Un paradiso fiscale, comunista e in bancarotta: Cipro

La pulce che scuote l’euro

Dimitris Christofias
22 Giugno Giu 2012 1100 22 giugno 2012 22 Giugno 2012 - 11:00
Messe Frankfurt

Considerate un prestito ingente, di alcuni miliardi di euro, a un tasso inferiore a quello di mercato, (apparentemente) senza condizioni. Adesso paragonatelo con un altro, di importo identico, a un tasso allineato a quello corrente. In quest’ultimo caso il creditore pretende una sorta di commissariamento del vostro bilancio, per cui vi indicherà i provvedimenti da prendere e quelli da evitare. Quale prestatore scegliereste?

Il dilemma di Cipro, guardare a Bruxelles o a Mosca, chiedere fondi alla Ue o accettare la contemporanea offerta russa, verrà sciolto entro il 30 giugno, data ultima per ricapitalizzare la Cyprus Popular Bank, il secondo istituto del Paese, che ha subito gravi perdite a causa della ristrutturazione del debito greco. Già l’anno scorso Nicosia ebbe bisogno di denaro e scelse di rivolgersi al Cremlino, che fornì 2,5 miliardi di euro, a un tasso del 4.5 per cento. Adesso la necessità immediata è di almeno 1,8 miliardi, ma si parla di un intervento ben maggiore, 6 miliardi di euro per le banche e due miliardi per le finanze pubbliche.

L’isola fa parte dell’Unione Europea dal 2004 e nel 2008 ha adottato l’euro. Dal primo luglio assumerà la presidenza di turno dell’Unione. Ma Cipro è una specie di Giano bifronte, in bilico tra Occidente ed Oriente, un microcosmo in cui circa 50.000 persone di origine russa hanno scelto di crogiolarsi, al sole del Mediterraneo.

A decidere il destino cipriota, provincia germanica o vassallo del Cremlino – gli spettri alimentati dai rispettivi critici - c’è lui, Demetris Christofias, l’ultimo presidente comunista del Vecchio Continente. L’uomo autodefinitosi “la pecora rossa d’Europa” ha studiato all’università di Mosca e parla un russo fluente. Non hai negato le proprie simpatie per Putin, difendendone le ragioni anche in occasione del conflitto georgiano, nel 2008. Sostenitore assai “tiepido” della Nato – come emerso da un cablo dell’ambasciatore americano a Nicosia, datato 2009 e rivelato da Wikileaks – si è schierato con Mosca sulla questione dello scudo spaziale, che l’Alleanza intendeva (e intende tuttora) costruire nell’Europa orientale.

I russi hanno trasformato l’isola in una seconda patria. Ci sono scuole in lingua e addirittura una radio che trasmette nell’idioma di Puskin. Ad attirare i magnati non sono solo le comune radici culturali – la religione ortodossa, per esempio – ma soprattutto un regime fiscale favorevole, con un’aliquota societaria ferma al dieci per cento. Il personaggio più noto di questa oligarchia finanziaria è Dmitry Rybolovlev, il miliardario diventato celebre per l’acquisto dell’appartamento più caro di Manhattan, 88 milioni di dollari per un attico al numero 15 di Central Park West. Dopo avere costruito un impero economico nel mercato dei fertilizzanti, Rybolovlev ha costituito un fondo offshore che ha acquisito una partecipazione nella Bank of Cyprus.

Il sostegno di Mosca, secondo il viceministro cipriota per gli Affari Europei, Andreas D. Mavroyannis, è tanto economico quanto politico, in opposizione alle rivendicazioni turche sulla parte orientale dell’isola, dopo l’invasione di Ankara del 1974. Malgrado l’emergere di sentimenti anti-russi, soprattutto per via dell’inflazione immobiliare provocata dall’afflusso dei magnati, la mano tesa dal governo in direzione di Putin riscuote un certo consenso. Molti sottolineano come l’eventuale preferenza per Mosca sarebbe dettata unicamente dall’analisi dei numeri. L’ex presidente George V. Vassiliou taccia le critiche di pura e semplice russofobia: «E’ un residuo della guerra fredda. Se Citibank ci avesse proposto un prestito, nessuno ci avrebbe accusato di essere vassalli degli Stati Uniti».

Gli analisti si chiedono che cosa chieda Mosca, in cambio dei fondi. Cipro non è solo il destinatario di ingenti investimenti diretti, un ruolo prima svolto da alcuni Paesi arabi, ma soprattutto un avamposto di straordinaria importanza all’interno del Mediterraneo, a maggior ragione in una fase come questa, in cui il Cremlino rischia di perdere l’unico vero alleato sul Mare Nostrum, la Siria. Lo scorso gennaio un cargo russo diretto a Damasco, con 20 tonnellate di armamenti, fu autorizzato a sbarcare nell’isola, anche se alla fine fu costretto a cambiare la propria rotta, per via dell’embargo europeo sulle armi ad Assad. Alcuni sottolineano anche che Cipro, per via della sua posizione, sia tuttora la base operativa di molte spie, in servizio tra Occidente e Oriente.

Bruxelles non nasconde la sua preoccupazione per le mire di Putin. Anche se lo stesso Mavroyannis continua a proclamare fedeltà all’Europa, un prestito di 5 miliardi, circa due terzi del Pil cipriota, equivarrebbe di fatto a un’ipoteca politica. Allo studio c’è l’ipotesi di un intervento misto, per cui lo European Financial Stability Facility (o il nascituro European Stability Mechanism) si occuperebbe del salvataggio delle banche, mentre Mosca sosterrebbe coi propri fondi le malandate finanze pubbliche.

La vittoria di Nuova Democrazia alle recenti elezioni greche e la rapida nascita del governo Samaras hanno allontanato, almeno temporaneamente, lo spettro di un Dracmageddon, che per Cipro si sarebbe trasformato in un bagno di sangue, ma il bailout è comunque dietro l’angolo. L’isola è una preda ambita, a maggior ragione dopo la scoperta di alcuni giacimenti di gas offshore nel Mediterraneo orientale. Nicosia ha già avviato alcune esplorazioni, a braccetto con Israele, che detiene i diritti su una parte dei fondali. Le concessioni fanno gola a tutti e per Mosca sarebbero la contropartita ideale del salvataggio.

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