“Paure e afa: ma in Emilia gli abitanti restano per ricostruire e dimenticare”

Nelle tendopoli emiliane, intanto, è arrivato il caldo. Ma gli abitanti delle zone colpite dal terremoto non vogliono allontanarsi. Chi può, resta. Forse per mantenere il ricordo di quello che è andato distrutto, e forse anche per riprendere in fretta la vita precedente, cercando di dimenticare i...

Terremoto
20 Giugno Giu 2012 0907 20 giugno 2012 20 Giugno 2012 - 09:07
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Anche se colpiti dal terremoto, gli emiliani non hanno la minima intenzione di allontanarsi dalle loro case, nemmeno di qualche chilometro. Il caso di un villaggio intero libero, costruito per gli operai dell’Alta Velocità e ora vuoto, è emblematico: offerto alle amministrazioni locali, è stato rifiutato da tutti. Nessuno, tra le popolazioni colpite, vuole andare ad abitarlo. Ma perché?

Il trauma del terremoto è forte: «Si tratta di uno shock che rimane – spiega Franca Capotosto, psicologa dell’Asl di Modena – e prosegue in una serie di manifestazioni di ansia». Il colpo iniziale si trasforma in crisi di rabbia e di pianto. Spesso si verificano attacchi di panico e, in generale, c’è la paura, costante, di tornare dentro la casa. «Sono reazioni normali, in situazioni come queste». E se il ricordo viene messo da parte, spesso viene richiamato all’improvviso in alcuni momenti percettivi. «Come un rumore, o un odore. Le possibili associazioni sono infinite», spiega Andrea Vignolo, psicologo esperto in traumi derivanti da cataclismi.

La paura non è solo il timore motivato di nuovi crolli: chi è colpito dal terremoto ha vissuto, come «un senso di tradimento. Da parte della terra, e da parte delle sue cose. C’è, ed è forte, la difficoltà a riprendere confidenza». Di solito è uno stato di ansia che «si risolve in un mese, un mese e mezzo». Ma non si può sapere: l’evento stesso del terremoto ha una natura complessa. «Non si tratta di un’alluvione – continua Vignolo – che è, in sé, un fatto invasivo e distruttivo. Ma chi la subisce sa che, quando passa, è finita». Il terremoto è diverso: è legato alla terra, e non ha una durata prevedibile. Chi lo ha vissuto rimane con un pensiero fisso: e se non passa? Però restano.

«Anche questa è una reazione normale», spiega Capotosto. E non dipende soltanto da spiegazioni di tipo economico. «Restare sul luogo significa poter vigilare, essere presenti per ricostruire tutto. Il desiderio è uno solo: dimenticare. Per farlo, occorre superare al più presto l’emergenza, e ritornare alla realtà». Un atteggiamento urgente, che si manifesta nelle scelte logistiche, come ad esempio voler mantenere la tenda in giardino. «Funziona come un presidio, e insieme come un collegamento con la casa». E soprattutto, nel rifiuto «di una qualsiasi scelta surrogatoria, come quella del villaggio. Non gli viene data nessuna validità perché il punto è ripristinare la situazione solita, usuale, perduta».

In questo senso la distruzione di chiese e campanili «è una perdita gravissima per le persone che abitano lì», aggiunge Vignolo, «soprattutto per gli anziani». Come è comprensibile, qui non si tratta solo «del valore storico e artistico delle architetture», ma dell’importanza simbolica che edifici del genere rappresentano nella geografia degli abitanti. «Sono punti di riferimento fondamentali, carichi di ricordi e portatori di frammenti della loro esistenza» Con il terremoto vanno tutti perduti. Per questo, «restare significa poter ricostruire il prima possibile, mantenere vivo il ricordo e lasciar dimenticare gli effetti del terremoto», Non si può andare via, anche se «il rischio che hanno vissuto è fisico e reale», e anche se «continuano a viverlo».

Ma le cose vanno avanti. «Ho conosciuto persone che hanno sviluppato nuove abitudini, in relazione alla loro città. Sono in tanti quelli che, alla sera, vanno a guardare le rovine dei monumenti, a studiare le pietre e la situazione», spiega la Capotosto. Sembra «un modo per cercare di non perdere nulla, di tenere tutto sotto controllo» perché un giorno si possa ricostruire senza problemi, il più in fretta possibile. E poi, «va ricordato, anche l’interesse immediato delle amministrazioni ha contribuito a tranquillizzarli, a farli restare». Sindaci e amministratori locali si sono dati subito da fare, e «questo li fa sentire protetti, tutelati», sostiene.

Intanto, nelle tendopoli emiliane è arrivato il caldo. La convivenza, per persone «che si sono trovate a stare vicine a sconosciuti, dovendo reinventarsi anche relazioni, e rapporti umani», come spiega Vignolo, aumentano. Ma c’è una buona notizia. La terra sembra aver smesso di tremare, e forse, questa volta si è calmata. Si può ricostruire? Loro sono già pronti.  

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