La morte dei borghesi? Preferire la rendita ai parvenu

La strana parabola di una classe sociale che, nella storia, ha fatto grandi rivoluzioni in nome del merito. E adesso, in Italia, preferisce stare aggrappata allo stato e al parastato, piuttosto che riconoscere chi “ce la fa” da solo

Individualism
19 Giugno Giu 2012 1821 19 giugno 2012 19 Giugno 2012 - 18:21
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Che cos’è la borghesia? E chi è veramente borghese nell’Italia declinante dei nostri giorni, attraversata da crescenti inquietudini e dove aumenta il numero di quanti intendono chiudere la propria attività e andare altrove?

Quando eravamo più giovani studiavamo su libri che con quel termine indicavano il ceto egemone all’interno della società capitalista. Nella vulgata marxista che ci ha nutrito per decenni, con la parola “borghesia” ci si riferiva ai padroni sfruttatori e ai loro complici. Borghese era colui che acquistava il lavoro dei proletari e s’arricchiva perché non restituiva per intero quanto riceveva: intascando il “pluslavoro”.
Per una lunga stagione non ci si poteva dichiarare borghesi e non è un caso che un autentico irregolare come Sergio Ricossa abbia dedicato un suo delizioso libretto (letterariamente molto pregevole) proprio a esaminare questa figura maledetta della storia e della civiltà europee. Ed è significativo che, figlio di operai (e laureatosi in economia dopo avere ottenuto un diploma tecnico), egli abbia voluto intitolare quel volume Straborghese, al fine di rivendicare l’impossibile e scandalizzare i benpensanti.
Vi sono insomma stati anni durante i quali la vera provocazione e l’unico modo di épater le bourgeois consisteva – non appaia una contraddizione – nel dirsi apertamente borghesi.

Proprio nelle prime pagine del libro l’economista torinese evidenzia come i tratti essenziali per riconoscere lo spirito borghese siano “l’individualismo, lo spirito d’indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita”. Ma in anni che hanno visto fiorire ogni genere utopia e controcultura, dalla comunità di “Servire il popolo” alla rivista “Re Nudo”, abbracciare lo spirito borghese significava condannarsi alla marginalità.

In seguito le cose sono cambiate, ma più in superficie che nella sostanza. È certo vero che il crollo anche culturale della religione marxiana ha portato a riformulare in termini nuovi il dibattito. Il giornale che più di tutti e per decenni ha condizionato la società italiana del dopoguerra, “La Repubblica”, ha sempre esibito una sua identità borghese, contrapponendo la parte buona e progressista della classe dirigente a quella cattiva e reazionaria (variamente interpretata dai democristiani di destra, dai socialisti, dei berlusconiani). Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti sono dichiaratamente borghesi, ma il loro radicarsi in un ceto e anche in una storia culturale (dagli azionisti al “Mondo” pannunziano) non rappresenta qualcosa di cui vergognarsi. Marx è dunque finito, e definitivamente, nei manuali di filosofia. L’Italia è cambiata e anche a sinistra si è potuto e si è dovuto farsi borghesi, e quindi aperti, innovativi, laici, “europei”.

Eppure una vera borghesia, nonostante tutto, non è facile incontrarla. Come mai?
Il problema è che la borghesia sopravvissuta è una borghesia di Stato: un ceto egemone che non ha molto a che fare con le logiche della concorrenza e dell’imprenditorialità. Anche sul piano sociologico, i lettori del quotidiano di Scalfari sono professori del liceo e impiegati dell’Inps assai più che artigiani o piccoli imprenditori, e credono che il ceto dirigente vada selezionato sulla base dei risultati scolastici (quando non a partire dall’adesione a taluni “valori civici”).

Al cuore dell’immaginaria borghesia celebrata dal nuovo progressismo c’è un Pantheon in cui svettano i grand commis e i professori universitari, i giudici e gli assistenti sociali, i letterati e i registi impegnati. L’imprenditore di origini operaie che ha fatto crescere un’azienda tessile e poi si è comprato un Suv può essere solo sbeffeggiato dal comico ben sintonizzato con il politicamente corretto. Era un cafone quando era povero e tale rimane ora che è ricco: certo non è un borghese.

Le cose non sono sempre andate così, perché dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Sessanta le figure emergenti della società italiana erano i capitani d’industria di Biella, della Brianza, di Prato, di Genova. In quell’età la modernizzazione del Paese passava attraverso le scommesse imprenditoriali di chi metteva le fabbriche dove prima c’erano i campi, trasformando i braccianti in operai e in tecnici. La scomparsa della via Gluck avvenne su iniziativa di una borghesia che credeva nell’avventura: ben sapendo che poteva avere successo oppure no.

La nuova borghesia che legge “La Repubblica” appartiene a un mondo diverso, che in larga misura è ancora il nostro. La crescita dello Stato – già negli anni del fascismo e ancor più a partire dal centrosinistra – ha prodotto cambiamenti radicali. Il risultato è che oggi il borghese ha ben poco a che fare con l’innovatore celebrato da Ricossa: con colui che inventa mondi nuovi. In altre parti e specialmente negli Usa – dove ancora recentemente abbiamo avuto i Steve Jobs, i Bill Gates, i Mark Zuckerberg – l’individualismo imprenditoriale seguita ad avere un ruolo rilevante, ma non da noi. A seguito dell’espansione dello Stato una parte significativa delle imprese è statale, un’altra vive di commesse pubbliche e una terza, infine, trae immensi benefici da una miriade di norme che regolano il settore e limitano la concorrenza.

L’espansione dello Stato ha in larga misura trasformato la vecchia borghesia in una nuova nomenclatura. Nelle ultime riunioni di Confindustria faceva un’impressione assai particolare constatare che nelle prime file vi fossero i responsabili di Poste Italiane, Trenitalia, Finmeccanica, Eni, Rai, Enel e via dicendo. Ma ciò discende dal fatto che in molte socialdemocrazie europee – perché una simile situazione non riguarda solo l’Italia – l’universo delle imprese è in larga misura un appendice del potere politico, dal momento che quest’ultimo ha mille possibilità di dettare legge. È anche e soprattutto per questo motivo che la borghesia ha perso peso, voce, specificità.

Se Marx ebbe a dire che il governo era solo il comitato d’affari della borghesia, oggi questa aristocrazia di nominati che controlla le maggiori imprese (questa nomenclatura, appunto, di lottizzati e alti burocrati) è essenzialmente una proiezione del governo e del sistema dei partiti. Chi ha il potere nomina e/o regola chi ha i soldi, e quest’ultimo finanzia e condiziona chi fa e disfa il diritto. La borghesia imprenditoriale, però, era un’altra cosa.

*Professore di filosofia politica, Università di Siena

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