volta, dalla regina del cancellierato. 

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