Viva la legge elettorale francese: i big perdono e restano a casa

Il sistema elettorale francese obbliga tutti i candidati al giudizio degli elettori. E così anche i numeri uno rischiano di finire fuori dal Parlamento (è il caso di Marine Le Pen e Ségolène Royal). Da noi no. Le liste bloccate garantiscono tutti. Se la riforma elettorale partisse proprio da qui,...

Marine Le Pen
18 Giugno Giu 2012 1155 18 giugno 2012 18 Giugno 2012 - 11:55
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La Francia ha eletto i membri dell’Assemblea nazionale. Il presidente François Hollande può tirare un sospiro di sollievo: i socialisti conquistano la maggioranza assoluta dei seggi. Resta fuori dal Parlamento la grande rivelazione delle ultime Presidenziali: Marine Le Pen. Ma anche l’ex compagna di Hollande, Ségolene Royal - già sconfitta da Sarkozy nel 2007 - il candidato centrista all’Eliseo François Bayrou e l’ex ministro dell’Interno Claude Guéant. Quasi tutti sconfitti nel proprio collegio elettorale.

A Parigi vige un sistema maggioritario uninominale a doppio turno. Da noi un proporzionale con liste bloccate (il famigerato Porcellum). Ecco la differenza: oltre le Alpi, per ottenere un posto, i candidati all’Assemblea Nazionale devono conquistare il proprio collegio. Da noi no. Basta farsi inserire dal dirigente di turno abbastanza in alto al momento della compilazione delle liste. Il risultato? In Francia i politici non hanno grandi problemi a presentarsi davanti agli elettori. In Italia i partiti soffrono di un grave problema di legittimazione popolare. E allora, dato che in questi mesi i nostri parlamentari stanno tentando di mettere mano alla riforma elettorale, perché non partire proprio da qui?

Le conseguenze potrebbero essere sorprendenti. Basta rispolverare i risultati delle elezioni dal 1994 al 2001, anni in cui vigeva il Mattarellum. Quando anche in Italia i candidati a Camera e Senato erano costretti a presentarsi in collegi uninominali (anche se già all’epoca era stato ideato un piccolo escamotage per garantire un posto agli eventuali big “trombati” sul territorio: il 25 per cento dei seggi di Montecitorio veniva attribuito con il proporzionale a liste bloccate).

Il primo a farne le spese è stato proprio Mariotto Segni, il grande promotore del referendum che aveva introdotto in Italia il maggioritario. Sconfitto nel collegio uninominale di Sassari alle Politiche del 1994 dall’esponente di centrodestra Carmelo Porcu. Due anni dopo, una serie di clamorose sconfitte. È il caso di Maurizio Gasparri, superato nel collegio di Roma Ciampino da Willer Bordon. Ma anche dell’avvocato Carlo Taormina, altro esponente del Polo per le libertà, sconfitto a Roma Montesacro dall’ulivista Ennio Parrelli. Ma il Ségolene Royal del 1996 è senza dubbio Clemente Mastella, allora candidato berlusconiano: battuto nel collegio beneventano di Sant’Agata de’ Goti da Michele Abbate (48,12 a 46,80 per cento). A due passi da Ceppaloni.

2001, altri risultati inattesi. Viene malamente sconfitto il ministro dell’Interno Enzo Bianco nel collegio di Catania Picanello, città di cui è stato sindaco fino a poco tempo prima. Battuto anche il ministro delle Finanze Ottaviano Del Turco, candidato al Senato nella sua terra d’Abruzzo. Il vicesegretario del Pd Enrico Letta viene superato a Grosseto, per una manciata di voti, dall’esponente della Casa delle Libertà Roberto Tortoli. Franco Frattini perde a Bolzano, Achille Occhetto - candidato al Senato - è sconfitto a Cosenza. 

La vera sorpresa, però, è Antonio Di Pietro. L’ex pm candidato alla Camera nel collegio uninominale di Termoli, in Molise, arriva addirittura terzo. Conquistando solo il 27,14 per cento delle preferenze. Prima di lui gli esponenti della Casa delle libertà Remo di Giandomenico e dell’Ulivo Luigi Occhionero. Quattro anni dopo, arriva il Porcellum. E gli imprevisti finiscono. 

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