“Prima Difesa”, dove si insulta la madre di Aldrovandi “in onore della polizia”

Sulla pagina Facebook di Prima Difesa, associazione privata di sostegno legale delle forze dell’ordine, sono apparsi commenti offensivi rivolti a Federico Aldrovandi, ragazzo morto nel 2005 in seguito a percosse della polizia, e alla madre Patrizia Moretti. La denuncia è partita subito: Federico ...

Palazzaccio
26 Giugno Giu 2012 0621 26 giugno 2012 26 Giugno 2012 - 06:21
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È pentita, Simona Cenni. O meglio, si dissocia. La fondatrice di Prima Difesa, un’associazione che vuole prestare assistenza legale a membri delle forze dell’ordine sottoposti a processo, lo rende noto con un comunicato stampa, e lo ribadisce a Linkiesta: «Non era mia intenzione offendere la signora Aldrovandi», dice. Più che una retromarcia, il suo, in realtà, sembra un atto dovuto. Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto dopo un pestaggio di quattro poliziotti nel 2005, a Ferrara, era stata oggetto di insulti pesanti sulla pagina Facebook di Prima Difesa.

«Avete sentito la mamma di Aldrovandi...fermate questo scempio per dio...vuole che i 4 poliziotti vadano in carcere....io sono una bestiaaa», aveva scritto Simona Cenni, dando il via a una raffica di commenti. «Io non avrei mai permesso che mio figlio abusasse di alcol e droga», spiega un tal Graziano Grattacagio, Poi interviene Sergio Bandoli, che spiega che «la “madre”, se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo». Un commento terribile e vergognoso, preceduto da quelli di Paolo Forlani, uno dei quattro poliziotti condannati insieme a Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Definisce la madre di Federico «una falsa e ipocrita», che sul tg aveva mostrato «una faccia da culo». Spera «che i soldi che ha avuto ingiustamente non possa goderseli come vorrebbe». Si tratta del risarcimento pecuniario ottenuto dalla famiglia. Ma quanto è? «Due milioni di euro», sottolinea Simona Cenni, in un altro commento, e aggiunge che «Federico ha dato tanto alla famiglia dopo la morte». E poi «Riposa in pace, ragazzo, sapendo che se i tuoi ti avessero aiutato, tu saresti ancora vivo». Insomma, gli agenti hanno fatto solo il loro dovere, la colpa, quella profonda, è dei genitori, che non l’hanno aiutato e, in questo modo, lo hanno messo nei guai. Patrizia Moretti non la accetta e fa denuncia.

Passa poco e il sito viene ripulito. I commenti scompaiono, via quelli di Bandoli, Forlani. Sparisce anche l’«io sono una bestia» della Cenni. Che poi precisa, nel comunicato, di non aver mai offeso la signora Moretti. «A tutti coloro che non conoscono prima difesa, dico solo che non è nel nostro costume offendere le persone». Difende sé, ma anche la sua associazione. «Non smetterò di lavorare per questo», cioè per fornire assistenza legale retribuita agli avvocati di esponenti delle forze dell’ordine. Purché «implicati in casi collegati all’esercizio delle loro funzioni», chiarisce Eugenio Pini, uno degli avvocati di riferimento di Prima Difesa. «Io svolgo questo lavoro già a livello privato. È grazie alla mia competenza in questo genere di cause che sono entrato in contatto con la signora Cenni». In generale, lo fa per «personale convinzione». Insieme a lui, nel pool difensivo, figurava anche l’avvocato Niccolò Ghedini, meglio noto per essere difensore di Silvio Berlusconi. «Ghedini si occupava della posizione della Segatto», spiega. E anche lui, come Pini, è intervenuto dopo, «in secondo grado».

In ogni caso, la difesa dei quattro poliziotti non ha vinto. Secondo Cenni, però, le sentenze sanno di «politico». In una dichiarazione che riporta Vanity Fair ha spiegato che con la denuncia di Patrizia Moretti adesso «sarebbe andata in fondo», perché il processo sarebbe «stato dirottato a sinistra». E lei, proprio di sinistra non è: a quanto risulta da apparteneva, almeno nel 2008, ad Azione Sociale.

In fondo a tutto questo, ciò che rimane è una profonda scia di violenza. In una pagina facebook dove in genere si inneggia all’onore di chi porta la divisa, di onorevole si trova ben poco. E anche se, per l’avvocato Pini il punto sta nel «definire i limiti e i doveri delle forze dell’ordine», per capire e decidere se sono stati superati o meno, c’è altro, come ad esempio la contrapposizione politica. «Poi dipende per chi lei fa il tifo», ha aggiunto Pini, ma il problema è proprio che, in una storia così, non si può parlare di tifo. 

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