La rivolta russa degli orfani, guidata dal mito di Pugacev

Dal poema di Esenin, la figura di uno dei più controversi personaggi della storia russa Pugačëv, il bandito, il ribelle. In scena se ne ritaglia il confine, arduo, tra la versione documentata del bugiardo reclutatore di truppe tra i villaggi del Volga e gli Urali. Esenin lo racconta, con idealism...

Steppa
30 Giugno Giu 2012 1805 30 giugno 2012 30 Giugno 2012 - 18:05
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Riabbracciare uno dei cosiddetti linguaggi persi, poesia o dramma epico, attraverso stralci di storia che ancora sanguinano nostalgie evita che cali l’oblio su autori in trincea come Sergej Esenin, temperamento romantico nell’era della scompaginazione più radicale di assoluti ideologici. Figlio di contadini, ma poeta già dall’età di nove anni, Esenin è presto ammesso nei circoli letterari di San Pietroburgo da intellettuali come Aleksandr Blok, che intorno al 1915 lo avvia a un lirismo pressoché totalizzante. Un senso di avventatezza sembra dominare la sua esistenza divisa tra il vizio del bere, amanti e mogli passeggere ed esaurimenti nervosi, ma senza che venga mai meno la critica sferzante al nuovo regime sovietico.

Sulla stessa scia poetica impervia, incastonata in scenari immaginifici e versi difficili da ricordare oltre che pronunciare evitando distorsioni, quattro anni prima di morire nel 1925 – a un passo dal terzo matrimonio con la celebre ballerina Isadora Duncan e dopo aver fondato una casa editrice – Esenin compone Pugačëv, poema cui a stento si attribuisce un genere unico. La memoria popolare ricostruisce come in un arazzo il volto leggendario del capo della rivolta degli orfani nel Sud della Russia tra il 1771 e il 1775, e altrettanto istintivamente lo si associa al celebre sceneggiato Rai del 1965 con Amedeo Nazzari protagonista. Ma c’è chi oggi in scena ne ritaglia il confine arduo tra la versione documentata del bugiardo reclutatore di truppe tra i villaggi del Volga e gli Urali, e l’idealismo di cui Esenin ammanta Pugačëv quasi come coreuta dell’addio alle nature e della rivoluzione d’ottobre.

La rilettura drammaturgica proposta la scorsa settimana al Teatro Franco Parenti da Maurizio Schmidt in una tre giorni di intensa calura estiva (20-22 giugno), e in ideale continuazione con il progetto “Dentro l’anima russa” inaugurato un anno fa sempre al Parenti, affida a un attore di fibra robusta come Luciano Virgilio la moltiplicazione da un lato ascetica, dall’altro ispida e cruenta della vicenda sinistra attorno al luogotenente Emel’jan Ivanovič Pugačëv. Una sorta di reviviscenza intesa non come descrizione o parafrasi, ma testimonianza di una rivolta alla prova dei tempi. Quel che infiamma la rudezza dell’eroe vagabondo, fintosi lo zar Pietro II, è una truppa nutrita di etnie chiamate a raccolta contro il riempimento dei territori con servi della gleba. È la miseria e nobiltà del ribelle presto tradito e consegnato ai governatori da quegli stessi luogotenenti gabbati dalle riforme mancate di Pietro il Grande.

In una schiera dolente di personaggi e visioni idilliache, ritratti campestri e atti rovinosi, la parola di Esenin inanella strade che nitriscono e anime chiuse nel petto come bestiole nelle tane. Ecco perché oltre l’addio di Pugačëv alla propria impostura tra i cosacchi del villaggio di Jaik e le steppe di tartari, calmucchi, chirghisi, compresi preti e mullah, una luna onnipresente non cessa di varcare le otto sezioni di un componimento in ascolto dei ritmi alterni della vita. Ed è quindi intricato accordarne la recitazione, servirne rime e figurati in una composizione scenica che vede ora Virgilio-Pugačëv sostare di fronte alla proiezione dei versi d’incitamento alla morte delle sovranità, ora accasciarsi su un tronco perché vinto da quelle stesse masse cui ha chiesto di impiccare i tiranni in cambio della libertà.

La presenza di un suonatore di bajan, ugualmente fedele al metro poetico, rende ancora più visibile lo scorrere degli episodi: dall’arrivo di Pugačëv a Jaik alla sua disfatta, passando per apparizioni di fosse lunari vermiglie e memorie della presa di Kazan con la violenza delle truppe che fecero cenere di molti edifici dei villaggi. Un’aberrazione testimoniata dalle ricerche di un altro vertice della prosa e poesia russa, Aleksandr Sergeevič Puškin, con cui il racconto in versi di Esenin viene continuamente raffrontato per adattamenti che ne segnano la distanza e insieme la convivenza tra quel che la verità storica ammette e quanto la poesia concede di vagare.

Se allora il nome di Esenin è giudicato scomodo e impronunciabile dal regime sovietico almeno fino ai recenti anni Sessanta, non si intende richiamarne coloristicamente solo l’ultimo atto in cui, recidendosi il polso o venendo ucciso su mandato di membri del partito comunista, scrive col sangue sulle pareti dell’Hotel Angleterre di San Pietroburgo il suo enigmatico addio all’amico e poeta Marienhof. In teatro e al di là delle quinte, la ribellione continua a propagarsi nella eco del discorso al maggio delle anime giovani delle steppe e della Confessione di un teppista che nel 1911 sentenzia: «Non a tutti è dato cantare».

PUGAČЁV
 
di Sergej Esenin (1921)
con Luciano Virgilio
musica dal vivo Vladimir Denissenkov (bajan)
regia e drammaturgia Maurizio Schmidt
collaborazione alla traduzione Elena Freda Piredda
luci Domenico Ferrari – costumi Simona Dondoni

PRODUZIONE TEATRO FRANCO PARENTI 

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