Altro che i boiardi, il pericolo per la spending review sono i ricorsi

Con la spending review il governo cerca 4 miliardi di risparmi entro fine 2012. Ma il federalismo fiscale può abortire di fronte a una revisione della spesa attuata d'imperio dal governo centrale. Più probabile comunque che il processo si arresti sotto un'ondata di ricorsi. Quindi sarà necessario...

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15 Giugno Giu 2012 1319 15 giugno 2012 15 Giugno 2012 - 13:19
Messe Frankfurt

(articolo originariamente pubblicato su Lavoce.info il 12 giugno)

La revisione della spesa (spending review) che il governo dovrebbe avviare tra poco, in cerca dei 4,2 miliardi di risparmio promessi entro il secondo semestre del 2012, come impatterà sul federalismo fiscale? All’inizio della storia, la revisione avviata da Tommaso Padoa-Schioppa nel 2007-2008 concerneva solo alcuni ministeri. Era peraltro ovvio che dovesse estendersi a tutta l’amministrazione centrale, e così avvenne presto con la legge 196/ 2009 e il decreto 123/2011. Ma per le Regioni e gli enti locali le dettagliate norme sul cosa e come valutare diventavano solo “disposizioni di principio ai fini del coordinamento della finanza pubblica”: raccomandazioni, insomma, e nulla più. Il governo Monti, invece, non sembra affatto arrestarsi di fronte all’autonomia locale e annuncia una revisione estesa a tutte le amministrazioni pubbliche. Siamo in un terreno in cui contano i dettagli. Meglio quindi aspettare l’annunciato piano Bondi-Giarda prima di pronunciarsi. Ma qualche riflessione anticipata conviene farla sulle questioni di principio.

Guidati dal concetto di "standard"

Se si guarda alla ragioni di fondo, il federalismo italiano appare basato su due solidi dati strutturali, uno universale e uno nazionale. A livello universale si osserva nei paesi economicamente maturi l’avanzamento della cultura del “glocale”, come si usa dire. Si tratta della tendenza al decentramento come desiderio di fedeltà alla proprie radici e di soddisfazione delle peculiari esigenze della propria comunità, in un mondo reso più ricco ma anche più uniforme dalla globalizzazione. E a livello nazionale c’è il radicato rifiuto della finanza centralistica, giudicata fallimentare di fronte al perdurante dualismo Nord-Sud, il cui superamento ne costituiva l’obiettivo e la fonte di legittimazione. Da qui la riforma costituzionale del 2001 e l’elaborazione abbastanza bipartisan del federalismo fiscale nell’ultimo triennio.

Cosa succede quando questa tendenza di fondo si scontra con una grave crisi economica? Vi sono due forze contrastanti all’opera. A favore del federalismo sta la sua relativamente maggiore capacità di prelievo. Anche quando il contribuente è vicino alla rivolta fiscale contro l’erario, mantiene qualche margine di disponibilità per un prelievo locale il cui gettito venga speso nell’ambito della sua ristretta comunità. Ecco allora che in epoca di crisi il governo nazionale tende ad addossare al governo locale più oneri in cambio di una maggiore autonomia. (1)

Contro il federalismo sta invece la logica emergenziale. La storia, a partire dal New Deal di Roosevelt nella grande depressione, ci dice infatti che l’emergenza, quella economica non meno di quella fisica, tende di norma a rafforzare il centro rispetto alla periferia. E una crisi prolungata crea una situazione di emergenza, che induce il governo centrale a non pazientare con le autonomie locali. A maggior ragione in una situazione come quella italiana in cui tutti sanno che molti sprechi si annidano nella spesa locale. In realtà, stando alle norme già approvate, il federalismo italiano, non dissimile in questo dal federalismo estero, ha la sua ricetta contro tali sprechi, basata sullo standard: la solidarietà nazionale verso chi sta peggio scatta solo quando le entrate standard non bastano a coprire i fabbisogni standard, non già di fronte a evasione o spesa di livello abnorme. Perciò il federalismo fiscale italiano mette al centro il concetto di costo o fabbisogno standard; e già lo applica nella sanità, mentre lo sta ancora ricercando a livello di spesa di comuni e province.

Il rischio del vicolo cieco

Vuole ora il governo fare subito e da solo, togliendo l’incomodo alla Sose, la società del Tesoro specializzata negli studi di settore, e al centro studi degli enti locali che ci lavorano da mesi con risultati parziali e incerti? L’interrogativo è giustificato, se si considera il comunicato emesso il 28 maggio 2012 dal Comitato interministeriale per la revisione della spesa, che così configura le macro aree di intervento individuate dal commissario Bondi: “ottimizzazione dei prezzi/costi unitari; ottimizzazione delle quantità/consumi unitari; integrazione e razionalizzazione degli strumenti già esistenti per raggiungere gli scopi sopra indicati”.

Nessun grave problema politico per l’estensione alla periferia degli acquisti a prezzi contrattati a livello nazionale, secondo le regole Consip. Ma se si determinano anche le quantità, si regola l’intera gestione, e i prezzi e le quantità ottimali così individuate configurano per definizione i costi standard da adottare per imposizione governativa.

Se davvero il governo è tentato di seguire simile strada, è doveroso un segnale di allarme. Anche se riuscisse a percorrerla, producendo la morte di un federalismo ancora incompiuto e gracile, sarebbe un esito negativo, perché il federalismo è un buon obiettivo da realizzare, non un errore da eliminare. Ma è più probabile che sia una strada chiusa. Già le autonomie locali sono state ferite dal decreto sulla Tesoreria unica, che le ha private dei più vantaggiosi contratti di gestione della cassa attraverso banche locali, inducendo alcuni governi locali a ricorrere alla Corte Costituzionale. Sono inoltre esasperate dalla feroce stretta fiscale cui sono sottoposte, tra Imu che crea rivolta e patto di stabilità che impedisce gli investimenti. Se si tira la corda con decisioni non condivise sui costi standard, è da attendersi che il processo sia subito bloccato da un’ondata di ricorsi. Anche perché le difficoltà di valutazione sono oggettive, sicché nessun decisionismo può sostituire l’analisi; tanto è vero che anche nei ministeri la revisione della spesa avviene coinvolgendo i ministeri stessi.
Ben venga quindi la revisione della spesa nelle Regioni e negli enti locali; ma nei modi e tempi giusti, senza tentazioni neocentralistiche, con la dovuta concertazione e senza l’ossessione dei risultati immediati.

(1) È quanto avvenuto in Italia con la manovra dell’agosto 2011, che anticipò e inasprì la stretta fiscale sui bilanci locali, anticipando al contempo l’attivazione dei margini di autonomia tributaria riconosciuti a regioni e comuni. Vedi A. Zanardi, “Il cerino finito in mano ai sindaci”, Il Sole-24Ore, 15 agosto 2011.

*da lavoce.info

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